Appariranno in bella mostra alla Biennale di Venezia e non passeranno inosservati. Centinaia di organi sessuali maschili e femminili ingigantiti su megacartelloni e ossessivamente ripetuti. E’ l’ opera creata per la Biennale dal fotografo Oliviero Toscani, ormai famoso per le sue continue provocazioni su temi crudi, nascita, sesso e morte, pensate per la pubblicità Benetton, e ora per la prima volta invitato come artista nella sezione Aperto dedicata alle avanguardie. Scandalo annunciato? Neanche troppo, “l’ arte è abituata da secoli al nudo e alle sfide” minimizza Toscani.
Ma la sua sfida è andata ben oltre: deciso a imporre questa immagine come pubblicità vera e propria, a suo giudizio forma sovrana di comunicazione, Toscani ha proposto a Panorama di pubblicare la foto incriminata come inserzione a pagamento. Dopo un’ attenta valutazione la direzione ha deciso di non accettare la proposta, perché, pubblicando l’ immagine per puri scopi commerciali senza alcuna cornice giornalistica e senza alcun commento redazionale si sarebbero lesi i diritti dei lettori che non approvano questo tipo di provocazione. Panorama ha deciso invece di dare comunque la notizia del puzzle dello scandalo inquadrandola nell’ avventura di Toscani alla Benetton.
Questa è davvero l’ ultima provocazione di Oliviero Toscani?
Non è una provocazione, è una foto-tessera. Con l’ intenzione di far vedere finalmente le cose come sono. Non con i veli, con le robe, con le mani davanti. Invece così come sono. Provocazione è tutto il resto, provocazione sono i Mulini bianchi. Diciamo che questa è la provocazione più recente. Va bene, è la penultima. Del resto ogni sei mesi arrivano giornalisti da ogni parte del mondo a chiedermi le ragioni di un gesto, di un lavoro. Con il rischio di farle ripetere un copione. Questa volta il caso è diverso: ho fatto un lavoro che sarà esposto alla Biennale di Venezia nel settore più d’ avanguardia. Però la stessa immagine è rifiutata dai giornali come pubblicità.
Del resto questo rifiuto ve lo aspettavate. Se Luciano Benetton ha taciuto, lei ha dichiarato che questa pubblicità sarebbe stata rifiutata da molti giornali. E prima ancora di rivelarne il contenuto.
Io me lo aspettavo perché penso che la pubblicità non sia ancora all’ altezza di capire un lavoro che è concepito come arte. Lo chiamo lavoro, non lo definisco opera, ma che sia arte per me è fuori dubbio. D’ altra parte Achille Bonito Oliva, avendo deciso di inserire la fotografia in Biennale, ha scelto Toscani. E io in piena autonomia presenterò 56 foto di persone di ogni età da un mese a tanti anni, dai neri agli irlandesi.
Più che persone, trattasi di una loro parte anatomica, del loro sesso. Se è questa la provocazione, è già stata praticata attraverso i secoli nelle arti visive e nella fotografia.
L’ intenzione non è certo quella di “épater le bourgeois” con la rappresentazione dell’ organo sessuale. Nell’ evoluzione del mio lavoro, questa immagine fa un passo avanti perché è veramente dissociata rispetto alla connotazione economica e sociale dei personaggi. Sono fiero di questa immagine, non è una foto trasversale, è una foto diagonale.
E’ una definizione suggestiva, ma se ci spiegasse meglio…
Di solito la gente viene definita socialmente, basta guardare il viso, non serve neanche il vestito, anche la nudità è connotata. Per esempio, le donne: una milanese di via Monte Napoleone ha un viso diverso, diverse le mani, diversi i piedi dall’ immigrata di periferia. Stranamente lì, no (ride). Quindi United Colors of Benetton: l’ uguaglianza al servizio della persuasione, della vendita. Io non ho niente da vendere, io faccio immagini e sono anche molto privilegiato nel mio lavoro. Forse mettendo la gente in condizione di fare quello che vuole, si venderebbe anche di più.
Benetton ha capito il trucco, prende una persona e gli dice: “Tu devi fare al massimo quello che sei e quello che sai fare”. Al punto che lei lo ha definito Luciano il Magnifico.
Più che un imprenditore, un mecenate.
Lei si sente Michelangelo Buonarroti? E teme che come ai nudi della Cappella Sistina furono messe le braghette, anche la sua opera possa essere imbrigliata?
Oggi non si mettono più le braghette per censura religiosa o morale, ma per ragioni commerciali. Ma questo non mi spaventa: sono un uomo di immagine e per me le immagini sono tutto quello che forma la nostra coscienza, il nostro senso critico, la nostra cultura. E il nostro conoscere. Io mi sento un ragazzino di 13 anni. Non faccio nessuna differenza tra una foto di pubblicità, la copertina di Panorama, l’ immagine che passa in televisione o la foto di cronaca sulla pagina di un quotidiano. Per me le immagini appartengono tutte alla cultura contemporanea. E gli archeologi che si troveranno a scavare tra i resti del nostro tempo non faranno differenze, anzi capiranno qualcosa di più attraverso la pubblicità.
