Il progetto della Nasa per la prossima base lunare prende forma. Sarà articolato in tre fasi e presenta sfide tecnologiche concrete e tutt’altro che risolte. In pratica, pur offrendo grandi prospettive, i funzionari dell’agenzia spaziale statunitense hanno spiegato la situazione e le sue criticità durante il Lunar Surface Consortium, un evento di due giorni tenutosi il 14 ottobre ad Atlanta (Georgia).
In tale sede, Nujoud Merancy, capo del programma presso la Direzione per le missioni con equipaggio, ha dichiarato: «Ci chiediamo come possiamo semplificare i grandi sistemi occupandoci innanzitutto degli aspetti più semplici, ma imparando strada facendo su elementi per i quali siamo disposti ad accettare un margine di rischio maggiore. Questo è uno degli aspetti fondamentali delle fasi che abbiamo stabilito per la base lunare, in modo che, quando affronteremo le componenti più complesse avremo la certezza che funzioneranno. Forse riusciremo persino a procedere più rapidamente del previsto poiché non saremo costretti a risolvere ogni problema nello stesso momento. Questa sarà la vera sfida che ci attende».
Le varie fasi e tempistiche della base lunare
Un problema di tempistica esiste: Jared Isaacman, amministratore della Nasa, già nel marzo scorso aveva presentato l’iniziativa della base lunare per il timore che la Cina possa bruciare le tappe e arrivare prima degli Stati Uniti. L’obiettivo attuale resta creare un avamposto umano quanto più possibile autosufficiente nella regione del polo sud lunare dove sono presenti ghiaccio d’acqua nel sottosuolo e preziose risorse minerarie. Queste, opportunamente lavorate, potrebbero sostenere la vita umana ed essere persino utilizzate per produrre il propellente destinato ai razzi in partenza, ovvero idrogeno e ossigeno liquidi. Ed è noto che l’iniziativa non riguarda esclusivamente la Luna: mira infatti anche a preparare le future missioni umane su Marte e a mantenere una presenza umana costante nell’orbita terrestre bassa.
La Fase 1 della base lunare, già avviata e prevista fino al 2029, si concentra sul garantire che astronauti ed equipaggiamenti possano raggiungere il polo sud lunare e farvi ritorno in modo affidabile, collaudando al contempo nuove tecnologie. La Fase 2 si svolgerà dal 2029 al 2032 e sfruttando le conoscenze acquisite durante la precedente vedrà l’installazione delle infrastrutture necessarie agli astronauti per permanenze più prolungate. Significa posizionare e far funzionare sistemi energetici (incluse piccole centrali a energia nucleare), sistemi per le comunicazioni e mantenere carico ed efficiente almeno un veicolo con ruote che abbia l’abitacolo pressurizzato, almeno stando al progetto fornito dall’agenzia spaziale giapponese Jaxa che lo costruirà.
Infine, la Fase 3 prenderà il via nel 2032 e proseguirà negli anni successivi con la costruzione degli habitat con gli alloggi per i soggiorni prolungati, lo sviluppo di navette cargo per portare i carichi sulla Terra, l’uso dell’energia nucleare oltre a quella solare (che sulla Luna è problematica per via dell’alternanza sole-ombra) per alimentare la base e l’avvio dell’estrazione di risorse minerarie.
Per il progetto complessivo ci vorranno decenni
Facendo tesoro dell’esperienza quasi trentennale acquisita con lo sviluppo e la gestione della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), progetto che oggi coinvolge 15 nazioni e che si è evoluto verso il trasporto commerciale di equipaggi e servizi di rifornimento, anche la base lunare viene concepita come un’iniziativa basata su partnership internazionali e commerciali.
Ha spiegato Merancy: «Il rischio maggiore per programmi di questo tipo è non avere continuità. Possiamo realizzare piccole cose in tempi brevi ma, nel complesso, la costruzione di una base lunare è un progetto che giocoforza richiederà decenni e una chiara pianificazione delle priorità. Oggi pensiamo che la risorsa più critica sia come usare il tempo degli equipaggi. Non l’acqua e neppure la luce solare, bensì le ore di attività degli astronauti perché, portarli fino lassù, è un’impresa estremamente complessa».
La preoccupazione è dovuta al fatto che la forza lavoro spaziale dovrebbe concentrarsi sulla ricerca geologica e le attività extraveicolari evitando di usare il loto tempo per continui lavori di manutenzione. Per liberarli da tali compiti la Nasa punta su tecnologie molto affidabili e sulla robotica.
Infine, Merancy ha concluso: «Credo che questa sia una delle considerazioni più importanti, i sistemi iniziali saranno messi a dura prova: gli habitat partiranno da dimensioni ridotte per poi divenire più grandi e confortevoli e dovremo far crescere tali capacità rendendole sempre più efficienti nel corso del tempo. Non vogliamo che questo processo si protragga troppo a lungo perché avviare l’utilizzo della struttura e le attività scientifiche il prima possibile è proprio una delle nostre priorità».
