Coronavirus: pro e contro dello Smart Working
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Coronavirus: pro e contro dello Smart Working
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Coronavirus: pro e contro dello Smart Working

Dal lavoro, lezioni scolastiche, messe, corsi di fitness; ecco come l'Italia utilizza il web per cercare di restare nella normalità durante l'epidemia - Tutto sul Coronavirus - Cosa dice la legge sullo Smart Working

Dallo smart working alla Santa Messa, dai corsi di fitness alle lezioni scolastiche, dai cinema alle sfilate di moda. In tempi di Coronavirus il virtuale diventa l'unico appiglio al mondo reale e per evitare che quarantena, paura e obbligo di non uscire da casa trasformino l'apice dell'epidemia in una clausura (e in un catastrofico danno economico per l'Italia) l'intero sistema socio-produttivo si sta organizzando grazie alle infinite possibilità dell'online e al lavoro da remoto.

In questo senso è stato fondamentale il via libera governativo alla possibilità che le aziende adottino misure straordinarie di smart working anche se non previsto dal contratto di lavoro.

«Smart working" o "lavoro agile" in realtà è un concetto e una filosofia di lavoro particolare e per metterla in atto servirebbe una rivoluzione copernicana dell'impostazione stessa del rapporto tra azienda e dipendente, nel caso italiano è molto più modesto parlare di telelavoro».

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Lo Smart working – come spiega l'osservatorio Smart working del Politecnico di Milano - «è una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati».

«Lo Smart Working – prosegue la nota - non è il telelavoro: è anche, e soprattutto, un paradigma che prevede la revisione del modello di leadership e dell'organizzazione, rafforzando il concetto di collaborazione e favorendo la condivisione di spazi. Nell'ottica smart, il concetto di ufficio diventa 'aperto', il vero spazio lavorativo è quello che favorisce la creatività delle persone, genera relazioni che oltrepassano i confini aziendali, stimola nuove idee e quindi nuovo business».

L'Italia in questo senso è tra le ultime in Europa con solo il 2% del mondo del lavoro che opera in ottica smart a fronte di una media europea del 25,30%.

E' vero, però, che sia le grande aziende sia le PMI sia la pubblica amministrazione da qualche anno stanno favorendo la creazione di progetti di smart working in maniera sempre più intensa. I numeri dell'Osservatorio indicano che il 58% delle grandi imprese hanno introdotto la nuova ottica smart. A queste si aggiungono le PMI con il 18% della forza lavoro in remoto e il 16% delle pubbliche amministrazione.

Sono proprio questi comparti produttivi che, col il Dl n.6 del 23 febbraio 2020 circa le misure urgenti da adottare per fronteggiare l'emergenza, hanno spostato l'intero ciclo produttivo fuori dagli uffici. Vodafonde, Allianz, Generali, Fastweb, Sky, IBM nelle sedi del nord Italia sono palazzi deserti, ma aziende attive. L'80% dei dipendenti Vodafone, circa 2.700 persone, sta lavorando in maniera smart da casa. A Fastweb 1.700 dipendenti fanno lo stesso e a Sky solo in 300 sono in ufficio contro i 3.000 che lavorano da remoto.

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Potrebbero essere 8 milioni i dipendenti che fino al 15 marzo nelle regioni Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Veneto e Liguria potrebbero usufruire del via libera allo smart working per prevenire la diffusione del Coronavirus, ma molte aziende non sono organizzate sia da un punto di vista tecnico informatico sia da un punto di vista del lavoro umano e così nel migliore dei casi i dipendenti si collegano dal computer di casa e fanno quel che possono per non fermare il ciclo produttivo eseguendo compiti e aggiornando database, ma, come detto, lo smart working è un'altra cosa.

Lavorare da casa, inoltre, non è né facile né scontato e rischia di essere una lama a doppio taglio sia per i dipendenti sia per i datori di lavoro.

