Certo, non sarà facile lambire i ruggenti anni rimembrati da Checco Zalone, che in una canzone sulla Prima repubblica maramaldeggiava: «Con un’unghia incarnita, eri un invalido tutta la vita…». A volte, non serviva nemmeno quella. Erano i tempi della mitologica famiglia di Arzano, vicino Napoli. Padre, moglie, figli, cugini, nuore, generi, zie, cognate e consuoceri: tutti invalidi. Per non parlare di Militello Rosmarino, prezioso borgo siciliano arroccato sui Nebrodi: si contavano mille e duecento maggiorenni e cinquecento pensionati inabili. Monchi, tisici, cardiopatici, orbi, sciancati. E due zoppi che giocavano nella squadra di calcio locale.
Reddito di cittadinanza e nuovi sospetti
Che anni, quegli anni. Animo, però. Tornano in voga le antiche furberie. Numeri ufficiali non ce ne sono, ma gli indizi abbondano. E sarebbero correlati anche all’assegno a ufo recentemente più di moda: quel reddito di cittadinanza che, con simile spregiudicatezza, è finito pure a un settantenne in Ferrari o al boss che lo incassava dai domiciliari. L’intreccio però andrebbe oltre il delinquenziale folclore, argomenta la Cgia di Mestre. Il turbo sussidio voluto dai Cinque Stelle, a partire dal 2023, è stato prima rivisto e poi abolito dal governo. Proprio mentre le pensioni di invalidità crescevano del 6,2 per cento, raggiungendo ineguagliabili vette in Calabria e Puglia, con 13,2 e 11,6 per cento. Del resto, quasi la metà degli assegni è finito al Sud. «L’aumento potrebbe aver rappresentato per molte famiglie l’unica forma concreta di sostegno economico disponibile», scrive la Cgia. Dunque: «Il dubbio che vi sia stata una qualche connessione tra i due fenomeni rimane, in particolare in alcune aree del paese».
Il costo dell’assistenza e l’allarme degli esperti
Di sicuro, come segnala pure Itinerari previdenziali, la spesa «assistenziale cresce rapidamente e rischia di essere insostenibile». In soldoni: lo Stato paga oltre 4,3 milioni di pensioni di invalidità. E la stragrande maggioranza, 3,4 milioni, sono civili: chi le riceve, spesso non ha mai lavorato né versato contributi. In totale, fanno 34 miliardi di euro all’anno. «E gli uscieri paraplegici saltavano. E i bidelli sordo-muti cantavano…», infierisce Checco. Ecco, l’ultima raffica di indagini dimostra che tanti connazionali non hanno perso la mano.
Truffe organizzate e “pacchetti completi”
Un mese fa a Caltagirone, nell’entroterra siculo, scoprono l’ultima evoluzione manageriale della finta malattia: il fraudolento «pacchetto completo». Un elaborato sistema chiavi in mano: certificazioni mediche taroccate, preparazione all’esame per turlupinare le commissioni dell’Inps, sostegno morale e fisico alle visite. E perfino, nel malaugurato caso di rigetto, assistenza legale per fare valere i diritti negati di fronte al tribunale civile. Il servizio «all inclusive», come negli alberghi in cui lo strafogo comincia di buon mattino, costava fino a quattro mila euro per pratica. Un investimento ripagato da decadi di assegni a babbo morto.
Criminalità, patronati e dimenticanze “provvidenziali”
Gli invalidi farlocchi tirano sempre. Persino la criminalità organizzata fiuta l’affare. A Giugliano, in Campania, lo scorso novembre denunciano una mega truffa all’ente previdenziale organizzata da camorristi. Quasi due milioni di euro, pagati puntualmente dall’Inps ai sanissimi percettori, avrebbero poi rimpinguato le casse del clan Mallardo. Un business familiare tramandato negli anni. Già nel 2016, dopo un’inchiesta della guardia di finanza, erano state indagate ottantasei persone con la stessa accusa: centinaia di pensioni erano finite agli affiliati del clan, per un ragguardevole totale di nove milioni di euro.
A Cosenza, invece, avrebbe organizzato tutto l’insospettabile avvocato cinquantaduenne di un patronato. Tre mesi fa finisce ai domiciliari, mentre un centinaio di persone sono indagate. A volte, comunque, non serve nemmeno ordire spregiudicati meccanismi criminali. A Messina, per esempio, basta dimenticare di comunicare il decesso del parente. Ops, che sbadataggine. Amorale della favola: indennità pagate a disabili gravi deceduti, ma incassate da bisognosi e prodighi parenti. In cinque anni, il buco per l’Azienda sanitaria peloritana è stato di quasi due milioni di euro.
