I Counting Crows in concerto a Padova e Milano. L'intervista
Ufficio Stampa Parole e Dintorni
I Counting Crows in concerto a Padova e Milano. L'intervista
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I Counting Crows in concerto a Padova e Milano. L'intervista

Il gruppo californiano torna a suonare in Italia, dopo anni di assenza, per promuovere l'album "Somewhere under Wonderland"

All’inizio degli anni Novanta il grunge ha segnato l’ultima grande rivoluzione nel rock, che da allora non fa altro che ripetere ciclicamente schemi e sonorità già rodate con successo.

Mentre i Nirvana  gareggiavano con i Pearl Jam e con i Soundgarden per la palma di miglior gruppo grunge, in America si facevano largo i Counting Crows, con il recupero del rock più classico, quello di derivazione blues e folk.

Merito dei testi diretti e della prodigiosa voce di Adam Duritz, che ha marchiato con il suo inconfondibile timbro due successi epocali come Mr.Jones e Round here.

I Counting Crows hanno passato alterni momenti di fortuna, ma hanno sempre continuato a produrre album di alto livello, mantenendo nel tempo uno zoccolo duro di fan e al tempo stesso guadagnando costantemente nuovo sostenitori grazie alle loro sonorità rock senza tempo. I venti milioni di dischi venduti in tutto il mondo certificano l'apprezzamento di cui gode la loro musica.

Dopo una lunga assenza dai palchi italiani, il Somewhere Under Wonderland Tour dei Counting Crows farà tappa sabato al Gran Teatro Geox di  Padova e domenica all’Alcatraz di Milano.

Due occasioni imperdibili per ascoltare dal vivo i nuovo brani dell’album Somewhere under Wonderland, oltre ai classici che hanno segnato la loro ventennale carriera.

Abbiamo ascoltato al telefono Adam Duritz, che si è raccontato senza filtri, così come fa da vent’anni nelle sue canzoni.


Adam, il vostro nuovo album si intitola Somewhere under Wonderland. E’ ispirato a un luogo reale o è una metafora?


“E’ un luogo reale, ma in fondo è anche una metafora. Quando mi sono spostato da Los Angels, abitavo in montagna a Lookout Mountain in Laurel Canyon, proprio sotto l’angolo della Wonderland Avenue. Un luogo magico, dove Neil Young, Crosby Stills & Nash hanno registrato i loro migliori album e dove abitava Joni Mitchell, che là ha composto il suo album d’esordio. A parte questo, credo che il titolo funzioni bene come metafora. Penso che nessuno là conosca le strade. Non è semplice capire la geografia dei luoghi intorno a Los Angeles”.


Oggi assistiamo a un ritorno in grande stile alle sonorità rock degli anni Novanta. Quanti fan avete guadagnato che magari non erano neanche nati ai tempi del successo mondiale di Mr Jones?


“Per fortuna il nostro pubblico si rinnova continuamente. Vediamo tanti diciottenni ai nostri concerti, perché negli anni abbiamo suonato anche nei college e in piccoli locali indie, oltre che nei palasport. Dai nostri esordi non abbiamo mai smesso di suonare e di fare dischi, per cui c’è un ricambio fisiologico. Una cosa che ci ha aiutato molto è che alcuni musicisti, più giovani di noi, sono cresciuti con la nostra musica e spesso ci hanno indicato come la loro fonte di ispirazione. Questo ha fatto accostare naturalmente anche i loro fan ai nostri album”

Come mai sono passati sei anni dalla pubblicazione dell’ultimo album di inediti?


“Per la prima volta, dopo tanti anni che compongo canzoni, sono uscito dalla trama della mia vita. Il motivo per cui  è passato così tanto tempo dall’ultimo album di inediti è perché stavo lavorando a una commedia. Non volevo scrivere canzoni per due cose contemporaneamente e dover scegliere ogni volta a cosa destinare l’una o l’altra. E’ la prima volta che scrivevo su argomenti diversi da me stesso e per una voce che non era la mia. Mi sono stufato di raccontare sempre la storia di “questo è accaduto a me”, così il processo creativo di Somewhere under Wonderland è stato più lungo del solito, ma sono molto soddisfatto del risultato finale”


Somewhere under Wonderland ha cambiato, quindi,  il vostro modo di comporre e di incidere canzoni?


“Avevamo già un’idea precisa sul sound dell’album, il che ha reso tutto più semplice. Ci siamo ritrovati ogni mese a casa mia per una settimana, a scrivere e a suonare, praticamente in presa diretta. Non ci sono canzoni vecchie nel disco, e tutto quello che abbiamo scritto è stato inciso, così non abbiamo avuto l’imbarazzo di togliere nessuna canzone dalla setlist definitiva”.


L’impressione è che i Counting Crows siano un gruppo che è sempre andato dritto per la sua strada, senza seguire le mode musicali del momento. Quanto vi è costata questa coerenza?


“Se mi guardo indietro, sono molto orgoglioso di quello che abbiamo fatto in oltre vent’anni come band. Altri gruppi si sono sciolti perché non è facile dover continuamente sottostare a compromessi, che creano conflitti interni difficili da sanare. Prima di pubblicare il nostro album d’esordio, August and everything after, si era accesa un’asta tra le etichette discografiche a chi ci offriva di più. Noi abbiamo rinunciato a molti soldi, prendendo solo 3.000 dollari a testa, in cambio del più completo controllo artistico. So che avremmo potuto guadagnare molto di più ma, da artista, non riesco a pentirmi di quella scelta”.






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