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Il porno senza corpi: come l’Intelligenza artificiale sta riscrivendo il desiderio

Il porno senza corpi: come l’Intelligenza artificiale sta riscrivendo il desiderio
Man using virtual reality goggles at home

Avatar sintetici, chatbot erotici e deepfake stanno trasformando la pornografia: l’Intelligenza artificiale personalizza il desiderio, cambia il mercato e apre nuovi interrogativi su relazioni, consenso e identità

Non si pagherà più per godere del corpo di qualcuno, ma per l’illusione perfetta di un corpo che non è mai esistito. Le fantasie sessuali migrano verso avatar sintetici, chatbot seducenti e pornostar generate da algoritmi, mentre le persone reali scompaiono dallo schermo e, forse, anche dal desiderio. Dagli algoritmi che simulano intimità emotiva ai deepfake che sollevano accuse di abuso e furto d’identità, il porno diventa il laboratorio estremo di una trasformazione più ampia: quella di un’Intelligenza artificiale che non si limita a intrattenere, ma ridefinisce (anche) l’immaginario erotico. Un cambiamento che promette nuovi mercati e profitti, ma apre dilemmi etici e interrogativi inquietanti.

Il porno fai da te è già una realtà. Si possono creare immagini, video e partner virtuali personalizzati a partire da un semplice comando testuale: l’utente descrive ciò che desidera e l’algoritmo genera in pochi secondi una scena, un personaggio o un’interazione costruiti su misura. Piattaforme alimentate dall’Ia come Lovescape.com, Candi.ai e Candy.ai, oppure Ouraidream.com, consentono di avere conversazioni immersive e personalizzate con fidanzate virtuali e personaggi anime (i cartoon giapponesi che quando diventano pornografici si chiamano hentai) che “ricordano” quelle già avute con l’utente, in una “relazione” che cresce nel tempo. Il contenuto sessuale per alcune di loro è evidente fin da subito, in altre è più sfumato e arriva come sottocategoria. Per tutte, si paga, chiaro.

Oggi è possibile generare immagini e video per adulti altamente realistici senza ricorrere a telecamere, set o attori umani. Volti, corpi e voci sono riprodotti in modo convincente, dando vita a star artificiali o a simulazioni di persone reali. In alcuni casi si paga per esperienze erotiche basate esclusivamente sulla fantasia: scene mai girate, corpi mai esistiti, relazioni prive di reciprocità.

In questo scenario, l’industria pornografica sta attraversando una trasformazione radicale. Le scene non vengono più girate, ma generate tramite codice. Per produttori e piattaforme i vantaggi economici sono evidenti: costi ridotti, assenza di vincoli logistici e disponibilità teoricamente illimitata di interpreti. «Siamo entrati in un’era di trasformazione totale», conferma a a Panorama la celebrità del porno italiano Rocco Siffredi. «Dopo trent’anni di attività, i miei storici distributori hanno venduto la società per investire esclusivamente su modelli e performer virtuali. Oggi vanno tutti in quella direzione. Il porno “classico”, di fatto, è morto da tempo e ciò che esiste oggi è ibrido e persino difficile da definire. Io mi sono rimesso in gioco in un momento storico estremamente complesso sotto molti punti di vista», continua Siffredi, «ma anche profondamente intrigante. La mia esperienza è atipica e non fa testo, ma è indicativa di un cambiamento radicale che l’Intelligenza artificiale sta imponendo all’intera industria».

L’uso di questa tecnologia nel mondo hard viene spesso giustificato come una forma di riduzione del danno: meno sfruttamento umano, meno corpi esposti. Ma il confine tra intrattenimento e relazione simulata si assottiglia. Non più artisti, ma solo una risposta alla domanda: «Cosa desideri?». Cambia così la fruizione del contenuto: l’esperienza non è più passiva, ma interattiva e personalizzata, capace di generare erotismo potenzialmente illimitato.

Dal menu si scelgono sesso, età, corpo, ambientazione. Il desiderio viene tradotto in parametri. Emergono “compagni” digitali in grado di simulare conversazione, attenzione e intimità emotiva. Chatbot sofisticati analizzano gusti e fantasie dell’utente, guidano l’esperienza e incentivano la spesa. Persino il flirt viene automatizzato: non è più necessario imparare a sedurre, è l’algoritmo a farlo. La vera rivoluzione potrebbe non essere la sostituzione degli attori con immagini sintetiche, ma il superamento del concetto stesso di contenuto. Il mercato si sposta dal video alla relazione: chatbot capaci di ricordare conversazioni, adattarsi ai gusti dell’utente e fargli così compagnia. Una delle espressioni più evidenti di questo cambiamento è il fenomeno delle «AI waifu», le fidanzate virtuali ispirate all’estetica anime.

Attorno a questa nuova pornografia generativa sta nascendo anche un mercato delle istruzioni. Non si vende più solo il contenuto, ma la stessa ricetta per realizzarlo. Diverse piattaforme online cinesi forniscono tutorial e prompt che insegnano a utilizzare modelli di Intelligenza artificiale per creare video pornografici personalizzati e aggirare i sistemi di moderazione delle piattaforme. Per poco più di un euro gli utenti acquistano sequenze di comandi che descrivono acconciatura, forme del corpo, movimenti ed espressioni facciali desiderati. Tutti registi.

