La letteratura che ti sdruma: perché non mi piace Philip Roth e cosa mi piace invece (e perché)
La letteratura che ti sdruma: perché non mi piace Philip Roth e cosa mi piace invece (e perché)
Cultura

La letteratura che ti sdruma: perché non mi piace Philip Roth e cosa mi piace invece (e perché)

Ti si avvicinano, loschi e ammiccanti, e ti fanno: vuoi roba forte? Vuoi sdrumarti, vuoi spappolarti il cervello, vuoi sbiancare vuoi cascare per terra farti rivoltare gli occhi entrare in fissa andarci a rôta? Te vôi senti’ male? Leggi…Leggi tutto


Ti si avvicinano, loschi e ammiccanti, e ti fanno: vuoi roba forte? Vuoi sdrumarti, vuoi spappolarti il cervello, vuoi sbiancare vuoi cascare per terra farti rivoltare gli occhi entrare in fissa andarci a ruota? Ti vuoi sentir male? Leggiti Philip Roth (ho già detto di avere amici vanagloriosi, villani e molto spesso spacconi).

Io lo so cosa intendono. Intendono: tu che ti ritieni tanto furba, sgamata e di gusti sottili, tu che pensi che le tue letture all’acqua di rose e i tuoi polverosi classici siano il massimo che l’ingegno umano possa produrre e la tua assefuazione è giunta a un tale livello da renderti apatica e incapace di affrontare un autore che non conosci convinta come sei nel tuo piccolo mondo di certezze letterarie che i contemporanei siano tutti uguali, leggiti Roth.

E io l’ho letto. Non so se l’avete notato, ma i lettori di Roth (non parliamo dei fan) hanno sempre quella certa arietta da iniziati, tanto che mentre ti stanno dicendo “leggiti Roth”, in realtà ti stanno anche dicendo “non leggerlo”, così che loro possano continuare a dirti all’infinito “leggiti Roth”. Inoltre, come nei sistemi di vendita piramidali tipo Amway o anche come usa tra vampiri, danno per scontato che tu dopo la lettura sia conquistato al loro credo, contagiato o affiliato alla loro brama di altri romanzi di Roth e vada in giro a fare proseliti. In caso contrario, ti dicono che la tua incapacità di capire, di comprendere profondamente e intimamente Roth dipende soprattutto, oltre che dalla tua deficienza morale e intellettuale, dal fatto che non hai letto Il teatro di Sabbath.

Allora?
Che.
Hai letto Roth?
Ah, sì.
Forte, eh?
[Ho dimenticato di dire che ti danno di gomito]
Allora. Se intendi forte-bravo, sì. Se intendi forte-genio della letteratura, pure, forse. Se intendi se m’ha fatto strippare, sbiancare, tremare, no.
Eh ma dipende da che hai letto.
Ma tu non intendevi che tutto Roth mi avrebbe sdrumato?
Sì, no, dipende.
Oh, tu mi ha detto…
Avrai letto qualcosa di minore.
? Senti, ne ho letti otto. Pastorale americana, Everyman, Lamento di Portnoy, L’anima-
Eeeeh, lo vedi!
Ma come lo vedi, sono i suoi capolavori.
Sono considerati i suoi capolavori. Tu devi leggerti Il Teatro di Sabbath.
No, senti, voglio leggere anche altri autori. Roth ha sfornato un libro ogni sei mesi e-
Rilasciato
Eh?
Si dice rilasciare, lui i libri li rilascia.

Oh, devi leggere il teatro de Sabbath!!, eddai, su.

E io lo sto leggendo.

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È bello? Sì, è bello. Fa ridere? Sì, molto, per mezzo di un sarcasmo senza remore che è insieme il pianto doloroso per l’uomo (come specie e come genere). Ci sono errori di ortografia? No, nessuno. È crudele? Molto. Spalanca l’abisso degradato della natura umana? Senz’altro sì. È dalla parte dell’afflitto, dell’offeso, del miserabile perché bastonato dalla vita? Diciamo di sì.

