In principio fu Alexandria Ocasio-Cortez, giovane stella dei Democratici e possibile sfidante di Donald Trump alle prossime presidenziali: «Woke 1.0 was crazy». In seguito è arrivato Giuseppe Conte, azzimato emulo italiano e aspirante premier di ritorno: «Questo indirizzo culturale è diventato una dottrina totalizzante». Da New York a Volturara Appula, decretano il fallimento dell’ormai ventennale ossessione: diritti, libertà, uguaglianza, cancel culture. Un mischione in cui la sinistra ha infilato tutto: dalle donne vessate ai transessuali emarginati. Sperava di aizzare il popolo contro conservatori e sovranisti. Ha scoperto che i poveri diavoli sono ossessionati da salari e bollette.
Il politicamente corretto era follemente corretto, insomma. E adesso che si fa? In Italia pochino, pare. Nel nome del wokismo, regioni e città continuano a spendere allegramente. D’altronde Elly Schlein, segretaria del Pd e ipotetica contendente alle primarie, non prende posizione. C’è da capirla. La sua abiura sarebbe particolarmente audace e insincera. Ma anche tanti vessilliferi arcobaleno proseguono nell’intento. A partire dal sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, e quella di Genova, Silvia Salis. Uno dei due potrebbe persino diventare il federatore del campo largo, per evitare la sanguinosa disfida tra Elly e Giuseppi.
Il conto nelle Regioni rosse: milioni a pioggia tra Umbria ed Emilia-Romagna
A morte il woke. Nelle regioni rosse sembra però tutt’altro che agonizzante. Anzi: è vivo e lotta insieme a noi. In Umbria hanno appena chiuso le candidature per «Orizzonti di Parità»: 155 mila euro saranno ripartiti ai progetti meritevoli, per prevenire discriminazioni di genere. Ma la più munifica rimane l’Emilia-Romagna, inespugnabile feudo piddino. Due mesi fa ha annunciato di aver destinato 440 mila euro a 35 progetti per promuovere la «cultura della pace» e la «cittadinanza globale». Una settimana dopo rilancia sontuosamente: 2,7 milioni per contrastare gli stereotipi.
La giunta guidata da Michele de Pascale, in perfetta continuità con l’illustre predecessore Stefano Bonaccini, dunque delibera: occorre rimuovere «ogni forma di disuguaglianza pregiudizievole». Il programma è certamente vasto, avrebbe detto il generale De Gaulle, ma l’ammontare sembra adeguato: tra stanziamenti passati e futuri, si arriva a sette milioni in quattro anni. Scorrendo la lista delle centosessantuno iniziative già finanziate ci sono allora «Genderful» e «Spazi trans autodeterminati». O il Teatro arcobaleno: 32 mila euro per educare alle differenze di genere bambini, adolescenti, famiglie e insegnanti. Mentre altri 24 mila euro sono stati impiegati per valorizzare le «identità non binarie» nello sport, promuovendo pure i «tesseramenti alias».
Le spese a Bologna e Genova: dal Patto da 290mila euro al maxi contratto per la consulente
Restando in zona, merita certamente un’ampia citazione il Comune di Bologna, una delle indiscusse capitali arcobaleno. È guidata da un altro fervente schleiniano: Matteo Lepore. L’anno prossimo confida nella riconferma, con l’entusiastico appoggio della segretaria e dell’universo woke. La sua giunta ha perfino stretto un Patto Lgbt da 290 mila euro con le associazioni più vivaci del settore, contribuendo ad assonanti iniziative: dalla Casa rifugio Lgbtqia+ allo Sportello Apag, criptico acronimo che sta per Accompagnamento percorso affermazione di genere. Ma gli intenti, a dispetto della ritrattazione contiana, sono assai più ambiziosi. Il Comune ha approvato anche le linee guida, «per integrare la prospettiva di genere nella progettazione della città». E adesso il Pd felsineo chiede di mettere in pratica quei precetti. Cantieri, parchi, edilizia: pure l’urbanistica a Bologna deve essere ridisegnata per mitigare le ingiustizie. D’altronde, poco dopo la sua elezione, Lepore fece distribuire ai dipendenti del comune un manualetto woke dal titolo: Parole che fanno la differenza. Nelle trenta pagine si esortavano i dipendenti ad adeguare il loro linguaggio datato ai tempi moderni. Bandito dunque l’inaccettabile maschile rivolto al gentil sesso. Largo ad assessora, consigliera e ministra.
