«Non ricordo». La lapidaria formula che Luciano Garofano ha ripetuto ai magistrati mal si concilia con la pungente massima di una vita: «Non esiste il delitto perfetto, esistono delle indagini imperfette». Come quelle che avrebbero condotto a Garlasco i Ris di Parma, allora guidati dal futuro generale. La procura di Pavia formula l’ipotesi più clamorosa: nel glorioso reparto scientifico dell’Arma si sapeva che il test del Dna sulla bicicletta di Stasi era negativo. E qualcuno avrebbe nascosto i risultati. Tra gli atti dell’inchiesta su Andrea Sempio per l’omicidio di Chiara Poggi, c’è anche la ricostruzione delle indagini scientifiche che portarono alla condanna di Alberto Stasi. Il dubbio, per i magistrati, allora diventa eclatante: fu depistaggio? La procura ha già ascoltato come testimoni, oltre a Garofano, pure gli ufficiali che lavorarono sulla scena del crimine.
Anche i sottoposti dell’epoca hanno vaghe reminiscenze. Panorama, invece, ricorda benissimo. Il 20 marzo 2008 pubblica un’inchiesta dal titolo profetico: Tutti gli errori di Garlasco. Sono passati otto mesi da quando, in un’afosa mattina di metà agosto, Chiara Poggi è stata trovata morta nella sua villetta con la testa fracassata. Anche allora non si parla d’altro. Chi ha ucciso la ventiseienne? Alberto Stasi, il suo fidanzato. Magistrati, investigatori e giornali non hanno dubbi. Colpevole. «Sangue che non è sangue, strane impronte e scena del crimine inquinata» si legge però nel sommario dell’articolo. Le foto e le relazioni, pubblicate in esclusiva, «raccontano tutto ciò che non ha funzionato nell’indagine».
Le crosticine sui pedali e il crollo delle certezze scientifiche
Le tracce sui pedali, le impronte, i sopralluoghi. «Elementi che gettano pesanti ombre su uno dei casi di cronaca nera più misteriosi degli ultimi tempi». Sono le stesse anomalie che oggi mettono sotto accusa i Ris. Non serviva Maigret. Forse bastava leggere le carte senza accodarsi al plotone inquisitorio. Cominciando dai pedali della bici marrone di Stasi. La ricostruzione di Panorama parte dal 24 settembre 2007, quando i Ris mandano alla procura di Vigevano una relazione preliminare: «Ha permesso di ottenere un profilo genetico riconducibile, al di là di ogni ragionevole dubbio, alla vittima». Sui supporti vengono scoperte delle piccolissime crosticine rosso-brunastre: «Sottoposte al Combur test, per la diagnosi generica della natura ematica delle tracce, hanno fornito esito positivo».
Gli investigatori concludono: su quei pedali c’è il sangue della ragazza. Se ne convince anche la pm della procura di Vigevano, Rosa Muscio. Stasi viene arrestato. Il giorno seguente, il 25 settembre 2007, il reparto scientifico dell’Arma invia però una nota tecnica su quei risultati, ottenuti senza «procedere a ulteriori accertamenti». La conclusione stavolta sembra più sfumata: «Il profilo genetico relativo alla vittima» è «con elevata probabilità riconducibile a sangue». Non più «al di là di ogni ragionevole dubbio». Panorama, dunque, aggiunge: «Le certezze che hanno portato in galera l’ex fidanzato di Chiara Poggi sono scomparse».
Il giallo dell’Obti test e le provette distrutte nel 2016
Diciotto anni dopo, la procura di Pavia aggiunge elementi decisivi. Il giorno successivo al primo esame vengono effettuate due nuove verifiche sui pedali. Entrambe sono negative. Eppure, secondo i pm, non compaiono nel fascicolo. Nessuno avrebbe parlato di quelle prove. E Garofano sapeva? Ai magistrati assicura: «Non ricordo». Non sarebbe l’unico enigma. Nelle relazioni tecniche firmate dall’allora capitano Alberto Marino, viene quindi spiegato che il Combur test aveva dato esito positivo. Ma in un foglio recuperato dagli armadi del Ris i pm trovano una nota scritta a mano. Lo stesso campione era stato sottoposto a un esame specifico per la ricerca del sangue umano: l’Obti test. Con esito negativo. Mentre sarebbe sparito dalle relazioni tecniche, scrivono i consulenti della procura di Pavia, il Dna maschile trovato sulla bici di Stasi. Ultima stranezza: a settembre 2016 vengono distrutte le provette con il Dna degli esami di Garlasco, sei anni prima del via libera della Corte d’appello di Milano.
Il comandante generale dei carabinieri, Salvatore Luongo, annuncia: «Totale collaborazione, massima trasparenza, assoluta fermezza». Se qualcuno ha sbagliato, pagherà. Garofano giura: «Il Ris non ha omesso, non ha nascosto, non ha depistato». Perché «il profilo di Chiara Poggi sui pedali c’era». Che fosse sangue o altro, poco importerebbe. La differenza però fu sostanziale. Tanto da contribuire alla condanna di Stasi. Ma nella sua inchiesta del 2008 Panorama già spiegava: il sangue potrebbe essere saliva. I magistrati oggi si spingono oltre: quei campioni con grandi quantità di Dna forse sarebbero stati confusi con le tracce su un cucchiaino, usato dalla ragazza per fare colazione. Uno scambio accidentale, a cui poi avrebbero tentato di porre rimedio.