Ma. Ma. Ma. Ma. Ma è pieno di quella cosa, di quel non saprei come chiamarlo… di quell’essenza di Philip Roth, come una stanza bellissima con dentro uno che non ci ha mai convinto è piena del suo profumo. Si sente ovunque quel suo nichilismo disperante più che disperato che ti dà la sgradevole sensazione che si stia approfittando di te più che di sé stesso.

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Inoltre ho il sospetto che quello che di Roth piace ai fan di Roth (a questo tipo di fan di Roth) non sia il livello sublime a cui spinge la sua (e dei suoi personaggi) degradazione morale ma, semplicemente, il fatto che usi spesso la parola cazzo.

Infatti, la parte che avrebbe dovuto sdrumarmi è quella in cui Sabbath, ex burattinaio cinico e fallito, va sulla tomba della sua ex focosissima, depravata, vitale, amatissima amante cinquantenne, e si masturba selvaggiamente. Sulla terra. Nell’erba. Non solo: ma altri amanti di questa donna non bella in vita ma assetata di sesso si recano di notte sulla sua tomba, e compiono lo stesso disonorevole ma in realtà nobilissimo, tenero, rito, in un accesso dionisiaco-sacrificale che eleva nel degradare eccetera eccetera.

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Ho chiamato il fan di Roth:

Oh, allora? Forte, eh?
Mah.
Che mammoletta, non ti piace perché ti impressiona, ah-ah, bigotta.
Per niente, ma se preferisci è-
Ma l’hai letta la parte quando lui va sulla tomba della sua amante e…
Sì.
E quando vegliano la madre morta della prima moglie? Quando arriva l’imbalsamatore?
Sì.
Vabbe’, se non ti sdruma questo, non ti sdruma niente. Vatti a leggere i russi, va'.

[In realtà io so che avrebbe voluto aggiungere: non ti piace perché sei donna/perché hai l'invidia del pene].

Ora. C’è un tipo di scrittura davanti alla cui tirannica perfezione io alzo le mani. Non è quasi mai quella sfrenata, che come una diga cede alla forza delle immagini che contiene; al contrario: è quella che nel rigore più contenuto rivela la sua intenzione feroce; è quella che sfrutta la parte che le parole hanno in comune con la menzogna e l’orrore, e che sfiora questo limite senza violarlo. È quella nel cui alone l’autore si sottopone alla stessa dispotica esigenza delle parole di dire di sé stesse solo quello che vogliono loro, e in questo celarsi rivelano la loro tensione, la loro natura ambigua, liminale. Non mi piacciono le cattive maniere della letteratura dell’eccesso esplicito. Mi piace la crudeltà quando è pacata, logica, fondata su argomenti razionali. Per questo, per questa volontà esplicativa della indimostrabile verità del dolore, Sade è sadico, e non perché le vittime nelle sue storie sentono dolore.

Ma cosa in concreto mi fa tremare le ginocchia del cervello, cosa mi sdruma?

Ho scelto un brano, tra i dieci-undici che avrei potuto scegliere; il criterio con cui l’ho scelto soddisfa una tensione del tutto nervosa tra godimento della perfezione stilistica, sottomissione a un ritmo stretto e misterioso, stupore di fronte alla forza della scena raccontata e alle sue implicazioni, terrore davanti allo schema rigoroso e gelido con cui è costruita, palpito al cospetto di di un’ambiguità furiosa e lacerante.

Il cervello non mi si deve spappolare: devo avere la sensazione che l’autore me lo stia affettando, con mano ferma e sguardo freddo, inesorabile, e dopo avermelo affettato deve scoperchiarmi il cranio e dire: voici pour vous, Madame.

È un brano di Primo amore di Turgenev.

