​Ana Taylor Joy Last night in Soho
​Ana Taylor Joy Last night in Soho
Cinema

«Dopo gli scacchi divento la Regina della swinging London»

Dall'infanzia da «rich kid» a Buenos Aires fino a quella lettera che scrisse ai genitori confidando il suo sogno di recitare. Dopo la serie tv che l'ha resa famosa in tutto il mondo, Anya Taylor-Joy si racconta in esclusiva a Panorama. Anticipando i segreti del suo prossimo film Ultima notte a Soho.

«Quando vado a lavorare a Los Angeles ogni tanto incrocio ancora questi enormi cartelloni pubblicitari dove ci sono io, davanti a una scacchiera, che guardo i passanti. Vedo la mia faccia e mi viene un colpo, poi provo un brivido dietro la schiena e mi dico: calmati, va tutto bene! Ancora oggi vedermi là sopra è un'esperienza surreale». Anya Taylor-Joy racconta le emozioni che l'hanno travolta per essersi trasformata, nell'arco di pochi giorni lo scorso ottobre, da giovane attrice come tante, con apparizioni in film come Split e Barry o serie tv come Peaky Blinders, a star planetaria grazie al ruolo dell'orfana di talento Beth Harmon nella serie Netflix La regina degli scacchi. «Ricordo la lavorazione con grande gioia, perché tutti abbiamo partecipato con passione, ma sinceramente nessuno di noi immaginava che uno show su una bambina prodigio degli scacchi sarebbe diventato il più visto al mondo, trasformandosi in un fenomeno di costume. A essere sincera cerco di non pensarci troppo, perché è una totale follia». Taylor-Joy, nata a Miami il 16 aprile 1996, ultima dei sei figli del banchiere Dennis Alan Taylor e della psicologa Jennifer Marina Joy, è ora l'attrice più desiderata di Hollywood: sarà nello spin-off di Mad Max Fury Road intitolato Furiosa, dove interpreterà il personaggio che era di Charlize Theron; poi nell'adattamento del romanzo Una risata nel buio di Vladimir Nabokov, autore di Lolita, e infine nel nuovo film di David O. Russell, che ha già fatto vincere l'Oscar a Jennifer Lawrence per Il lato positivo. Ora, dal 4 novembre, la vedremo al cinema in Ultima notte a Soho, un thriller con elementi fantastici per il quale, precisa l'attrice, «sono stata scritturata prima che uscisse La regina degli scacchi». Nel film di Edgar Wright, regista di Baby Driver, Anya è una presenza onirica: quando Eloise (Thomasin McKenzie) si trasferisce a Londra per studiare da stilista e trova una stanza in affitto a Soho, inizia a sognare di tornare nella capitale inglese degli anni Sessanta trasformandosi in Sandie (Taylor-Joy appunto), aspirante cantante e ballerina che cerca l'aiuto del gestore di un locale (Matt Smith) nel tentativo di sfondare; salvo scoprire poi il lato oscuro di quel mondo luccicante. «Sandie è una donna sola, consumata da un'ambizione sfrenata» spiega l'attrice «e non ha paura di farsi avanti per ottenere ciò che desidera, anche a costo di finire male».

Che ruolo gioca l'ambizione nella sua carriera?

Spero sempre di avere la stessa passione di quando ho girato il mio primo film (The Witch, nel 2015, ndr)e non vedevo l'ora di svegliarmi alle 4 di mattina per andare sul set. Recitare d'altra parte è sempre stato il mio sogno fin da ragazzina. Ho anche scritto una lettera ai miei per dirglielo.

E cosa diceva la lettera?

Che desideravo fare l'attrice e avrei fatto qualsiasi cosa per inseguire il mio obiettivo, anche se non me l'avessero permesso. Per fortuna hanno deciso di appoggiarmi.

Questo film si svolge a Londra, dove lei vive. Che rapporto ha con la città?

All'inizio le sono stata ostile perché mi ci sono trasferita a sei anni con i miei da Buenos Aires, dove ero andata a vivere piccolissima. Parlavo ancora spagnolo ed ero abituata a stare in mezzo a cani e cavalli, molto a contatto con la natura, così quando mi sono trovata in questa metropoli così caotica mi sono sentita spaesata. Però è il posto dove sono cresciuta e andata a scuola, di cui mi sono innamorata da adulta e dove mi sento più a mio agio, tanto che ora quando atterro a Heathrow mi sento veramente a casa.