Però non si può negare la differenza di intenzioni e l’ assenza di filtri tra messaggio pubblicitario e pubblico.
Il fatto è che la mia immagine come arte è accettata, ma è rifiutata come pubblicità, per paura di perdere altri clienti. Così come non si pubblicano le foto di nudi di Robert Mapplethorpe, per paura di perdere lettori. Ma anche nel caso della Biennale io ho subito una censura: la Sovrintendenza ha bocciato il mio primo progetto. Si chiamava Consumo di massa ed era la foto della Giusi che nasce riprodotta sul selciato di piazza San Marco. L’ immagine si percepiva solo dall’ alto, ma intanto la gente ci avrebbe camminato sopra. In quel caso si faceva un uso improprio di un messaggio pubblicitario. E’ la solita operazione di spaesamento comune a molti movimenti d’ avanguardia come il Dadaismo.
Queste foto sono state fatte apposta per la Biennale, poi un industriale le ha comprate per la comunicazione della sua azienda.
Chi ha mai comprato le immagini della Biennale a questo scopo? D’ altra parte io considero arte tutto ciò che non viene fatto dalla natura. Diciamo pure che ho un concetto molto vasto dell’ arte, importante è che non manchi l’ intenzionalità. Importante è l’ insieme, soltanto in fotografia si possono mettere insieme tutte quelle persone. In natura non esistono due organi sessuali uguali, ma con la ripetizione fotografica si può dare la sensazione del tutto artefatta di un’ eguaglianza artificiale. Interviene il rapporto con l’ immagine e la fantasia, il vero che, moltiplicato, non è più vero.
E’ la prima volta che la foto entra in una sezione della Biennale ed entra per far vedere delle possibilità che alla pittura non sono concesse. Si considera dunque il demiurgo della comunicazione? Ha intenzione di allargarsi e di occupare anche gli spazi giornalistici?
Queste separazioni di poteri non mi interessano. Mi interessa il mio lavoro, scoprire certe tendenze, certe voglie che sono nell’ aria, i tabù che non si vogliono toccare. Due o tre cose mi affascinano particolarmente. Sono la vita, il sesso, la morte. Sono questi i temi universali, gli altri sono problemi regionali, locali, provinciali. Come Tangentopoli. Fuori d’ Italia non è un grande problema.
Ma non si sente un po’ voyeur?
Sono nemico di un certo modo masturbante di fare fotografia. Ho fatto questo lavoro a Parigi, organizzando queste 60 persone. Ma non so a chi appartiene cosa perché non ho voluto veramente saperlo. Conosco le facce ma non posso attribuirle alle foto tessera. Loro passavano dietro a un muretto e poi si fermavano davanti a un’ apertura. Io dovevo solo scattare dopo avere alzato o abbassato la macchina. Tutto qui, al massimo raccomandavo di appoggiarsi di più su un piede. E non mi si venga a dire che sono uno sporcaccione. Le mie immagini dopo avere suscitato scandalo vengono usate per le campagne di sensibilizzazione. Come in Sud Africa per il moribondo di aids. Ecco l’ ultima provocazione: considerarsi un artista. Non artista ma maestro d’ arte. E poi non è l’ ultima. Ho già pronta la prossima.
Grande gusto estetico per l’ arte, come editore Leonardo Mondadori ha pubblicato numerosi libri fotografici dei grandi maestri dell’ immagine contemporanea, da Annie Leibovitz a Herb Ritts, da Robert Mapplethorpe a Richard Avedon. Panorama gli ha chiesto un’ opinione sull’ ultima performance di Oliviero Toscani.
“Come privato cittadino trovo curioso che l’ uscita di Toscani abbia questo rilievo. In fondo non è l’ uscita di un libro di Ernst Hemingway, né la presentazione di un’ opera di Cy Twombly. La sensazione è di un effetto marmellata. Mi ha ricordato certe vecchie campagne della Jägermeister. E’ un modo geniale di catturare l’ attenzione, di collegare un marchio a larghissima diffusione, Benetton, con il gusto della provocazione. L’ ideale forse per solleticare l’ attenzione dei mass media. Anche se per la verità noto un certo calo di attenzione rispetto alle campagne precedenti. Perché questa è una campagna pubblicitaria. Manca lo spessore dell’ opera d’ arte. Io sono per la comunicazione immediata, quella, per esempio, delle foto di Avedon o di Irving Penn. Ma è impossibile fare dei paragoni. Qui non vedo nessun valore aggiunto di creatività. Restiamo sul piano delle provocazioni culturali un po’ provinciali, da provincia dell’ impero, utili a solleticare e a divertire e a provocare. Finché la provocazione paga il gioco funziona. Il problema è che quando si vive solo di provocazione bisogna sempre aumentare la dose”.