Dal punto di vista del lavoratore è fondamentale, in primo luogo, avere un'organizzazione del proprio tempo e dei propri impegni molto chiara ed essere autodisciplinati per evitare che la giornata lavorativa venga procrastinata all'infinito e intervallata da mestieri di casa, capatina al frigorifero, passeggiata col cane o lavoretti domestici.

E' vero, infatti, che lavorare dal proprio soggiorno migliora la gestione del tempo in famiglia e diminuisce stress e inquinamento (è stato calcolato che se tutti i lavoratori potessero usufruire del lavoro agile anche un solo giorno alla settimana le emissioni di CO2 diminuirebbero del 30%), ma è anche vero che la maggior quantità di tempo libero non deve danneggiare la produttività e il livello professionale.

Questo, però, può avvenire solo migliorando la cultura del lavoro e alzando il livello della propria affidabilità agli occhi dell'azienda. Azienda che per altro deve (e in Italia sono in pochi a farlo) dotare i dipendenti di strumenti tecnologici adeguati alla resa del prodotto sia in termini tecnici che in termini di sicurezza informatica e fornire indicazioni e scadenze chiare onde evitare errori e perdite di tempo.

Il manager in giacca e ciabatte è già un realtà in Europa mentre in Italia gli smart worker sono solo 570.000 (anche se il trend è in crescita del 20%) nonostante gli indubbi benefici che il lavoro agile ha per le aziende. A evidenziare questo aspetto è ancora l'osservatorio del Politecnico che spiega come «l'adozione di un modello 'maturo' di Smart Working può produrre un incremento di produttività pari a circa il 15% per lavoratore. Volendo proiettare l'impatto a livello di Sistema Paese, considerando che il lavoratori che potrebbero fare Smart Working sono circa il 22% del totale degli occupati l'effetto dell'incremento della produttività media in Italia si può stimare intorno ai 13,7 miliardi di euro».

Si tratta di dati potenziali che si scontrano con un sistema italiano ancora in alto mare. Si sa però che gli italiani sono un popolo tanto disorganizzato quanto creativo e che, a fronte di carenze strutturali a livello profondo, s'inventa il modo per cavalcare l'onda anche senza remi.

E così a macchia di leopardo in tutta la penisola in questi giorni di crisi, panico e psicosi da Coronavirus spuntano iniziative più o meno private per affrontare la quarantena. Dalle Parrocchie che hanno organizzato la celebrazione della S. Messa online fino alle visite guidate virtuali ai musei. Succede a Brera dove i dipendenti, a museo chiuso, hanno girato dei video tutorial con percorsi di approfondimento alle opere d'arte esposte e tour virtuali tra i corridoi ambrosiani.

La Cineteca di Milano ha messo a disposizione il suo catalogo di film in streaming, mentre alcuni professori hanno deciso di proseguire con compiti e lezioni on-line collegati in video call con gli studenti e da lunedì 2 marzo riapriranno le Università, ma solo con lezioni via web.

Diverse palestre, su tutte la catena di Virgin Active – chiuse da ormai sue settimane – hanno coinvolto i propri trainer creando video lezioni di fitness da mettere online a disposizione a tutti in modo da poter rimanere sempre in forma allenandosi all'aperto o comodamente a casa propria.

Anche la moda (l'emergenza Coronavirus ha fatto irruzione in Italia proprio nel ben mezzo della MFW) sta cercando di far fronte all'emergenza: Armani e Biagiotti hanno sfilato a porte chiuse con telecamere collegate con i buyer in giro per il mondo e Ferragamo ha inaugurato il primo con virtual show room con vendita da remoto.

Passata l'emergenza, il Coronavirus potrebbe trasformarsi nell'occasione per modernizzare e ripensare all'intero sistema socio produttivo italiano in forma digital and connected con un passo in avanti verso l'Europa e il mondo che potrebbe traghettare il nostra Paese nel futuro risparmiando tempo e denaro, migliorando la qualità della vita delle famiglie e decongestionando le città da traffico e inquinamento.

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