Ecco: su questo Salis, arrembantissima collega genovese, non transige. Chi ha provato ad appellarsi a lei declinando inopportunamente, è stato fulminato. Lei è «la sindaca». Una predestinata: prima o poi, pare che dovrà guidare gli eterogenei progressisti. E se Giuseppi sconfessa, lei rilancia. Ripercorriamo allora la sua irresistibile ascesa. Viene proclamata leader nazionale mentre ancora nella Superba lo scrutinio è in corso. Si apprende subito che, doveroso ossequio alla lotta contro il patriarcato, il figlio porta solamente il cognome della madre. Annuncia quindi la nascita di un ufficio comunale Lgbtqia+, con sportelli in ogni municipio, per agevolare pure il turismo transgender e l’identità alias. Lo strategico compito viene così affidato a una fedelissima, Ilaria Gibelli, con un contratto di 162 mila euro per tre anni. La consulente si distingue subito con un vivace post sui social, poi cancellato, sostenendo che «i partiti cattolici sono quelli più omofobi, transfobici, razzisti, islamofobi, maschilisti». Segue ampia polemica.
Gli sconti d’affitto a Milano e gli 8,5 milioni della Capitale tra rassegne e festival
È invece agli sgoccioli il secondo mandato di Beppe Sala a Milano. Già nel 2019 si fece ritrarre con i calzini arcobaleno, per celebrare il Gay pride. Anche quest’anno ha deciso di non mancare la sfilata, promettendo in lascito l’ambiziosa «città dei diritti». Un’enclave arcobaleno, insomma. Il Rainbow center nascerà nell’ex Ansaldo della trendissima via Tortona, accanto al Mudec, il Museo delle culture. A maggio il Comune ha pubblicato un avviso per concedere i quasi mille metri dell’ex acciaieria con un sostanzioso sconto: il canone, per nove anni e rinnovabile, sarà di poco meno di 40 mila euro invece che 117 mila. Il mega centro non sarà solo un luogo di ritrovo, ma prevede accoglienza, orientamento e assistenza legale.
Anche Gualtieri, il sindaco della Capitale, non demorde. Roma Creativa 365 è un ricco programma biennale per la cultura da 8,54 milioni di euro. Tra gli ineludibili criteri figurano diritti civili, politiche di genere e interculturalità. Sessantamila euro sono serviti ad esempio per finanziare la rassegna cinematografica dedicata ai femminismi coloniali e postcoloniali. Centomila euro sono poi andati a Drag me up, festival che celebra la lotta a transfobia, patriarcato e maschilismo. E altri sessanta sono serviti per organizzare un altro festival a tema: Queer picture.
Spinaceto e il cemento patriarcale: un milione e mezzo per l’urbanistica di genere
Come Bologna, persino la Capitale si cimenta con l’«urbanistica di genere». Al Campidoglio vogliono ripensare spazi, servizi e mobilità in modalità più fluida. Nel genere, s’intende. A partire da queer e «persone con background migratorio», che «vivono la città con maggiori difficoltà in termini di sicurezza, mobilità e accesso ai servizi». L’arduo e oneroso compito di rivedere la caotica metropoli è stato affidato pure a una vecchia gloria della sinistra italiana: Giovanna Melandri, l’inossidabile ex ministra. Human foundation, da lei presieduta, ha redatto un quaderno intitolato appunto La prospettiva dell’urbanistica di genere a Roma, poi pubblicato dal Campidoglio.
Urge riprogettare al più presto. Basta città dominate dal «breadwinner», ovvero il ruvido capofamiglia che ogni mattina esce di casa per buscarsi la pagnotta. Come insegna la geografa femminista Jane Darke, nelle città moderne «il patriarcato è iscritto nella pietra». Tutto è stato costruito pensando al maschio dominante. Capito? Quel «binarismo di genere» è inaccettabile. Non è più sufficiente, per esempio, progettare una piazza. È necessario interrogarsi. Chi la attraversa? Qual è la sua identità? In che modo si sente rappresentato? Slarghi, marciapiedi, verde. Bisogna ripensare tutto. Il primo esperimento sarà a Spinaceto, ruspante periferia romana, dove verrà riqualificata una zona con un milione e mezzo di euro.
Del resto, cosa c’è di più patriarcale del cemento? Il woke sarà pure moribondo. Nella Capitale però continua a cavarsela egregiamente.
