​Gabriel LaBelle Steven Spielberg The Fabelmans
The Fabelmans
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​Gabriel LaBelle Steven Spielberg The Fabelmans
Cinema

Spielberg: «Mi sono fatto un Selfilm»

Il regista tre volte premio Oscar racconta di The Fabelmans, un’autobiografia cinematografica in cui parla della passione per la macchina da presa e del rapporto con i genitori. «Metterli in scena sul set è stato come riportarli in vita».

Quando il 31 maggio 2002 Steven Spielberg ottenne la sospirata laurea in cinema, 34 anni dopo avere abbandonato l’università, non preparò una tesi, come qualsiasi altro studente. Gli bastò presentare alla commissione della California State University le sue pellicole: «Sono stato fortunato, perché ho potuto usare alcuni film per ottenere i punteggi necessari per la laurea. Amistad è stato utile per il corso di storia afroamericana e Schindler’s List per quello di lettere» disse all’epoca.

A ben vedere dunque, per oltre un trentennio, dal suo esordio con Duel fino a Minority Report, Spielberg ha abusato della professione cinematografica, come quei medici che curano le persone senza averne mai studiato le patologie e quegli avvocati che difendono gli imputati senza conoscere commi e cavilli. Anche Spielberg, come il Frank Abagnale Jr. del suo Prova a prendermi, è stato per anni un precoce, magnifico impostore: un pilota della macchina cinematografica senza licenza. Capace però di far volare le platee, di estasiarle con immagini fantastiche, e di commuoverle poi con le storie che hanno reso unico il suo cursus honorum.

Ora dopo 20 anni passati a dilettare bambini (E.T. - L’extraterrestre), ragazzi (Jurassic Park, la saga di Indiana Jones) e adulti (Lincoln, Munich), e aver curato le proprie nevrosi con il puro escapismo nella fantasia, ha deciso di compiere l’atto più coraggioso: rivolgere la cinepresa verso se stesso e la propria storia in The Fabelmans, già ribattezzato il selfie d’autore più riuscito di sempre. Il film, che sarà in sala dal 22 dicembre, inizia davanti a un cinema in cui il suo alter ego Sammy (Mateo Zoryan Francis-DeFord), 6 anni, è spaventato all’idea di entrare in una sala buia per vedere sullo schermo quelle persone gigantesche che recitano.

Alla fine suo padre Burt (Paul Dano) e sua madre Mitzi (Michelle Williams) lo convincono ad assistere a Il più grande spettacolo del mondo di Cecil B. DeMille, ma l’incidente ferroviario a metà film lo spaventa a tal punto da convincerlo a rimetterlo in scena a casa per esorcizzarlo, usando i trenini giocattolo ricevuti in regalo e la cinepresa di suo papà, scardinando così immediatamente la relazione misteriosa tra ripresa e rappresentazione, e realizzando il suo primo corto: The Last Train Wreck.

Influenzato dalla propensione artistica della madre, pianista che ha rinunciato alla propria carriera per la famiglia, e da quella tecnologica del padre ingegnere, inizia a girare piccoli film a soggetto, prima con le sorelle, poi con i compagni di scuola, inventando da sé trucchi ed effetti speciali. Ormai diventato adolescente (Gabriel LaBelle), Sammy scoprirà nel modo più drammatico e poetico possibile la crisi matrimoniale dei genitori, un trauma con cui farà i conti nei propri film, spesso costruiti attorno a dinamiche padre-figlio piene di problemi.

«Tutti i miei film sono personali, perché ognuno mette un po’ di sé in quello che fa» ammette il regista «ma confesso che avevo timore di raccontare per la prima volta una storia tanto privata in maniera diretta anziché in modo metaforico. Durante la pandemia io e il mio amico Tony Kushner (già sceneggiatore del recente West Side Story, ma anche di Lincoln e Munich, ndr.) abbiamo parlato dell’idea di trasformare la mia storia in un racconto di formazione, anche se poi è stato bizzarro vedere gli attori interpretare me e i miei genitori o entrare nel mio appartamento degli anni ’60 ricostruito a partire da foto e film di famiglia». Naturalmente il primo elemento era trovare i giusti interpreti per i suoi genitori Arnold e Leah, e una volta individuati i prescelti in Paul Dano e Michelle Williams, restava chi scegliere per incarnare sé stesso. «Ho cercato un attore che fosse più bello di quanto ero io, per vendicarmi del fatto che le ragazze non mi consideravano granché, ma soprattutto che avesse una caratteristica che io ho sempre avuto: un’insaziabile curiosità» dice Spielberg a proposito di Gabriel LaBelle, fino a ieri semisconosciuto, ma sul cui radioso futuro ci sentiamo di scommettere. «È stata proprio quella curiosità il motivo per cui nella mia carriera ho realizzato film molto diversi tra loro: desideravo esplorare più generi possibili».

Il film, ha raccontato il regista, non è un’autocelebrazione «ma la storia di una famiglia, in cui chiunque si possa riconoscere pensando alla propria. Una storia piena di tutte quelle cose belle e brutte che capitano quando cresci». In particolar modo il fulcro emotivo di The Fabelmans sta tutto in una scena in cui Sammy capisce attraverso il cinema la relazione tra finzione e realtà: «Il motivo per cui ho realizzato questo film» dice il regista «è che a un certo punto della mia vita è accaduto qualcosa, che qui racconto, e che ha fatto cambiare il mio rapporto con mia madre. Ho smesso per sempre di guardarla come tutti guardano appunto la propria mamma e ho iniziato a vederla come una persona a tutto tondo. Penso si tratti di una rivelazione che tutti, prima o poi, hanno nei confronti dei propri genitori».

Mescolando dramma e commedia e raccontando le difficoltà dell’adolescenza nei rapporti con le ragazze, nel bullismo subìto per il suo essere ebreo, nei rapporti con le sorelle e i parenti (tra cui l’eccentrico e divertentissimo Zio Boris interpretato da Judd Hirsch, «un domatore di leoni, forse colui che ha instillato in me il senso dello show business» dice Spielberg), The Fabelmans è uno smisurato omaggio alla passione per il cinema e alla crescita della sua comprensione come mezzo narrativo da parte dell’autore, capace di riconoscerne il valore di puro mezzo d’intrattenimento ma anche di strumento per stravolgere il senso delle cose, come capisce Sammy girando un cortometraggio sui propri compagni di liceo. «Mi sono sorpreso di quanto questo film abbia agito per me come una sorta di terapia e mi ritengo molto fortunato: chi può permettersi di spendere 40 milioni di dollari per una terapia?» conclude il regista. «Ho perso mia madre tre anni prima di iniziare a girare e mio padre un anno prima, e durante la scrittura basata sui miei ricordi e nella messa in scena sul set è stato come riportarli in vita».

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