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Il pianto dell’Argentina

Il pianto dell’Argentina

Dal marzo scorso il Paese vive un lockdown senza fine che ha dato il colpo di grazia all’economia già in crisi. Risultato: oggi l’inflazione tocca il 140% e lo stipendio base è inferiore a quello di Haiti.


«Per la vostra salute da adesso nessuno potrà spostarsi dalla propria residenza. Tutti devono restare a casa. L’isolamento preventivo è obbligatorio». Era venerdì 20 marzo e, con queste parole, il presidente dell’Argentina Alberto Fernández iniziava il lockdown più lungo nella storia della pandemia.

Il motivo era perché – «da buon padre di famiglia» – voleva evitare di fare come quegli «irresponsabili svedesi che stanno uccidendo il loro popolo» (Stoccolma protestò via diplomatica per questa dichiarazione) o come il Brasile di Jair Bolsonaro dove «è in atto un genocidio», tuonava sui social la sua vice Cristina Kirchner.

A marzo tutti elogiarono il «pugno duro per proteggere la salute» del governo argentino, dall’Oms a vari deputati del Pd nostrano che incensavano in tv e sui social la «scelta kirchnerista», variante del peronismo più autoritaria che s’ispira al Venezuela di Hugo Chávez e alla Cuba di Fidel Castro.

Dopo oltre otto mesi di lockdown «senza fine mai» (la chiusura continua, senza previsioni di aperture serie) i media, scatenati sul Brasile, si sono invece dimenticati di Buenos Aires, dove per spostarsi oggi si deve usare la app Cuidar («fai attenzione») che dice fin dove ci si può muovere.

«Si possono spostare solo coloro che rientrano nella categoria del “personale essenziale”» spiega a Panorama Maria Rosa, che opererà da remoto sino al giugno 2021, come stabilito dall’azienda Big Tech per cui lavora. «Altrimenti resti a casa e non puoi neanche usare i mezzi di trasporto pubblico».

Peccato che del tanto sbandierato «modello argentino» dello scorso marzo, solo oggi si misuri l’inadeguatezza e si scopra come sia stato, invece, il peggiore al mondo. Anche se nessuno lo dice. Dal punto di vista sanitario, infatti, il numero di morti per milione di abitanti a causa del Covid è molto superiore a quello del Brasile «genocida» (anche se minore dell’Italia); mentre l’economia, soprattutto la proprietà privata e le piccole e medie imprese, è distrutta, con oltre il 60% dei bambini malnutriti e una povertà che si avvicina ai livelli venezuelani di 10 anni fa.

Emblema del disastro sanitario sono le fosse scavate in gran fretta al cimitero di Flores, il quartiere di Buenos Aires dove è sepolta la famiglia di Papa Francesco. Ma anche la morte di Diego Armando Maradona, dimesso dall’ospedale l’11 novembre scorso perché per i medici stava «bene, è come nuovo» ed è deceduto due settimane dopo, a casa sua. Simbolo della tragedia economica sono invece gli stipendi base, da settembre scorso precipitati a 108 dollari, inferiori persino a quelli di Haiti, con solo Venezuela e Cuba che fanno peggio in America.

La spiegazione è che il cambio in nero vola rispetto a quello ufficiale stabilito dal governo, mentre l’inflazione è arrivata al 139,5% annuo, secondo i calcoli sempre precisi del professor Steve Hanke, già collaboratore di Ronald Reagan, economista alla Johns Hopkins University nonché direttore del progetto del Cato Institute, per valutare l’aumento reale dei prezzi nei Paesi a maggior rischio di fallimento: quasi quattro volte di più rispetto a quella ufficiale dichiarata dagli economisti governativi.

Ma la conferma che Hanke abbia ragione arriva da chi fa la spesa a Baires, come Paula Rosas, pensionata di 69 anni: «Al supermercato i prodotti aumentano ogni settimana, a volte da un giorno all’altro, e i prezzi di frutta e verdura sono ormai inavvicinabili». Anche perché molta merce della grande distribuzione (che sta fallendo a causa del lockdown) arriva dal Nord dell’Argentina, ma i camion hanno problemi a passare da una provincia all’altra, visto che alcune zone hanno blindato i loro confini.