Il contesto economico spiega la spinta. L’industria globale della pornografia è valutata circa 15 miliardi di dollari all’anno. Pornhub riceve oltre 3 miliardi di visite mensili e OnlyFans nel 2024 ha generato 1,41 miliardi di dollari di fatturato netto, con 377 milioni di utenti e 4,6 milioni di creator. Il porno funziona sempre più come un social media: cattura l’attenzione, stimola la dopamina, crea l’illusione di un legame vero. Il rischio è particolarmente evidente tra adolescenti e giovani adulti: abituarsi a un erotismo totalmente personalizzabile può alterare le aspettative verso le relazioni reali. Quando l’altro esiste già in una versione ideale, prevedibile e controllabile, l’incontro reale diventa più fragile, più esposto alla frustrazione e al confronto.

Il concetto diventa estremo quando si entra nel mondo degli anime: l’idealizzazione del desiderio sessualizza personaggi generati dalla fantasia più sfrenata. Che si possono appunto creare, oppure si trovano belli e pronti su siti come Pornhub, Youporn, Xvideos, che devono rincorrere la tendenza. La categoria hentai (i “cartoni animati” hard), già apprezzata, è adesso elaborata in modo radicale dall’Ia e diventa dominio di stravaganze: organi sessuali abnormi, donne-animale o demoniache, mostri multidotati. Un’asticella che sale e flirta con l’abominio, nel caso in cui chi si connette mancasse della fantasia necessaria a eccitarsi stupendosi.

«Il porno ha addestrato un’intera generazione di uomini ad associare l’eccitazione a novità, controllo e distanza emotiva. L’Intelligenza artificiale perfeziona questo schema». A dirlo è Connor Beaton, fondatore di ManTalks, piattaforma che attraverso podcast, gruppi e workshop lavora sullo sviluppo delle competenze emotive e relazionali maschili. «Gli uomini cresciuti usando il porno per regolare stress, solitudine o vergogna si trovano davanti a una versione che si adatta alle loro preferenze e non dice mai di no. Questa non è sessualità, ma un ciclo di feedback chiuso progettato per soddisfare il desiderio senza sfide». Gli algoritmi rischiano però di rendere ancora più difficile smettere di consumare pornografia, trasformandola in una “droga digitale” sempre più personalizzata e accessibile.

Ma il punto forse più importante secondo Beaton è che il sesso on demand smette di essere uno stimolo e diventa un sostituto delle relazioni. «La dipendenza non riguarda solo la dopamina, ma il sollievo. L’Ia offre una fuga immediata dal rifiuto, dall’insicurezza e dalla solitudine, senza rischi. Offre una pseudo-connessione senza attriti. Il risultato sono uomini che si sentono meno rifiutati, ma anche meno necessari. L’Ia può simulare attenzione, ma non può offrire un riconoscimento reciproco».

Il porno basato su questi presupposti può sembrare un “integratore per le relazioni”: appaga subito, ma non nutre l’intimità. «È un’analogia perfetta. È cibo spazzatura per l’intimità», osserva Beaton. «Soddisfa il momento, ma affama i processi che rendono possibile una connessione reale: sintonia, negoziazione, confini, reciprocità». Secondo Beaton, gli uomini non cercano solo uno sfogo sessuale, ma il sentirsi scelti e rispettati. «I modelli generativi offrono l’illusione di fiducia e attrazione senza il costo necessario per ottenerle attraverso incertezza, rifiuto e riparazione. L’Ia premia l’elusione, non il coraggio». Il rischio è che, col tempo, esprimere il desiderio verso una macchina diventi più semplice che costruire una connessione autentica e tollerare la complessità emotiva dell’altro. «Anche le donne avranno presto relazioni complete con dei chatbot alimentati da algoritmi», conclude. «La tecnologia può ampliare l’umano o sostituirlo silenziosamente. Siamo a questo bivio».

Il lato oscuro include pornografia sintetica non consensuale. Il caso Grok ha segnato un punto di svolta. All’inizio di quest’anno il tema ha acquisito visibilità quando gli utenti di X hanno scoperto che il chatbot di xAI, l’azienda di Elon Musk, generava deepfake sessuali di persone reali senza consenso, sottraendo controllo sull’immagine e sull’identità. Tra le vittime, celebrità come Taylor Swift e Millie Bobby Brown, ma anche persone comuni e minorenni. Aveva prodotto, secondo il Center for Countering Digital Hate, circa tre milioni di immagini in undici giorni, di cui 23.000 riconducibili a bambini. La funzione è stata progressivamente limitata e xAI ha annunciato nuove restrizioni. Ma il problema resta. In Italia, Diletta Leotta, Giorgia Meloni e Francesca Barra hanno denunciato la diffusione di immagini sessuali false generate con l’Ia. La sensazione comune delle vittime è di violazione totale.

La risposta politica sta iniziando a prendere forma. Dal 2 agosto sono applicabili gli obblighi di trasparenza previsti dall’Ai Act, il regolamento europeo sull’Intelligenza artificiale: chatbot e contenuti sintetici devono essere chiaramente identificabili e chi diffonde deepfake è tenuto a informare gli utenti della loro natura artificiale.

«Il caso Grok insegna che il problema non è l’Ia, ma il controllo della tecnologia e le scelte progettuali che non devono ledere la dignità umana», spiega a Panorama Mariarosaria Taddeo, professoressa di etica digitale all’Oxford Internet Institute. «Il suo potenziale è enorme, dalla creatività alle applicazioni nella medicina, ma senza regole rischiamo di perdere un’occasione storica».

Nei deepfake pornografici non consensuali la violenza non è fisica, ma identitaria. «La pornografia sintetica separa il sesso dal corpo e lo lega all’identità», conclude Taddeo. «Sottrae il controllo su di sé e rende la violazione profonda e infinita: la violenza si rinnova a ogni visualizzazione. Il consenso, pilastro della dignità personale, diventa impossibile».

Alla fine la domanda torna sempre quella: l’uomo è abbastanza intelligente per usare bene l’Intelligenza artificiale?

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