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Milano, cantieri fermi e famiglie senza casa: il fallimento urbanistico dell’era Sala

Milano, cantieri fermi e famiglie senza casa: il fallimento urbanistico dell’era Sala
Il Sindaco di Milano Beppe Sala in Prefettura in conferenza stampa dopo il Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza pubblica a Milano, 5 novembre 2022.ANSA/MOURAD BALTI TOUATI

Nonostante le assoluzioni per il grattacielo di via Stresa, sono migliaia le famiglie che hanno pagato una nuova casa ma non riescono a entrarne in possesso a causa degli inciampi edilizi della giunta Sala. Una paralisi che tiene sotto scacco cittadini e costruttori.

Mirko ha 33 anni. Quando, alla fine del 2024, ha deciso insieme alla compagna di aderire a un progetto di edilizia cooperativa, pensava di essere a pochi passi dalla sua prima casa. L’intervento sarebbe dovuto partire nell’estate del 2025, in via Castellammare. Oggi, quasi due anni dopo, non sa ancora se e quando vedrà aprire quel cantiere. Nel frattempo, continua a vivere in una città dove comprare casa è sempre più difficile e dove persino i progetti pensati per rendere l’abitare più accessibile sembrano essersi impantanati in una palude burocratica senza uscita. Claudia, invece, aspetta dal 2020. Quando aderì all’intervento di via Taggia, suo figlio aveva due anni. Oggi ne ha otto. Intanto è arrivato un secondo bambino, la famiglia è cresciuta, le esigenze sono cambiate. La casa, però, è rimasta solo sulla carta. Sei anni dopo non esiste ancora una data per l’avvio dei lavori. Poi c’è Teresa, che racconta la vicenda del figlio, socio della cooperativa Cascina Gatti. Nel 2024 aveva aderito al progetto con la prospettiva concreta di trasferirsi entro il 2027 in un quadrilocale adatto a una famiglia con tre figli piccoli. Oggi i bambini stanno per diventare quattro, mentre la famiglia continua a vivere in un appartamento troppo piccolo, dopo avere già sostenuto un significativo esborso economico e senza alcuna certezza sul futuro. La sua preoccupazione è racchiusa in una frase pronunciata dalla nipote: «Nonna, per Natale mi regali un po’ di spazio in casa?». Una domanda che Teresa racconta di non avere potuto soddisfare. E che fotografa meglio di qualunque statistica il costo umano della crisi abitativa milanese. Se la situazione non si sbloccherà, aggiunge, potrebbe  arrivare a lasciare il proprio alloggio al figlio, per garantire alla sua famiglia condizioni abitative migliori.

Poi ci sono le famiglie dei cantieri sequestrati. Quelle che continuano a pagare mutui per appartamenti che non possono abitare. Quelle che versano contemporaneamente rate e affitti. Quelle che da oltre due anni vivono sospese tra ricorsi, sequestri, sentenze e rinvii. Dopo l’assoluzione piena nel processo Torre Milano, il Comitato Famiglie Sospese ha parlato di «un’ingiusta condanna» pagata in questi anni da cittadini che hanno visto congelati risparmi, progetti e futuro. «Quando arriverà il momento di annullare il sequestro delle nostre vite?», si chiedevano già dopo il dissequestro del cantiere di via Zecca Vecchia. Oggi la formula è ancora più netta. «Chiediamo che si dissequestrino immediatamente le nostre vite», dice Filippo Borsellino, portavoce del comitato.

È da queste storie che bisogna partire per capire la crisi urbanistica che attraversa Milano. Perché dietro le dispute giuridiche sulle Scia, i piani attuativi, le qualificazioni edilizie e i titoli abilitativi ci sono persone che aspettano una casa. E perché dopo anni di inchieste, processi, sequestri, promesse e cambi di linea amministrativa, la giunta guidata da Beppe Sala sembra arrivata alla fine del mandato senza essere riuscita a trovare una via d’uscita. Il primo verdetto penale del lungo filone urbanistico è arrivato con l’assoluzione degli imputati nel processo Torre Milano, il grattacielo di via Stresa. Una decisione importante, destinata a pesare sul confronto tra Procura, Comune e operatori, ma che non chiude il problema della città. La formula dell’assoluzione, secondo la lettura che filtra dagli ambienti giudiziari, potrebbe infatti segnare una distinzione decisiva tra l’illegittimità urbanistica dell’intervento e l’assenza di responsabilità penale personale, legata al quadro normativo incerto in cui si sarebbero mossi costruttori, progettisti e funzionari.

