Twitter: pensiero corto

Almeno con una certezza il 2013 è iniziato. Corrado Passera e Benedetto XVI sono credenti, mentre Silvio Berlusconi no. Anche se con un po’ di ritardo, infatti, i primi due hanno aperto un account Twitter (@corradopassera papà di Sofia, Luigi, Luce e Giovanni, marito di Giovanna, amante dell’Italia, ministro della Repubblica l’uno; semplicemente @Pontifex_it l’altro), mentre il Cavaliere non ne vuole sapere, come la collega-rivale Angela Merkel e l’eterno critico Michele Serra. «Non so se andrò su Twitter, perché su Twitter noto anche molte cattiverie inutili e credo che un’affermazione potrebbe scatenare un universo di risposte negative». O anche falsi, come quelli denunciati l’8 gennaio dallo staff di Gianni Letta e dello stesso Berlusconi, che a sua volta è stato accusato di avere costruito «hoax», cioè profili falsi di finti seguaci del suo @Berlusconi2013, gestito non dall’ex premier, ma dallo staff.

È l’ultima religione, il cinguettio (tweet). A Il credo più moderno, fluido e ambiguo. In apparenza facile e democratico, in realtà crudele ed elitario, spesso fatale. In 140 caratteri scompone e ricompone il mondo, suscita amori e odi (come quello manifestato dal manager Lucio Presta, che su Twitter ha risposto per le rime al critico televisivo Aldo Grasso, reo di aver stroncato il programma della moglie Paola Perego), cambia le regole del gioco mettendo sullo stesso piano attori e comprimari, maschi e femmine, vittime e carnefici. Soprattutto, realtà e finzione dove gli esempi si affollano. La (presunta) rottura di fine d’anno tra Enrico Mentana e Michela Rocco di Torrepadula e la (vera) anticipazione del programma di Sanremo di Fabio Fazio. La (vera) campagna acquisti di Pier Luigi Bersani, che posta la foto dell’ex direttore generale di Confindustria Giancarlo Galli, e il (presunto) bullismo dei follower di Carol, l’adolescente suicida di Novara, denunciato da @djstraught, una coetanea che in un solo giorno ha lanciato 2.600 messaggi legandoli al tema (lo «hashtag») #RipCarolina. «Non la conoscevo, ma ho voluto farlo: si è suicidata per colpa di chi la tormentava».

«Con Twitter siamo ormai oltre la virtualizzazione, oltre la democratizzazione, oltre la società dello spettacolo. Siamo nel tempo reale dell’infotainment, l’informazione che si fa intrattenimento e s’incarna nella nostra vita» dice Ivo Germano, professore di processi culturali a Campobasso. «Una dimensione inedita, che tocca l’io e apre nuovi livelli di senso, insieme veri e falsi, pubblici e privati. La provocazione di Giulio Tremonti, che posta il suo programma da candidato prima di esserlo, scombina gli assetti della corsa alle elezioni; come la modella Heidi Klum riorienta il sentimento dei follower twittando “the end” il giorno prima dell’annuncio ufficiale del suo divorzio dal cantante Seal». È così? In effetti, una volta ottenuto il divorzio dal marito Russell Brand, la popstar Katy Perry ha deciso di non essere più una sua follower. Strategia simile a quella dell’attrice Demi Moore, pioniera con il secondo marito Ashton Kutcher di un uso privatistico e licenzioso dell’uccellino blu: dopo la separazione, Moore ha cambiato indirizzo, virtuale però: da @mrskutcher a @onlydemi. «Perché Twitter è ormai il corpo concreto e simbolico di un ’68 redivivo» conclude Germano «dove in pochi secondi si passa dall’amore all’odio e dal noi all’io in un crinale di ambiguità gioiosa».

Sarà. Ma davvero la religione di Twitter, con i suoi 3,7 milioni di utenti in Italia e 637 nel mondo rappresenta la rivoluzione, democratica e incruenta, cantata da tutto il Novecento? La riduzione placida del pubblico al privato, i rapporti di forza sublimati nel dialogo, la retorica del pane e delle rose? Oppure questa metamorfosi implacabile che non fa sconti a nessuno, la ripetizione infinita di un messaggio che avvolge tutti (dal Papa a Mario Monti, che si vanta di avere messo su Twitter «il primo question time di un candidato premier in Italia), che riguarda il reclutamento elettorale di Barack Obama per arrivare a quello sessuale dell’ambasciata dell’Honduras a Bogotà, è una dittatura, il passaggio finale dal pensiero debole al pensiero breve, ultima tappa di quel crimine perfetto che il sociologo francese Jean Baudrillard considerava la sparizione della realtà nella rappresentazione? Twitter come un’immensa speculazione sulla carne viva che presto diventerà finanziaria arricchendo le banche e trascinando nel nulla destini e risparmi. Come Facebook.

