Stiamo smettendo di mangiare salami. Ma non smettiamo di esserlo. Anzi, non siamo mai stati così salami come adesso che rinunciamo a mangiare salami. Come dimostra la notizia che arriva dalla provincia di Pordenone: nella patria del prosciutto San Daniele, infatti non si mangia più il prosciutto San Daniele. Almeno nelle mense scolastiche. Ai bambini saranno serviti pollo al curry e cous cous ma non il prosciutto di San Daniele e tantomeno il salame. E neppure la braciola di maiale. E neppure i rigatoni all’amatriciana con il pericolosissimo guanciale.
Tutto abolito in nome dell’islamicamente corretto. Che ci volete fare? Una volta eravamo così orgogliosi dei nostri patrimoni gastronomici che li portavamo da qui a là. Adesso, al massimo, da qui Allah.
La cancellazione delle radici alimentari nei refettori
La notizia friulana segue di qualche giorno quella arrivata da Piacenza: anche qui carne di maiale bandita dalle mense scolastiche, coppa e pancetta sacrificati sull’altare di Maometto. Nella città emiliana è stata organizzata una protesta, 1.400 firme raccolte in poche ore per chiedere ai ministri della Salute e dell’Istruzione di reintrodurre nella dieta dei bambini i piatti della tradizione. Risposta della sindaca del Pd Katia Tarasconi: non si può. Domanda dei genitori: perché?
Risposta della sindaca: perché con la carne di maiale, come la lonza, i bambini rischiano il soffocamento. Si capisce: bisogna evitare il rischio. Anche se, a dirla tutta, i bambini soffocati dalla lonza risultano a tutt’oggi inferiori ai cervelli dei sindaci soffocati dalla stupidità. O dall’islamofilia, ammesso che ci sia differenza tra le due cose. Se ne deve essere resa conto persino la sindaca visto che ha fatto una mezza marcia indietro: «Sì alla coppa, ma solo dalla terza elementare».
Dalle testimonianze storiche al paradosso del Concilio di Trento
È bello comunque vedere la leggerezza con cui rinunciamo a tradizioni secolari. Al Museo Civico di Piacenza c’è un ciondolo raffigurante un maialetto che risale all’epoca romana: già allora da queste parti si consumava carne suina. C’è un mosaico del XII secolo, nell’abbazia San Colombano a Bobbio che raffigura il sacro rito della macellazione, uno simile è custodito nella cripta della chiesa di San Savino a Piacenza. E il prosciutto San Daniele? Raccontano le cronache del Concilio di Trento che il 1 luglio 1563 i preti riuniti consumarono «trenta paia di parsutti» portati a dorso di mulo da San Daniele. Li aveva regalati il vescovo di Aquileia, che evidentemente non era un imam.
Non ancora, per lo meno.
Ora invece ci toccherà pure questo: un imam come vescovo. Ci stiamo avvicinando.
Il confine sottile tra apertura e perdita d’identità
Non ci credete? Guardate che cosa sta succedendo: siamo diventati l’Italistan, provincia musulmana, territorio di conquista dell’Islam. Quello che agli islamici non riuscì quando ci provarono con le armi a Poitiers (732), a Lepanto (1571) e a Vienna (1683) riesce oggi che usano le armi dell’immigrazione e della demografia: a Padova è appena stato istituito il tribunale che agisce in nome della sharia; a Torino nasce una maxi moschea con un minareto che sfida la Mole Antonelliana; a Bergamo pure, con i soldi del Qatar; a Pioltello le scuole chiudono per il Ramadan.
Qualche mese fa a Bologna la Madonna di San Luca fu tenuta rigorosamente fuori dai cancelli delle scuole, perché, dissero gli insegnanti, siamo un Paese laico. Però a Treviso gli insegnanti portano i bambini in moschea per farli inginocchiare verso la Mecca insieme all’imam. Laicità ad intermittenza. Che è un modo diverso di dire sottomissione.
Il cibo della tradizione ridotto a pura eccezione
Che ci volete fare? Dalla mancata integrazione (loro) alla disintegrazione (nostra) è un passo. Si sa che chi rinuncia a difendere le proprie radici rinuncia a difendere sé stesso. Eppure è accaduto: in gran parte delle scuole della provincia di Pordenone, San Daniele compreso, il San Daniele è stato cancellato. E insieme al San Daniele ogni tipo di carne di maiale. Si salvano solo due paesi, come ci informa Il Gazzettino di Venezia: Casarza della Delizia, dove un lunedì al mese ai bambini sarà concessa la pasta dell’amatriciana e un venerdì al mese verrà servita la lonza (evidentemente i bambini friulani soffocano di meno di quelli emiliani). E Spilinbergo dove a richiesta (e solo a richiesta) si potrà chiedere un’aggiunta di prosciutto sulle lasagne e sulla pizza margherita. Due paesi in tutta la provincia. Dal che si deduce che il nostro cibo tipico non è più tipico, ma diventa per l’appunto un’eccezione. Stranieri a casa nostra. Per questo smettiamo di mangiare salami. Ma lo siamo come non mai.
