Mohsin Hamid, 'Exit West' - La recensione

Destini individuali nell'esodo collettivo: un racconto indimenticabile sulla civiltà del disagio

Exit West

Exit West, particolare della copertina – Credits: Radius Images / Getty Images Plus

Michele Lauro

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Terzo romanzo del pakistano Mohsin Hamid, Exit West è un libro bellissimo che, forse non a caso, esce nell'anno in cui anche un grande regista come Alejandro Iñárritu dedica un film alla parabola umana dei migranti. Il dramma sociale del nostro tempo - la guerra, la fuga, l'esilio - risalta sullo sfondo di un destino di coppia. Nadia e Saeed s'innamorano proprio mentre la loro città sta per diventare ostaggio della barbarie. Entrambi hanno un lavoro, una casa, una famiglia. Lei indossa sempre una tunica, ma è solo per proteggere la propria indipendenza, quella di una ragazza single che va in giro in scooter.

S'incontrano, si frequentano, si amano, fumano erba, ascoltano canzoni. Vivono, insomma. Poi i fuochi, i fucili, i rastrellamenti, i droni, la morte che si porta via la madre di Saeed e si impossessa anche dei sogni. Come tutti Nadia e Saeed hanno sentito parlare delle black doors, porte che traghettano in un misterioso altrove dove ben presto si ritrovano, insieme ad altri milioni di profughi, provando a ricominciare. L'autore interseca nella storia fulminei squarci della nuova vita di altre persone, ambientati in luoghi ben noti (mentre la città d'origine dei protagonisti rimane senza nome): Tokyo, Vienna, Amsterdam, Tijuana, Marrakech. Una tecnica narrativa capace di rendere la simultaneità del tempo nell'era della globalizzazione.

Exit West aggiorna il canone del realismo magico ai fili aggrovigliati della nostra contemporaneità. La sua distopia è un trucco. La metafora dei passaggi segreti, debitrice forse alle Cronache di Narnia di C.S. Lewis, rende ancora più straniante il riverbero della catastrofe sulla vita di ogni giorno. Un po' come nel Fondamentalista riluttante, il romanzo d'esordio di Hamid da cui nel 2012 Anita Nair trasse uno splendido film, anche qui sono le sfumature, le "riluttanze" che ci aiutano a capire la psicologia dell'esilio, le torture, le contraddizioni. Per Nadia e Saeed la catastrofe è, sì, perdere la casa, il lavoro, la famiglia, veder seccare la pianta di limone insieme alla dignità. Ma è anche, forse soprattutto, la drastica depauperazione degli orizzonti. La perdita del futuro. Il fallimento del progetto di coppia.

La questione dell'identità, esplosa sull'isola di Mykonos dove, nel grande capo di rifugiati, "ognuno era straniero" (quindi di fatto nessuno lo era), si riverbera sulla loro dinamica in maniera ambigua, dolorosa, imprevedibile. Più sono avvinghiati dagli eventi, più rinsaldano con reciproca protezione e amore le scelte compiute insieme, più Nadia e Saeed si allontanano. Inesorabilmente. Cambiano l'uno sotto gli occhi dell'altro senza riuscire ad accorgersene, vicini come fratelli. Sarebbe accaduto lo stesso se non fossero stati costretti a una nuova nascita? Il lettore resta con questo interrogativo e con un altro, ancora più amaro, sul destino universale dell'amore: "amare significa accettare che un giorno non riuscirai più a proteggere ciò che hai di più prezioso". Ma arriverà mai, quel giorno? Come fa l'amore a sopravvivere alle insidie della vita?

Se il mix di reale e surreale può confondere le idee, Exit West disegna comunque un mondo in cui l'apocalisse è già arrivata. Eppure, come sarebbe lecito aspettarsi, non coincide con la fine. Come i grandi narratori (penso, sul fronte occidentale, a quanti hanno raccontato la resilienza di soldati e civili durante le guerre mondiali), Hamid intercetta la quintessenza dell'humanidad proprio dentro la catastrofe. Le persone continuano ad avere desideri e affetti umanissimi, anche quando la paura sembra cancellare tutto: l'amore, l'odio, la pietà, la tenerezza, la nostalgia, la generosità, la vergogna. E sopra a tutti la speranza, che si aggiorna di continuo specie quando la transitorietà rinsalda il valore delle cose.

"Siamo tutti migranti attraverso il tempo", conclude lo scrittore regalando a un'anziana signora di Palo Alto la visione di un'umanità affratellata nel lutto. Sembra di riascoltare l'ultimo Leopardi, quando nella Ginestra assegnava nobiltà di spirito ai coraggiosi capaci di sollevare gli occhi mortali sul "comun fato", cioè di non accrescere le sciagure della specie con "odii e ire fraterne". Un pensiero inattuale, spazzare via diversità, religioni, confini nel nome di una fratellanza di matrice laica e universale. Ma è proprio vero che la quiete di cui si dice che è la quiete prima della tempesta, in realtà "sta lì ad aspettarci fra un gradino e l'altro della nostra marcia verso la mortalità, quando siamo costretti a fare una sosta e a non agire ma essere".

Mohsin Hamid
Exit West
Einaudi
155 pp., 17,50 euro

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