Da Santo Graal ad artificio del male, il passo è breve. Per la sua stessa logica Twitter potrebbe rivelare non la verità, ma il lato oscuro della forza, quella realtà banale e inconfessabile anche solo perché gratuitamente cattiva, come il messaggio con cui la giornalista francese Valérie Trierweiler fece il tifo contro Ségolène Royal, ex moglie del suo compagno, il premier François Hollande. O il disperato appello di Ottavio Missoni junior, che ha affidato all’uccellino l’sos per il padre disperso nei mari del Venezuela. Del resto, da qualche parte di Twitter il male deve annidarsi, se basta postare una citazione di Antonio Gramsci per essere (apparentemente) fermati e interrogati, come è accaduto a Madrid ad Almu Montero, una giovane indignada.

«Beh, sono felice che anche altre persone stiano scoprendo che tutta questa storia di internet gira, in generale e in particolare, attorno alla merda» ha pubblicato sul suo account Evgeny Morozov, forse il più brillante critico del mondo social. Classe 1981, Morozov scrive sul New York Times e sull’Economist, ma sul suo profilo si presenta con «There are idiots. Look around» (ci sono idioti in giro. Guardati intorno). Morozov è convinto che, invece di favorire la democratizzazione, Facebook e soprattutto Twitter siano un forte strumento di repressione politica e di controllo sociale. Per questo, alle ultime elezioni americane (dove Twitter ha avuto un ruolo cruciale), si è scagliato contro «The internet freedom agenda» di Obama: un’idea controproducente per la democrazia e il progresso. Almeno sulla sintassi ha ragione, come mostrano i tweet di Carlo Alberto Carnevale Maffé, docente di processi strategici alla Bocconi, che ogni giorno denuncia gli errori da matita blu di potenti e varia umanità.

Su Twitter, naturalmente. «Mozorov è interessante, ma bisogna distinguere» sostiene Luca De Biase, pioniere degli studi sulla rete, che sta per pubblicare Informazione di mutuo soccorso (Feltrinelli), una ricerca sulla collaborazione dei cittadini alla costruzione di un sistema d’informazione che risponda alle povertà crescenti di fiducia e prospettiva. «Mentre Facebook è orizzontale perché ha esaudito la domanda di ricostruzione di una società popolare e attiva, Twitter è un broadcasting personal in cui non devi essere riconosciuto: basta che ti si segua. C’è stato un bivio tempo fa; si doveva chiedere il permesso per vedere i tweet personali, ma il 99,9 per cento della gente ha rifiutato. Il suo successo con il potere sta tutto qui: perché è compatibile con quel mondo, è il modo in cui le élite ritrovano uno spazio verticale con mezzi diversi e aggiornati. La politica entra così per la prima volta nello spazio dei titoli dei giornali, considerato da sempre il luogo di tradimento del contenuto degli articoli».

Twitter come ribaltamento delle grammatiche del potere, insomma. Anche questo però fino a un certo punto, visto che in rete gira una simpatica declinazione: «Io twitto, tu menzioni, egli ritwitta, noi cazzeggiamo, voi parlate, essi ridono. E nessuno studia». Ma come esserne certi? Daniel Kahnemann, psicologo a Princeton e Nobel per l’economia, nel libro Pensieri veloci e lenti (Mondadori) spiega come l’esposizione ai condizionamenti non faccia parte del mondo né dei mezzi con cui ci si esprime ma inizi ben prima, dallo stesso modo di pensare che pregiudica la capacità di agire lucidamente.

Così, il pensiero breve e veloce di Twitter, le immagini sincopate e rigirate, diffuse e trasformate, non sarebbero una riduzione del sapere ma un’adesione a una realtà troppo frammentata. «La brevità che caratterizza Twitter può essere portatrice di sapienza e saggezza» stigmatizza sul suo blog Antonio Spadaro, direttore della Civiltà cattolica e autore di Twittertheology, un instant-book digitale dove si conferma fra i massimi esperti al mondo di rapporti tra evangelizzazione e tecnologia. «Lo ha ricordato anche Benedetto XVI spiegando che “nell’essenzialità di brevi messaggi si possono esprimere pensieri profondi”. Non faceva riferimento a Twitter, indicava una rotta».

Convinto sulla forma, Spadaro è convincente anche sulla sostanza: «Vista nell’ottica ecclesiale è una forma di comunicazione per testimonianza. Ogni volta che ritwitto un messaggio vuol dire che mi ha colpito e voglio farlo conoscere a chi mi segue. È un modo per indicare anche se stessi, evidenzia il Papa: il ritmo della vita chiede messaggi concisi, ma incisivi come punte di chiodo. La nuova evangelizzazione passa anche per forme che incidono sul contemporaneo».

Dopo la gente, i vip e la politica, anche la Chiesa, dunque, sdogana Twitter. E lo benedice. Rappresentarsi e diffondere il verbo, il gossip, le avventure (della carne o dello spirito, almeno su Twitter, non è importante) non è narcisismo perché ormai «non c’è differenza fra vita dentro e fuori del web. Una parte del quotidiano si svolge in rete. E la Chiesa, per sua vocazione, è chiamata a essere là dove l’uomo si trova».

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