A San Luis, a Nord del Paese, hanno addirittura scavato un fossato, come nel Medioevo, e lì nessuno può passare, da mesi. Lo scorso 20 novembre la Corte suprema ha intimato al governatore Gildo Insfrán, che comanda da oltre 20 anni la provincia di Formosa, di «aprire i confini» ma lui, testualmente, «se ne frega».

«Formosa è una provincia feudale, dove non c’è lavoro privato ma solo impieghi statali, però Insfrán da buon peronista continua a fare come vuole, “puro y duro”, nonostante il monito della Corte suprema» si sfoga Mario, un camionista che ha visto sfumare il suo lavoro per questo blocco assurdo.

Oltre alle «chiusure feudali», ci sono le occupazioni dei terreni. Emblematica quella a Entre Rios, dove un gruppo di attivisti è entrato in un appezzamento di terra della famiglia Etchevehere, già ministro dell’ex presidente Mauricio Macri. Occupazione organizzata dal movimento guidato da Juan Grabois (una sorta di Luca Casarini argentino, anche lui molto vicino a Papa Francesco) che ha inscenato una ridicola pantomima seminando piantine di prezzemolo sotto degli eucalipti dove, è noto a chiunque, non cresce nulla.

Il vero problema, tuttavia, è lo stesso governo che incentiva le occupazioni, come dimostra Axel Kicillof, governatore della provincia di Buenos Aires ed ex braccio destro economico della Kirchner, che ha già approvato un sussidio di 50.000 pesos (250 euro al mercato nero, oltre il doppio a quello ufficiale) «a chiunque non occupi terre».

Chiaramente, per ottenere il ricco bonus, le persone occupano sempre più terre, per poi chiedere il «sussidio». Le occupazioni di terre sono già oltre 2.500 solo negli ultimi due mesi e il fenomeno «è diventato virale» dice a Panorama José, un piccolo proprietario disperato.

Ma approfittando del lockdown, il governo argentino ha anche stimolato l’occupazione degli immobili ed esiste addirittura un movimento, legato al kirchnerismo, che evidenzia con dei segni le case vuote perché la gente sappia quali abitazioni possono occupare, proprio come fa in Venezuela il Movimento Evita.

«Io vivo a Buenos Aires in un condominio costruito da Procrear, un piano di case popolari lanciato durante il kirchnerismo e implementato da Macri» spiega ancora Maria Rosa. Nella capitale argentina c’è penuria di appartamenti e, per questo, nella zona sud della metropoli di recente è stato costruito un nuovo quartiere, la Estación Buenos Aires, con 2.500 case popolari.

«Cinquecento appartamenti erano già stati assegnati negli ultimi mesi del macrismo» aggiunge. Con l’arrivo del kirchnerismo alla Casa Rosada, però, «la consegna degli appartamenti è stata bloccata e oggi 1.500 appartamenti sono vuoti pur essendo pronti. Inspiegabile». Nel quartiere sono arrivati molti vigilantes privati ma il rischio degli «okupa» aumenta ogni settimana che passa, nel disinteresse del governo centrale.

Un duro colpo alla piccola proprietà privata è la Legge incendi propugnata dal kirchnerismo. «Mia mamma» racconta un’italoargentina che chiede l’anonimato per motivi di sicurezza «ha un piccolo appezzamento nella provincia di Santa Fé. Da 50 anni lo coltiva per produrre frutta e verdura, inoltre alleva galline, polli e bestiame. Adesso le è arrivata un’ingiunzione che non può più coltivare il suo terreno perché a detta loro sarebbe “terra protetta”».

Altra mazzata, la patrimoniale pubblicizzata sui grandi media come «legge delle grandi fortune» ma che, invece, ha fissato un limite basso per cui si è considerati «molto ricchi» (meno di un milione di euro al cambio in nero). Se un argentino possiede un’azienda agricola anche modesta rischia di rientrare in questa nuova norma perché l’importo in pesos che fa scattare la tassa «grandi fortune», con l’inflazione che c’è, è irrisorio.

Il risultato è che i piccoli produttori, fermi da quasi un anno per pandemia e lockdown, potrebbero essere costretti a vendere i loro trattori e macchinari agricoli per pagare questa nuova imposta, propagandata dai grandi media come «sulle ricchezze importanti» ed elaborata personalmente da Máximo Kirchner, il figlio della vicepresidente che forse, non avendo mai lavorato, non ha la minima idea di cosa sia il capitale produttivo.

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