Il suo personaggio però vive nella Soho degli anni Sessanta. Com'è stato immergersi nelle atmosfere della Swinging London?

Fantastico, perché quando ho ricevuto il copione da Edgar Wright ho scoperto che lui aveva già scelto tutte le musiche: leggerlo e ascoltarle mi ha calato in quel mondo magico, oltre ad aiutarmi a capire subito il tono delle varie scene. Fortunatamente proprio le canzoni degli anni Sessanta sono le mie preferite fin da quando avevo 16 anni, e siccome preparo sempre una playlist per ogni personaggio che interpreto, stavolta quella di Sandie coincideva perfettamente con la mia!

Interpretare Sandie le ha fatto venire un po' di nostalgia?

Per via della pandemia e del lockdown è stato più facile rifugiarsi nel passato, per quanto idealizzato. Sono nostalgica di mio, mi piacerebbe viaggiare indietro nel tempo per scoprire com'era il mondo 60 anni fa. Se tornassi nella Londra di quell'epoca penso mi piacerebbe tutto, i vestiti, i locali, il modo di divertirsi. Ma confesso che avrei problemi a fare i conti con il modo in cui le donne venivano trattate all'epoca. Anch'io sono stata in situazioni spiacevoli per colpa dei maschi, per fortuna oggi è più facile rifiutare avance o dire che non ci si sente a proprio agio in una determinata situazione.

Che rapporto intrattiene con la sua bellezza?

A dire il vero non le ho dato mai molto peso, né sono mai stata particolarmente narcisa, anche perché quand'ero bambina mia madre mi diceva sempre che dovevo concentrarmi sulla bellezza interiore, e così ho sempre fatto.

Che effetto le fa allora riguardarsi sullo schermo?

All'inizio della mia carriera ho girato un film dopo l'altro e solo dopo tre anni hanno iniziato a uscire al cinema. A quel punto mi sono sorpresa a pensare che gli altri mi avrebbero vista sullo schermo, e ho dovuto farci i conti, perché fino ad allora per me la realtà del cinema era andare sul set. Con il tempo ho imparato a guardarmi e a dissociare me stessa dall'attrice che interpreta il personaggio. Trovo molto utile riguardare i «daily» (le riprese di fine giornata, ndr) per capire come vengo inquadrata e per imparare a muovermi meglio in scena.

In questo film balla e canta. Com'è stato calarsi nei panni di una vera showgirl?

In realtà non è così complicato. Ho iniziato a danzare quando avevo tre anni e ho preso lezioni fino ai 15, quando ho vissuto una fase di ribellione e non ho più voluto indossare le scarpette. A posteriori però sono stata felice che il mio corpo si ricordasse ancora come muoversi a tempo di musica. Anche col canto mi sentivo preparata, perché ho sempre amato cantare.

Quali indicazioni le ha dato il regista per prepararsi a questo ruolo?

Tutti sanno che Edgar Wright è un cinefilo incallito che suggerisce di continuo ai suoi amici quali film vedere e rivedere. Può immaginarsi cosa possa accadere quando uno è un attore che deve recitare in uno dei suoi film! Ci ha dato una lunga lista di pellicole da guardare e studiare: la più significativa secondo me è stata Poor Cow, girata da Ken Loach e in cui appariva il giovane Terence Stamp, con cui è stato un vero onore lavorare.

Forse a questo punto della sua carriera non dovrà più affrontare i provini per ottenere una parte. Ma qual è stata l'audizione più bizzarra di cui si ricorda?

I provini possono essere terrificanti, questo è certo. Una volta ne dovevo fare uno con un attore molto famoso e recitare una scena in cui il mio personaggio doveva svenire. Non sapevo veramente come fare e così all'improvviso ho iniziato a barcollare e poi mi sono gettata a terra. A quel punto lui mi ha trascinata fuori dall'inquadratura. Ovviamente non ho mai avuto quella parte.

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