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Quelle vetrine vuote

Quelle vetrine vuote

L’editoriale del direttore

La sinistra preferisce parlare di legge Zan e di Ius soli, argomenti che sono più facili da maneggiare del crollo di vendite del terziario o della tassazione dei giganti del web.


Nei giorni scorsi mi hanno colpito due notizie, entrambe ugualmente trascurate dalla maggior parte della stampa. E se i giornali vi hanno prestato poca attenzione, la politica le ha praticamente ignorate, preferendo discutere del disegno di legge Zan, quasi che in Italia ci sia un’epidemia di omofobia e non un’altra che sta sterminando decine di migliaia di posti di lavoro. Le notizie che hanno attirato la mia attenzione sono due: la prima riguarda un rapporto della Confcommercio sull’andamento del terziario, la seconda i ricavi dei giganti del web e le tasse che hanno generato.

Comincio dai dati del settore servizi. Secondo il presidente dell’associazione che raggruppa il maggior numero di esercenti, Carlo Sangalli, per la prima volta dopo 25 anni di crescita ininterrotta, il commercio registra una flessione di quasi il 10% rispetto al 2019. In pratica, gli italiani hanno speso meno e questo ha fatto calare il fatturato di negozianti, di operatori turistici, e di chi opera nel settore della ristorazione e del divertimento. In cifre assolute parliamo di un crollo dei consumi pari a 130 miliardi di spesa, che ha penalizzato particolarmente quattro comparti, ossia i settori dell’abbigliamento, delle calzature, degli spettacoli e della ricezione.

In pratica, costretti dai lockdown ad abbassare le serrande, i negozi hanno venduto meno capi di vestiario, i teatri hanno dovuto rinunciare a mettere in scena concerti e recite, gli alberghi hanno dovuto chiudere. Ma se il conto degli effetti provocati dalle misure contro il coronavirus fa 130 miliardi per il solo 2020, poi bisogna tirare le somme dei posti di lavoro persi, e anche in questo caso a farlo è stata Confcommercio, che ha stimato i disoccupati del settore in 1,5 milioni, oltre la metà dei 2,5 milioni di persone che secondo l’Istat non hanno un posto fisso e nemmeno uno stipendio.

Le cifre fanno paura, anche perché nel caso in cui il Covid sparisse all’improvviso, da questo disastro non ci riprenderemmo in fretta. Ogni mattina, quando mi reco in redazione, mentre percorro alcune delle strade del centro di Milano conto le vetrine vuote e mi sembra di fare l’elenco quotidiano dei caduti nella battaglia che i negozianti combattono per rimanere aperti. Ma se a me, quando leggo i dati impietosi della crisi, tremano le vene dei polsi perché immagino le conseguenze che questi numeri avranno nei prossimi mesi, quando il blocco dei licenziamenti sarà tolto e i sostegni (quei pochi che sono stati messi in campo) cesseranno, la politica non sembra darsi troppa pena, preferendo discutere di Ius soli, legge Zan, voto ai sedicenni e via elencando, quasi che da questi provvedimenti dipendesse il futuro del Paese.

La seconda notizia che mi ha colpito insieme a quella del drammatico calo dei consumi riguarda invece i boom di ricavi di un colosso come Amazon, cioè della multinazionale del commercio online. Nella sola Europa, il suo fatturato ha raggiunto i 44 miliardi di euro, in crescita del 30% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, nonostante l’aumento vertiginoso degli incassi, il gigante fondato da Jeff Bezos non ha pagato un euro di tasse. Anzi, ha maturato un credito di imposta per 56 milioni di euro, che portano a 2,7 miliardi le esenzioni fiscali che il gruppo potrà sfruttare qualora un giorno dichiarasse di aver registrato un utile.

Già, perché ufficialmente Amazon, che ha una complessa costruzione societaria con sede in Paesi a bassa tassazione, risulta spesso in perdita, anche se da anni esiste il sospetto che i profitti finiscano al sicuro negli angoli del mondo in cui le agenzie delle entrate non sono in grado di applicare le imposte. Per dirla tutta, Amazon accumula utili, ma non qui, non in Italia, e alla fine da noi paga gli spiccioli.

Il fenomeno non riguarda ovviamente solo la società di Bezos, ma tutti i giganti del web, da Google a Facebook, per non dire di Netflix, che nel 2019, nonostante abbia sfiorato i 5 milioni di abbonati, in Italia ha pagato 6.000 euro di tasse, meno di ciò che versa un lavoratore dipendente a basso reddito. Ecco, mentre la politica si accapiglia su temi ideologici, da un lato assistiamo al crollo dei consumi, a negozi e cinema che chiudono a causa della crisi, dall’altro registriamo il boom dei ricavi delle multinazionali, le quali portano nelle case degli italiani prodotti e servizi, ma in gran parte esentasse.

Risultato: noi misuriamo una continua perdita di posti di lavoro, accelerata a causa del Covid, e una conseguente diminuzione del gettito fiscale; loro, i colossi di internet, accumulano sempre maggiori fortune in barba al Fisco. Anni fa Enrico Letta, attuale segretario del Pd, si fece promotore di una legge che tassasse i giganti dell’online, ma fu fermato da Matteo Renzi che chiese di coordinare la web tax con l’Europa. Però, poco dopo, il sindaco di Firenze si incaricò di rottamare l’allora presidente del Consiglio e la questione finì in cavalleria. Risultato, a otto anni di distanza, di quell’imposta si sono perse le tracce e oggi Letta preferisce parlare di legge Zan e di Ius soli, argomenti che sono certamente più facili da maneggiare.

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