Casi emblematici e prove video
E poi, ovviamente, c’è l’inesauribile estro dei soliti ignoti. Come il cieco di Castellammare di Stabia. Da vent’anni, prendeva l’indennità di accompagnamento. Fino a quando le telecamere dei finanzieri non lo riprendono mentre si adopera in attività che presuppongono una vista da lince. Ritira soldi da un bancomat e li conta con dovizia, prima di metterli nel portafoglio. Oppure fa fotocopie in un centro commerciale, per poi verificare che siano davvero venute bene.
Viene invece tradita da una foto su Facebook la sessantacinquenne di Trabia, nel Palermitano, che percepiva l’assegno di accompagnamento da oltre quarant’anni. «Non responsiva agli stimoli visivi e uditivi» con «tremori agli arti superiori e grave ritardo intellettivo», scrisse la commissione medica provinciale nel lontano 1983. Galeottissima, però, sarebbe stata quella foto postata sui social: la donna ballava la danza del ventre. E non solo, per sua fortuna: viene filmata anche in spiaggia e al mercato. Mentre il sessantenne di Martinsicuro, in Abruzzo, prediligeva lunghe passeggiate in bicicletta sul lungomare. Pure lui, «cieco assoluto».
Politica e nuove proposte di sussidio
Non generalizziamo, per carità. Eppure, gli esperti di previdenza restano in allerta: nel 2024 sono state erogate 4,3 milioni di pensioni di invalidità e la crescita continua. Intanto, il centro studi mestrino mette il dito nella piaga: sarà colpa anche della fine del reddito di cittadinanza?
Non tutto è perduto, però. È vero: il governo Meloni ha abolito il sostegno voluto dai grillini. Costato negli anni oltre trenta miliardi, aveva uno scopo prioritario: aiutare i disoccupati a trovare lavoro. Invece, accusa il centrodestra, sarebbe spesso servito a fare clientele, assicurando milioni di voti nelle zone più povere e assistenziali. Ma il Movimento non perde le speranze. Alle ultime elezioni, gli aspiranti governatori pentastellati hanno già proposto di ripristinare il reddito di dignità, variante regionale dell’indimenticato assegno. Ne ha parlato con slancio Pasquale Tridico, poi malamente sconfitto in Calabria, già rinominato La Qualunque, non solo per la somiglianza fisica con l’indimenticato corregionale Cetto. E non depone l’idea il trionfante Roberto Fico, che pensa a ripristinare il sussidio in Campania. Nell’attesa, si adopera il piddino Eugenio Giani nel suo granducato toscano, stanziando oltre 23 milioni nell’ultimo bilancio regionale. Mentre in Sicilia, la scorsa settimana i Cinque Stelle presentano uno stentoreo disegno di legge: vogliono il reddito di cittadinanza all’isolana.
Nord e Sud, una questione nazionale
Nel frattempo, si continua ad applicare il teorema della Cgia: crescono vertiginosamente le pensioni di invalidità, soprattutto al Sud. Sebbene alcune delle ultime più audaci prodezze siano state compiute anche nell’operoso settentrione. Un baldo settantenne di Arzignano, città del vicentino famosa per le concerie, per cinquantatré anni avrebbe incassato assegni e indennità. Doveva essere cieco come una talpa. L’hanno ripreso mentre si dedicava con passione al giardinaggio, usando con maestria forbici da potatura e il tagliasiepi. Un perfetto uomo di casa. Andava da solo al mercato comunale, per comprare frutta e verdura. Tastava e selezionava con cura, prima di tirare fuori i soldi dal borsello. Eppure, ogni mese prendeva la pensione. A partire dal 1972, per oltre mezzo secolo: un milioncino di euro sarebbe stato sottratto a Inps e Inail con rara abilità.
O i due pakistani trapiantati in Brianza. Li hanno immortalati in una scena leggendaria. Il magnanimo cieco spinge la carrozzella del sofferente paraplegico. Ma poi capita l’inaspettato. L’amico si alza, procede spedito e sale agilmente sulla macchina del connazionale, che accende il suo suv e sparisce nel traffico. Doppio miracolo. Il finto orbo e il falso sciancato. Che coppia. Una maestria degna dei vecchi tempi, quando a Militello Rosmarino pure gli zoppi correvano felici dietro a un pallone.