In altre parole, il processo penale su Torre Milano dice che, in quel caso, il reato non c’è. Non dice però che il vecchio modello possa tornare com’era. Resta il fatto che proprio le indagini di questi anni hanno già cambiato il modo di costruire a Milano, rendendo più stringente il ricorso ai piani attuativi, più attenta la valutazione del carico urbanistico e più difficile procedere con titoli edilizi leggeri per interventi di forte impatto. L’ultima conferma è arrivata ancora una volta da via Fauchè 9, il cantiere simbolo dell’intera stagione giudiziaria che ha investito l’urbanistica milanese. Nelle scorse settimane il Tar della Lombardia ha respinto il ricorso dei costruttori contro l’ordine di demolizione disposto dal Comune, confermando una linea ormai netta: l’edificio non può essere salvato né attraverso un nuovo progetto né con demolizioni parziali. Secondo i giudici amministrativi, la precedente sentenza del Consiglio di Stato non aveva evidenziato soltanto irregolarità procedurali, ma violazioni sostanziali dell’intervento. Non si trattava, dunque, di correggere un vizio formale. Per il Tar le irregolarità hanno una «portata radicale» e riguardano le caratteristiche strutturali e costitutive dell’opera. Da qui l’impossibilità di una sanatoria, anche parziale. L’abuso, in altre parole, investe l’intervento nella sua interezza. È un passaggio pesante. Perché via Fauchè non è soltanto una vicenda edilizia. È il punto in cui il modello milanese della semplificazione amministrativa si scontra con il limite imposto dai giudici. L’intervento era stato avviato come ristrutturazione con Scia alternativa al permesso di costruire. Per Tar e Consiglio di Stato, invece, si trattava di nuova edificazione, con un aumento del carico urbanistico che avrebbe richiesto ben altro percorso.

Mentre i tribunali continuano a tracciare la rotta, la politica appare ancora ferma. Il risultato è una città bloccata su due piani: da una parte i cantieri finiti sotto inchiesta, dall’altra i nuovi interventi che faticano persino a partire. Lo dimostrano i numeri presentati dal Consorzio Cooperative Lavoratori. A Milano sono fermi 440 alloggi tra edilizia convenzionata, edilizia libera e abitazioni destinate alla locazione a canoni accessibili. Cinque iniziative cooperative attendono ancora il rilascio dei titoli edilizi necessari. Sedici mesi sono trascorsi dall’ultimo incontro con i soci senza che siano arrivate tempistiche certe. Il dato pesa ancora di più se letto dentro il mercato immobiliare milanese. In una città dove il prezzo medio delle abitazioni supera ormai i 5 mila euro al metro quadrato e dove nelle zone centrali si può arrivare anche a 15 mila euro al metro quadrato, i progetti cooperativi bloccati avrebbero offerto case a condizioni radicalmente diverse: circa 2.750 euro al metro quadrato per l’edilizia convenzionata, fino a circa 3.900 euro al metro quadrato per quella libera, oltre ad appartamenti in locazione a canone calmierato. La distanza dal mercato è evidente. Il capoluogo lombardo continua ad attirare capitali, turismo, studenti, investimenti. Ma fatica sempre di più a trattenere chi dovrebbe abitarla ogni giorno. E la crisi urbanistica finisce così per saldarsi con la crisi abitativa: meno case accessibili, più incertezza, più ritardi, più sfiducia. Bloccare quei 440 alloggi non significa soltanto fermare cinque cantieri, ma togliere a giovani coppie, famiglie e lavoratori del ceto medio una delle poche occasioni ancora accessibili per restare a Milano. Secondo Alessandro Maggioni, presidente di CCL, la sentenza di Torre Milano è la conferma di un cortocircuito normativo. Non è un punto d’arrivo, ma la prova che servono regole chiare su titoli edilizi, oneri e responsabilità, per sbloccare cantieri e famiglie. È il paradosso della Milano che parla di casa accessibile e poi non riesce a sbloccare chi quelle case dice di essere pronto a costruirle. Lo sottolinea anche Vincenzo Barbieri, presidente di cooperativa Lum: «Milano ha urgente bisogno di case accessibili. Chiediamo al Comune trasparenza nelle istruttorie. Non cerchiamo scorciatoie, ma il corretto funzionamento della macchina pubblica».

Il tema non è più soltanto urbanistico. È sociale, economico, persino demografico. Una città che respinge il ceto medio, che rende proibitivo comprare o affittare, e che nello stesso tempo lascia sospesi progetti di edilizia cooperativa, rischia di perdere proprio quella popolazione che dice di voler trattenere: giovani coppie, famiglie con figli, lavoratori che non possono permettersi i prezzi del mercato libero. Sul fronte giudiziario, il dissequestro di via Zecca Vecchia e l’assoluzione nel processo Torre Milano hanno rafforzato la richiesta del Comitato Famiglie Sospese di aprire un tavolo permanente a Palazzo Marino e avviare un confronto con il governo per mettere in sicurezza famiglie e città. Per molti acquirenti resta il problema del tempo perduto, tra risparmi bloccati, mutui su case mai consegnate, affitti e progetti familiari congelati. «La politica deve ora rimediare ai danni sociali di questa paralisi», dice il portavoce Filippo Borsellino. Il comitato denuncia anche il blocco degli uffici comunali, dove molti dipendenti non firmerebbero più per il timore di procedimenti penali. A quasi dieci anni dall’arrivo di Sala a Palazzo Marino, l’urbanistica milanese appare ancora in cerca di una bussola. Toccherà al prossimo sindaco risolvere la situazione. Il caso di Mirko lo racconta meglio di qualsiasi delibera. «L’incertezza non blocca soltanto un progetto edilizio: impedisce le scelte di vita delle persone», ha spiegato all’assemblea dei soci. A 33 anni, dice, si comincia a pensare a una famiglia, a una stabilità, a un futuro nella città in cui si vive. Ma quando l’attesa diventa indefinita, «si finisce inevitabilmente per chiedersi se abbia ancora senso restare a Milano».

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