Il sedicenne Vladimir è in vacanza in una dacia estiva con i genitori, e si innamora perdutamente della sua vicina, la principessina Zinaida, ventunenne arrogante e viziata che tiranneggia con giochi crudeli e civettuoli un gruppo di spasimanti giovanotti riuniti nel suo salotto. Le dichiara il suo amore, ma lei lo deride, un po’ teneramente un po’ no. La sua estate procede tutta in questa spirale tesissima e arroventata tra passione e offesa, degrado e gelosia, con un padre gentile ma freddo e una madre nevrotica, fino a che comincia a notare un cambiamento nella ragazza e a sospettare che si sia innamorata. Una notte, messo in guardia da uno degli spasimanti, si apposta su un muro e vede un uomo in mantello nero che esce dalla casa di lei. È annientato, dolorante. Un pomeriggio per distrarsi chiede al padre di andare a cavalcare con lui lungo la Moscova.

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Passammo vicino a una catasta di vecchie travi ammucchiate, egli destramente le superò con un salto del suo Elektrik, e affidatemi le redini del suo cavallo, mi disse di aspettarlo lì, presso le travi, svoltò in un piccolo vicolo e sparì. Io mi misi a camminare in su e in giù lungo la riva (…). Mio padre non tornava. Dal fiume saliva un’umidità spiacevole; una fine pioggerella scendeva piano e macchiava con piccole macchie scure quelle stupide travi che mi erano venute a noia, e vicino alle quali io andavo su e giù.

[Si avvicina un poliziotto, che gli chiede cosa sta facendo e del tabacco]

Per liberarmi di lui (tanto mi tormentava l’impazienza) feci qualche passo nella direzione nella quale si era diretto mio padre; poi attraversai la viuzza, svoltai l’angolo e mi fermai. Sulla strada, a una quarantina di passi da me, davanti alla finestra aperta di una casa di legno con la schiena verso di me, stava mio padre: si appoggiava col petto al davanzale, e nella casetta, nascosta fino a metà dalla tendina, stava una donna con un abito nero, che parlava con mio padre. Questa donna era Zinaida.

Rimasi di stucco. Il mio primo impulso fu di fuggire. “Mio padre mi vedrà e io sono perduto” pensai. Ma uno strano sentimento, un sentimento più forte della curiosità, più forte persino della gelosia, più forte del timore, mi fermò. Pareva che mio padre insistesse su qualcosa. Zinaida non era d’accordo. Vedo ancora il suo volto, triste, serio, bello, con una espressione indescrivibile di devozione, di tristezza, di amore e di non so quale disperazione: non trovo altre parole. Ella pronunciava parole di una sola sillaba, senza alzare gli occhi, sorrideva solo, docile e ostinata. Da quel solo sorriso io riconobbi la mia Zinaida. Mio padre alzò le spalle e si sistemò il cappello sulla testa, il che era sempre segno in lui di impazienza… Poi si sentirono le parole «vous devez vous séparer de cette…». Zinaida si raddrizzò e tese una mano… A un tratto davanti ai miei occhi avvenne una cosa incredibile: mio padre improvvisamente alzò il frustino, con il quale aveva scosso la polvere dalle falde del suo soprabito, e io sentii un forte colpo sul braccio di Zinaida, nudo fino al gomito. Mi trattenni appena, riuscii a non gridare, Zinaida sussultò, guardò in silenzio mio padre e accostò piano il braccio fino alle labbra, e baciò l’orma rossa  che vi era stata impressa.

Mio padre scagliò lontano il frustino e, salendo di corsa sui gradini del pianerottolo, si precipitò in casa.

Ecco. O si spappola il cervello degli altri, consumando a scapito dell’emotività altrui la rozza incarnazione passionale del proprio scontento, o si macera il proprio a beneficio dell’implacabile chiaroveggenza di stare tutti a condividere lo stesso banco di macelleria.
O si sparge il seme sulle tombe degli altri, o si è tra i vivi seme sfortunatamente non sparso.

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