Procede con cautela il processo diplomatico tra Stati Uniti e Iran. Ieri le parti si sono incontrate a Ginevra per un nuovo round di colloqui, mediato dall’Oman. “Alla fine siamo riusciti a raggiungere un ampio accordo su una serie di principi guida, sulla base dei quali procederemo e inizieremo a lavorare sul testo di un potenziale accordo”, ha affermato il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghghci, per poi aggiungere: “È stato deciso che entrambe le parti lavoreranno alle bozze di un potenziale accordo e, dopo lo scambio dei testi, si deciderà la tempistica del prossimo round di colloqui”. Il ministro iraniano ha anche affermato che la Repubblica islamica non punterebbe a conseguire armamenti atomici.
“Sono stati fatti progressi, ma ci sono ancora molti dettagli da discutere. Gli iraniani hanno detto che torneranno nelle prossime due settimane con proposte dettagliate per colmare alcune lacune nelle nostre posizioni”, ha dichiarato, dal canto suo, un funzionario americano. “Per certi versi è andata bene; hanno concordato di incontrarsi più tardi. Ma per altri versi, era molto chiaro che il presidente aveva posto delle linee rosse che gli iraniani non sono ancora disposti a riconoscere e a superare”, ha inoltre commentato il vicepresidente statunitense, JD Vance.
Se la diplomazia sembra aver fatto qualche passo avanti, il quadro complessivo resta significativamente teso. Ieri, prima della conclusione dei colloqui ginevrini, l’ayatollah Ali Khamenei aveva esplicitamente minacciato le navi militari schierate da Washington in Medio Oriente. In quelle stesse ore, i pasdaran tenevano inoltre delle esercitazioni missilistiche nello Stretto di Hormuz, chiudendone alcune parti. Una mossa, quest’ultima ad alto rischio: già a giugno, Donald Trump aveva infatti mostrato preoccupazione per un’eventuale chiusura dello Stretto a causa dell’impatto che ciò avrebbe potuto avere sul prezzo del petrolio.
In tutto questo, Stati Uniti e Iran restano distanti sulle principali questioni negoziali. La Casa Bianca vorrebbe che l’Iran rinunciasse all’arricchimento dell’uranio, mentre Teheran sarebbe disposta soltanto a uno stop temporaneo. Gli ayatollah, inoltre, non sono intenzionati ad accettare una limitazione al loro programma balistico né a bloccare la fornitura di armamenti ai propri proxy regionali. Dall’altra parte, il regime khomeinista chiede un allentamento delle sanzioni americane: allentamento che Trump non è disposto a concedere, a meno che gli iraniani non ammorbidiscano le loro posizioni in sede negoziale. In quest’ottica, sabato scorso Axios ha riferito che, nel loro recente incontro a Washington, il presidente americano e Benjamin Netanyahu avrebbero concordato di intensificare la politica di “massima pressione” su Teheran, per colpire soprattutto l’export di greggio iraniano.
Sullo sfondo, ma neanche troppo, resta l’opzione militare americana. Finora Trump è parso restio a ricorrervi, considerandola più che altro uno strumento per mettere sotto pressione gli ayatollah nel corso delle trattative. Tuttavia, l’irrigidimento del regime khomeinista ha irritato notevolmente l’inquilino della Casa Bianca che, negli scorsi giorni, ha ordinato l’invio in Medio Oriente di un’altra portaerei, oltre che di una cinquantina di aerei militari. Inoltre, la settimana scorsa, Trump è tornato a ventilare lo scenario di un regime change a Teheran. Non è insomma escludibile che, in caso di stallo nei colloqui, il presidente americano possa provare a ricorrere a una “soluzione venezuelana” in Iran: decapitare, cioè, il regime, scegliendo poi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere (dopo averlo adeguatamente addomesticato). Certo, si tratterebbe di una strategia rischiosa. Ma, specialmente se la diplomazia dovesse incagliarsi come l’anno scorso, Trump potrebbe decidere di tentare.