I precedenti da Cogne a Unabomber fino alla perizia fantasma
La divergenza di opinioni ricorda il caso di Cogne. Per il Ris quello trovato sulle pantofole di Anna Maria Franzoni è sangue. Per altri periti, solamente sudore. Le indagini sulla morte di Samuele Lorenzi consegnano a Garofano fama perpetua. Il lavoro del Ris di Parma, anche allora, viene però contestato dalla difesa e da diversi consulenti: perizie contrapposte, ricostruzioni incompatibili, polemiche furibonde. La condanna di Franzoni diventa poi definitiva. Ma lo scontro sulle prove scientifiche riecheggia ancora. Più controversa è l’indagine su Unabomber. Su un lamierino recuperato da una bomba, gli accertamenti del Ris indicano tracce compatibili con le forbici sequestrate a Elvo Zornitta, che diventa il principale sospettato. Ma si scopre in seguito che il reperto era stato modificato da un tecnico della polizia giudiziaria. Il caso resta irrisolto. «Ci ha lasciato con l’amaro in bocca» ammette Garofano.
Su Garlasco, invece, nessun pentimento. Eppure, sembra il pozzo senza fondo della giustizia italiana. Dopo quella relazione sui pedali della sua bici, il «biondino dagli occhi di ghiaccio» finisce in carcere. Il 27 settembre 2007 Francesco Maria Avato, consulente tecnico di Stasi, invia le sue osservazioni alla procura: le analisi del Ris non dimostrano «la presenza di emoglobina». Non è sangue, chiarisce il professore. Stasi viene scarcerato il giorno dopo. Il gip di Vigevano, Giulia Pravon, considera «insufficienti» gli indizi raccolti.
Ma ormai il mostro è stato sbattuto in prima pagina. Un algido bocconiano, incapace di struggersi per la fidanzata uccisa. Il profilo non emerge solo dalle ricostruzioni dell’epoca, ma anche da un documento scovato tra i file consegnati recentemente dai Ris alla procura. Tredici pagine senza data: l’intestazione è della psicologa Alessandra Bramante, che però assicura di non averle mai scritte. È una valutazione psicologica di Stasi: freddo, calcolatore, manipolatore, narcisista, ipercontrollato, con «contraddizioni rispetto al sesso». Quel documento però non è mai stato depositato. Chi diede il mandato, dunque? E quelle conclusioni sono servite ai carabinieri per confermare la tesi colpevolista?
L’inquinamento della villetta e le scarpe militari sulla scena
La procura pavese continua a indagare. L’assassino non sarebbe Stasi ma Sempio: l’amico di Marco Poggi, il fratello di Chiara. Le controverse certezze giudiziarie, già minate dall’assoluzione del «biondino» in primo e secondo grado, vacillano ulteriormente. Così come le verifiche dei Ris. Il mediaticissimo Garofano, dopo aver lasciato l’arma nel 2009, ha lavorato anche per la difesa dell’uomo accusato di omicidio nella nuova inchiesta. Il Corriere della sera gli ha chiesto se passare da inquirente a consulente non fosse un «pessimo segnale». Lui ha chiarito: «Visto che sono certo che quel Dna non sia attribuibile a Sempio, mi sono sentito di intervenire. Non potevo consentire che si stravolgesse un risultato scientifico certo». Conclusione su cui però la procura di Pavia nutre forti dubbi.
Anche Panorama, nel lontano 2008, metteva in fila le incongruenze. Tra i punti oscuri dell’indagine, già allora, ci sono le impronte. A cominciare da quelle digitali. Nella parte della consulenza tecnica dei Ris dedicata agli accertamenti dattiloscopici si legge: oltre a Stasi, «tutte le restanti impronte sono state attribuite alla vittima, ai suoi familiari, a un operaio», ma pure «al personale che ha effettuato i primi accessi alla scena del crimine». I carabinieri di Vigevano. «Numerose tracce per deposizione ematica» si trovano poi sul pavimento del soggiorno, in direzione del corridoio. Hanno la forma della lettera greca lambda. Possono riferirsi «alle prime attività sulla scena del crimine, allorquando il sangue della vittima non era completamente coagulato». Chi ha lasciato quelle tracce? Il mistero resta ancora oggi. L’inquinamento della scena del crimine, intanto, sembra una certezza. Anche il divano, aggiunge la relazione dei Ris, viene spostato con poca accortezza. E pure dopo l’intervento del reparto scientifico dell’Arma sembra che le cose non siano migliorate.
Il segno del palmo destro ritrovato sul portone è di Marco Pizzamiglio, vicecomandante del reparto. E gli uomini ai suoi ordini non fanno apparentemente di meglio, rivela l’articolo. Altre impronte nell’ingresso e nel corridoio «esibiscono una caratteristica suola a carro armato, tipica delle calzature pesanti, nonché di quelle militari». Tracce che «devono ragionevolmente riferirsi all’azione di riporto delle calzature del personale di questo reparto». Un’abbondanza di tracce che stride con l’ennesimo paradosso. Il 20 agosto 2007, una settimana dopo il delitto, la salma di Chiara Poggi viene riesumata. I tecnici del Ris devono prendere le impronte digitali sul cadavere. Qualcuno aveva dimenticato di farlo. «Non esiste il delitto perfetto, esistono delle indagini imperfette». Mai l’adagio investigativo del generale è sembrato più vero.
