Gabriele Romagnoli, 'Coraggio!' - La recensione
Gabriele Romagnoli, 'Coraggio!' - La recensione
Cultura

Gabriele Romagnoli, 'Coraggio!' - La recensione

Il coraggio e la paura, il dovere, il sacrificio, la passione. Storie esemplari di scelte controcorrente

Ha vinto la paura. Le elezioni americane, il referendum inglese, il serpeggiante malessere della democrazia occidentale sono un iceberg sospinto alla deriva dalla frustrazione e dal disimpegno, dalla corrosione delle speranze e delle aspettative per il futuro. Ma il marketing della paura ha un ufficio stampa molto efficiente: serve per aumentare il consenso, esercitare il controllo, assumere il potere. E il suo naturale antidoto sembra vedersi poco in giro. Gabriele Romagnoli, giornalista e viaggiatore di ampi sguardi e scrittura brillante, raccoglie la sfida componendo una piccola "orazione civile" sul senso civico. Una storia necessaria e, certo, anche un libro per farsi, per fare Coraggio!

Il filo conduttore è la vicenda di A. Sacco, un italiano emigrato in Francia premiato nel 1936 dalla Fondation Carnegie come eroe della civiltà, per un suo atto di generosità e coraggio. Venuto in possesso della targa in bronzo che ne certifica l'attribuzione, il reporter si mette in viaggio sulle tracce del lontano antenato. Dal Marais parigino (dove si trovano gli Archivi della Fondazione) all'Alta Savoia (dove si svolsero i fatti), Romagnoli esplora le fonti: consulta documenti, macina indizi, incontra persone. Ma poi ricostruisce la storia di quel gesto disinteressato usando più l'immaginazione e la sensibilità dello scrittore che gli strumenti dell'indagine giornalistica. Usando la passione.

Parigi e il Bataclan - luogo simbolo della paura ma anche del coraggio - aprono digressioni intorno a storie paradigmatiche di uomini e donne che nel corso della vita hanno scelto di rischiare, senz'altro tornaconto che il dovere. Nel cast trovano posto fra gli altri un personaggio biblico come Giobbe e una santa contemporanea come Madre Teresa, che Romagnoli conobbe personalmente nel corso di una rocambolesca visita a Calcutta; il capitano Rowan, che affrontò a viso aperto la giungla cubana con un messaggio da consegnare, e il calciatore Eric Abidal, che nel 2011 Pep Guardiola schierò in campo nella finale di Champions pochi mesi dopo aver subito un intervento al fegato per un tumore; il generale Dalla Rovere diretto da Roberto Rossellini e il Fantozzi della Corazzata Potemkin diretto da Paolo Villaggio.

Il ventaglio è ampio e variegato e comprende naturalmente anche un esercito di persone comuni, com'era certamente l'immigrato A. Sacco. Sono i tanti che hanno praticato fino in fondo il Mestiere di uomo, per citare il titolo del libro in cui nel 2014 Umberto Veronesi - uno che non le ha mai mandate a dire neanche ai potenti - raccontò il suo lungo percorso umano e professionale. "Trasgredire è una necessità storica", diceva Veronesi facendo l'esempio dei carnefici nazisti che portarono a propria discolpa l'obbedienza agli ordini. Andare oltre le aspettative, rischiare. Lo sa bene il profugo di Lampedusa che in Fuocoammare di Gianfranco Rosi confessa: "A volte il rischio è non rischiare". A volte uno scatto illumina il destino anche nella vita di chi è stato meno fortunato.

Ma per trasgredire ci vuole coraggio. Può essere il coraggio rivoluzionario dell'oncologo che si battè per umanizzare le corsie d'ospedale, oppure quello spregiudicato del senatore americano Edmund Ross che nel 1868 salvò dall'impeachment il presidente Andrew Johnson, pur detestandolo, solo per non piegarsi a un'ingiustizia che avrebbe violato la Costituzione. Poi c'è un coraggio invisibile che - al di là di ogni retorica - orienta la vita di tutti i giorni a partire dall'atto stesso di tirarsi su dal letto, quello che invocava l'imperatore Marco Aurelio con grande semplicità nei suoi Pensieri: "Al mattino, quando non hai voglia di alzarti, ti sia presente questo pensiero: mi sveglio per compiere il mio mestiere di uomo". Questo principio universale, diciassette secoli prima dell'imperativo categorico kantiano, conteneva in nuce il principio di un'etica laica basata sull'autodeterminazione individuale.

Poco dopo aver letto Coraggio! ho trovato sul giornale la notizia dei 40 italiani premiati dal Quirinale per atti di generosità verso il prossimo. Persone comuni, la pensionata, l'ispettore di polizia, l'alpinista, il chirurgo. Messe alla prova dal destino, ciascuna nel proprio campo, non si sono tirate indietro. Il rituale del premio è un modo di non ignorare, come teorizzava la fondazione del magnate Carnegie, gli atti che non hanno occasione di brillare sui campi di battaglia. Ce n'è bisogno, mi pare, perché quello di Don Abbondio è l'alibi più resistente nella storia della letteratura: un vaso di coccio in mezzo a tanti vasi di ferro. Invece il coraggio si sceglie, si impara, ce lo si può dare. O almeno ci si prova. Anche se ci convincono del contrario.

Perché al fondo di tutte le nostre paure, conclude Romagnoli - quella dei bravi e quella della povertà, quella dell'Isis e dello straniero - ce n'è una definitiva: la morte. E la paura della morte si affronta quando si ha una causa per cui combattere, o più semplicemente una buona ragione per vivere. "Il coraggio come forma di sopra-vivenza." Pensava a questo forse Michael Moore quando ha detto, a proposito delle elezioni americane, "gli haters perdono sempre, vincono per un po', e poi basta". Non per chiudere gli occhi davanti al disastro, ma per fare, per farsi coraggio.

Gabriele Romagnoli
Coraggio!
Feltrinelli
106 pp., 10 euro

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