Sette sconfitte nelle ultime otto partite giocate in Europa sono un campanello d’allarme che Cristian Chivu non può permettersi di ignorare. Anche perché sono già costate all’Inter una precoce eliminazione dalla Champions League nel playoff di febbraio contro il Bodo Glimt e ora condizioneranno il cammino verso gli ottavi di finale che sembrava in discesa, complice un calendario non impossibile.
Cosa succede all’Inter quando esce dai confini della Serie A e si sposta in Europa? Spiegare tutto con il livello superiore della Champions League rispetto al campionato è troppo semplice e approssimativo. La rosa messa a disposizione di Chivu è all’altezza del compito e vale almeno quell’ottavo di finale che nei documenti societari è indicato come traguardo minimo per tenere insieme risultati sportivi e conto economico.
Le difficoltà, dunque, sono diverse e vanno cercate nel modo con cui Chivu usa la squadra. Rispetto a Simone Inzaghi (due finali di Champions League in quattro anni) il romeno ha alleggerito la fase difensiva, reso più rapida e verticale la transizione in attacco e alzato pressione e baricentro di diversi metri. Scommessa interessante con controindicazioni evidenti, soprattutto se non supportata dalla scelta di difensori veloci, abili a marcare in spazi ampi.
I numeri fotografano impietosamente questo limite (difetto?) di progettazione. Nelle otto gare della serie negativa, interrotta solo dalla vittoria a Dortmund in casa del Borussia, l’Inter ha incassato 17 gol, tenuto la porta inviolata solo in Germania e concesso una montagna di conclusioni agli avversari. Tradotto: Joseph Martinez e le sue amnesie sono una parte del problema ma non spiegano tutto esattamente come un anno fa quello su Sommer era accanimento superficiale.
Contro Real Madrid e Bruges, situazione diversa ma identico finale, l’Inter ha giocato partite isteriche e senza equilibrio. Nessuna squadra può supportare strutturalmente due partite in cui complessivamente si va al tiro 85 volte (51-34) di cui 35 (20-15) nello specchio. Numeri da calcio disorganizzato, episodico, esposto ai venti degli errori individuali. Esattamente quello che ha condannato l’Inter al Bernabeu e a San Siro, facendo grande il Bruges.
Il tempo per correggere il progetto non manca ma non è nemmeno troppo. L’obiettivo rimane entrare negli ottavi di finale, farlo evitando la trappola del playoff (fin qui solo eliminazioni per le italiane con l’eccezione dell’Atalanta) si è fatto complesso. Ma il percorso di revisione passa anche da un bagno di realismo e umiltà: non basta dire e pensare di essere l’Inter per andare avanti. Tresoldi e la sua tripletta lo hanno svelato con brutale sincerità.
