La privatizzazione di Enel ed Eni

Il Tesoro è intenzionato a vendere il 5% dei due colossi di stato. Pro e contro dell'operazione

– Credits: Ansa

Andrea Telara

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Il ministro dell'economia, Pier Carlo Padoan , sembra intenzionato ad accelerare il passo. Dopo il flop della quotazione di Fincantieri e il rinvio della vendita delle Poste (se ne parlerà nel 2015), il governo di Matteo Renzi ha deciso di indirizzarsi sui due maggiori colossi dell'industria pubblica: Enel ed Eni. Una quota attorno al 5% di entrambe le società verrà infatti messa presto sul mercato, probabilmente in autunno, con l'obiettivo di rastrellare un tesoretto da 5 miliardi di euro e utilizzarlo poi per il contenimento del debito pubblico.

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Ecco più nel dettaglio come si articoleranno le due operazioni. Per quanto riguarda Enel, il Tesoro detiene attualmente una partecipazione del 31% nel capitale della società. Con l'operazione di vendita in borsa del 5%, la quota del gruppo energetico in mano pubblica scenderà dunque attorno al 25-26%. Stesso discorso per Eni, dove il ministero dell'Economia possiede il 4,3%  del capitale mentre un ulteriore 25,76% della società è in mano allo stato attraverso il veicolo della Cassa Depositi e Prestiti (Cdp). Nel gruppo petrolifero del cane a sei zampe, è molto probabile che venga venduta soltanto la partecipazione del Tesoro, senza toccare quella che fa capo alla Cdp.

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Alla fine, entrambe le operazioni frutteranno appunto attorno ai 5 miliardi di euro allo stato, almeno secondo gli obiettivi fissati dall'esecutivo che trapelano nelle indiscrezioni di queste ore. Come verranno impiegati i soldi? Lo scopo dichiarato è ridurre il debito pubblico. E' ben evidente, tuttavia, che la somma incassata sarà in realtà molto esigua, o addirittura ridicola, se raffrontata allo stock complessivo dell'indebitamento italiano, che oggi supera ampiamente i 2mila miliardi di euro.

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A cosa servono, allora, le privatizzazioni di Enel ed Eni? In realtà, secondo molti osservatori il vero obiettivo di Padoan e Renzi è attirare gli investitori internazionali o almeno non far scappare quelli che hanno già fatto rotta verso la Penisola. Da tempo, infatti, i capitali stranieri guardano con interesse all'Italia ma ora c'è già chi sta cambiando idea e accantonando l'ipotesi di tornare a investire a sud delle Alpi. Di conseguenza, visti i ritardi e i mezzi flop delle privatizzazioni di Fincantieri e Poste, l'esecutivo vuole dare adesso un segnale deciso alla comunità finanziaria internazionale, mettendo sul mercato almeno un pezzettino dei suoi gioielli più preziosi. Le azioni di entrambe le società, tra l'altro, sono presenti da anni da sul listino di Piazza Affari e non sono mai state snobbate dagli investitori italiani ed esteri, visto che assicurano regolarmente ai loro azionisti ricchi dividendi.

E' proprio attorno al tema dei dividendi, però, che ruotano molti dubbi sulla reale utilità della vendita di Enel ed Eni. I due colossi di stato, infatti, ogni dodici mesi garantiscono al loro azionista di maggioranza relativa, cioè al Tesoro, la distribuzione di una quota consistente degli utili realizzati. Riducendo la propria partecipazione in entrambe le aziende, dunque, il governo riuscirà pure a dare un colpettino al debito pubblico ma dovrà per forza rinunciare pure a una bella fetta dei dividendi di Enel ed Eni che prima gli spettavano. Se si vuole privatizzare a tutti io costi, insomma, bisogna pagare un prezzo.

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