Le dichiarazioni pronunciate a Doha da Khaled Mashaal non possono essere archiviate come semplice retorica politica. Il rifiuto di deporre le armi, l’elogio degli attacchi del 7 ottobre e la chiusura a qualsiasi forma di governance esterna sulla Striscia rappresentano il livello pubblico di una strategia più ampia che, secondo valutazioni convergenti di intelligence occidentali e regionali, punta a garantire la sopravvivenza di Hamas come attore armato centrale a Gaza anche nella fase postbellica. Dal palco del 17° Forum di Al Jazeera, Mashaal ha respinto l’appello del presidente statunitense Donald Trump a disarmare, descrivendo le richieste occidentali come un tentativo di indebolire ulteriormente la popolazione palestinese e di agevolarne la distruzione. Un messaggio che, secondo analisti della sicurezza, svolge una funzione precisa: fornire copertura ideologica a un processo già in corso, quello del riarmo selettivo del movimento. Il contesto in cui queste parole sono state pronunciate aggiunge un ulteriore livello di criticità. Al Forum di Doha, accanto a Mashaal, era presente anche Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi, figura da tempo al centro di forti controversie internazionali e sanzionata dagli Stati Uniti per le sue posizioni e attività ritenute incompatibili con i criteri di imparzialità e responsabilità richiesti a un funzionario Onu. La sua presenza nello stesso contesto mediatico di un leader di Hamas non è un dettaglio secondario né neutro. Evidentze che la compresenza di un capo di un’organizzazione terroristica e di una funzionaria delle Nazioni Unite colpita da misure restrittive statunitensi contribuisce a creare una zona grigia di legittimazione politica e simbolica. Non si tratta di un’alleanza formale, ma di una convergenza di cornice narrativa che finisce per attenuare la distinzione tra militanza jihadista e discorso istituzionale sui diritti, offrendo a Hamas un palcoscenico che va ben oltre la propaganda militante.
È in questo spazio che Hamas opera il suo doppio binario. Da un lato il discorso pubblico, costruito attorno a occupazione, resistenza e vittimismo. Dall’altro, il lavoro silenzioso di ricostruzione militare descritto dai servizi di intelligence. Secondo rapporti riservati, il movimento non punta a ricostituire nel breve periodo l’arsenale precedente al 7 ottobre 2023, ma a mantenere una capacità armata minima, diffusa e resiliente, sufficiente a impedire qualsiasi stabilizzazione politica della Striscia che lo escluda. La ricostruzione procede in modo frammentato e adattivo, basandosi sulla produzione locale di armamenti rudimentali, sul recupero di esplosivi non detonati, sulla riorganizzazione delle cellule operative in strutture più piccole e compartimentate e sulla riattivazione selettiva delle infrastrutture sotterranee ancora utilizzabili. L’obiettivo non è una nuova offensiva su larga scala, ma la permanenza del conflitto a bassa intensità come strumento di controllo politico. Anche le rotte di approvvigionamento riflettono questa logica. I grandi canali sono stati in parte neutralizzati, ma flussi ridotti continuano a transitare attraverso tunnel residuali verso l’Egitto e rotte marittime informali basate su piccoli carichi e intermediari civili. È una logistica pensata per eludere la sorveglianza, rinunciando alla quantità in favore della continuità.
Dietro questa architettura resta centrale il ruolo di Iran, che considera una Gaza smilitarizzata sotto controllo internazionale una sconfitta strategica per l’intero asse regionale. Il sostegno non avviene necessariamente tramite trasferimenti diretti di armi, ma attraverso finanziamenti indiretti, addestramento selettivo e trasferimento di competenze. In questo quadro, Hezbollah funge da cerniera operativa, fornendo modelli organizzativi e know-how maturato nel confronto asimmetrico con Israele. Il Qatar, che ospita la leadership politica di Hamas e garantisce una piattaforma globale attraverso Al Jazeera, continua a muoversi su un crinale ambiguo, presentandosi come mediatore mentre offre spazio politico e mediatico a un attore che rifiuta esplicitamente il disarmo e lavora alla propria ricostruzione militare. Per l’Unione europea e per la Nato, questo quadro rappresenta un rischio diretto. Una Gaza dominata da un’organizzazione jihadista armata e legittimata sul piano comunicativo rischia di diventare un fattore di instabilità cronica per il Mediterraneo, con ricadute su sicurezza, radicalizzazione e flussi migratori. In diversi apparati di sicurezza cresce la convinzione che una ricostruzione priva di un disarmo reale finirebbe per alimentare, direttamente o indirettamente, la prossima fase del conflitto. Il rifiuto di Mashaal a qualsiasi amministrazione transitoria sostenuta dagli Stati Uniti chiarisce il nodo politico centrale. Hamas non intende sopravvivere come forza politica disarmata, ma come organizzazione armata. È per questo che il progetto del “post-Hamas” appare fragile fin dall’origine. Non per mancanza di piani, ma perché Hamas ha già scelto la clandestinità armata come forma di continuità del proprio potere, sfruttando ogni spazio politico, mediatico e istituzionale disponibile per legittimarsi e riorganizzarsi.
