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Sostenitori del governo cubano dopo la manifestazione antigovernativa dell'11 luglio 2021 (Getty Images).
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A Cuba la più rilevante protesta antigovernativa degli ultimi 60 anni

Migliaia di persone in piazza all'Avana per manifestare contro la crisi economica.

Sta salendo la tensione a Cuba. Nelle scorse ore, migliaia di persone sono scese in piazza nelle città dell'isola, per protestare contro la sempre più carente situazione economica e contro l'autoritarismo del regime castrista. Alla base del malcontento, secondo l'Associated Press, si registrerebbero la carenza di scorte alimentari e l'impennata dei prezzi, principalmente dovuta alla crisi pandemica. Stando a quanto riferito dalla Bbc, si tratta della più significativa dimostrazione antigovernativa degli ultimi 60 anni, con i manifestanti che hanno gridato slogan inneggianti alla libertà e invocato energicamente le dimissioni del presidente Miguel Díaz-Canel.

Quello stesso Díaz-Canel che, in un discorso televisivo, ha scelto il contrattacco, esortando i suoi sostenitori a far sentire la propria voce. «Chiediamo a tutti i rivoluzionari del Paese, a tutti i comunisti, di scendere in piazza e andare nei luoghi in cui si svolgeranno queste provocazioni» ha dichiarato. «L'ordine del combattimento è dato: in piazza i rivoluzionari». Più in generale, il governo cubano sembra convinto che, dietro le proteste, si celino influenze di matrice statunitense. La repressione intanto è già in atto: le forze dell'ordine hanno lanciato lacrimogeni contro i manifestanti, mentre – stando a quanto riportato dal sito della Cnn – si sarebbero registrati già numerosi arresti.

Ricordiamo che questi disordini vengano a inserirsi in una situazione – quella cubana – sempre più deteriorata. Nel 2020, l'economia dell'isola ha registrato un crollo dell'11%: il dato peggiore dal 1993. Anche dal punto di vista eminentemente sanitario si riscontrano fortissimi problemi: proprio nelle scorse ore, si sono registrate cifre impietose sul fronte pandemico (7.000 contagi e quarantasette morti). In tutto questo, ha giocato un ruolo anche il crescente isolamento internazionale, soprattutto a causa dell'indebolimento di uno storico alleato sudamericano come il Venezuela. I problemi sono quindi pressanti per Díaz-Canel, salito al potere nel 2018 e diventato – lo scorso aprile – segretario del Partito comunista cubano, succedendo a Raul Castro.

Quanto accade a Cuba sta già determinando delle ripercussioni nel panorama politico statunitense. «La vera natura di questo regime barbaro si mostra, specialmente per coloro che ancora nutrono fantasie e illusioni su quale sia la vera natura di questo regime» ha dichiarato Il senatore repubblicano della Florida Marco Rubio. «Alle persone che stanno protestando voglio che sappiano che la vostra voce è già stata ascoltata». Per poi concludere: «Siamo con voi nello spirito e speriamo di essere con voi nell'azione. Faremo tutto il possibile». Una posizione dura è stata assunta anche dal senatore democratico del New Jersey e presidente della Commissione Esteri del Senato, Bob Menendez: «Ascoltiamo le loro voci. Ascoltiamo le loro grida di disperazione. Sosteniamo le loro richieste, assicurandoci di non perpetuare i decenni di repressione del regime».

Si tratta di un problema non di poco conto per il presidente americano, Joe Biden. Ricordiamo infatti che costui fu vicepresidente di un'amministrazione – quella di Barack Obama – che, tra il 2014 e il 2016, avviò una fase di distensione con Cuba. Lo stesso Biden, tra l'altro, durante l'ultima campagna elettorale, criticò la linea dura di Donald Trump nei confronti dell'Avana. Tra l'altro, la crisi cubana rischia adesso di spaccare – per l'ennesima volta – il Partito democratico, visto che alcuni esponenti della sua ala sinistra (come la deputata Ilhan Omar) non nutrono troppa ostilità verso il regime castrista.

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