Gli invalsi bocciano la scuola ed il conto lo pagano i nostri ragazzi

“La scuola ha tenuto”. Così il ministro Patrizio Bianchi ha commentato i dati INVALSI durante la presentazione avvenuta oggi presso l’Università La Sapienza di Roma.

L’analisi del ministro ha messo in luce l’importanza che ha avuto la ripresa della scuola in presenza per porre un freno alla caduta libera dei livelli di istruzione. Dello stesso avviso è stato il presidente di INVALSI Roberto Ricci, che ha dichiarato che “la direzione presa è quella giusta”, dando una lettura di speranza ai dati presentati. Dati che però mostrano risultati allarmanti in ogni ciclo di istruzione, dalla primaria alle superiori, e in ogni ambito di indagine, italiano inglese e matematica.

Vanno archiviati una volta per tutte i discorsi riguardanti la Dad, la scuola interrotta e la scuola in presenza, non certo futili, ma che rischiano di essere sempre cortina fumogena per non parlare di ciò che veramente deve essere affrontato. È evidente che il monitoraggio degli anni 2019, 2021 e 2022 (nel 2020 non sono stati raccolti) è stato utile per analizzare la scuola alla prova del Covid e ha mostrato che le scuole a cui è stata garantita una maggiore attività in presenza, vale a dire quelle del primo ciclo, abbiano limitato i danni. Lo stesso discorso vale per quegli istituti in grado di proporre una Dad dignitosa e non ostacolata da strumenti tecnologici inadeguati e competenze informatiche lacunose.

La scuola italiana però non soffre solo di Covid e ora sarà bene occuparsi seriamente della crisi trentennale che investe i saperi e gli ambienti scolastici e prendere consapevolezza dei grandi problemi che affliggono la scuola italiana, come ha ricordato la rettrice della Sapienza Antonella Polimeni. D’accordo con la rettrice, infatti, è necessario leggere i dati odierni superando la necessità di trovare ad ogni costo un lato positivo alla presentazione dell’indagine. Perché se i dati INVALSI sono rilevazioni statistiche, è bene che siano presentati per come sono, anche a costo di rovinare la festa e presentare scenari deludenti, per non dire drammatici.

E così, a ben guardare, ci sono tre elementi che devono essere considerati allarmanti. E che si rinnovano ogni anno, con sempre maggiore consistenza.

In primo luogo, il divario tra nord e sud. I dati raccolti in questi anni hanno sempre mostrato una grande distanza nei risultati tra le scuole settentrionali e quelle meridionali, distanza poi colmata o addirittura invertita nei voti dell’esame di maturità. Sono queste due questioni spinose che riguardano in primis la valutazione delle scuole e tra le scuole, e successivamente l’inadeguatezza del sistema di istruzione nazionale incapace di garantire livelli di istruzione uniformi. Addirittura talvolta nemmeno comparabili.

In secondo luogo, il livello generalmente basso di questi esiti delle rilevazioni INVALSI, si tratti di italiano, matematica o inglese. Se gli studenti italiani hanno competenze accettabili alla primaria, non è mai così nei livelli successivi. Come dire, più si va avanti nel ciclo di studi, meno si migliora. Un vero e proprio dramma per un sistema di istruzione.

Infine, la costante ripetitività dello scenario rappresentato dai dati raccolti. Ogni anno la storia è la stessa: regioni molto più avanti di altre, singoli istituti incapaci di risollevarsi, diseguaglianze sociali e territoriali che la scuola non riesce a risolvere. E a questo si aggiunga la totale assenza di azioni che contrastino questi problemi. Da un monitoraggio all’altro la politica non analizza i dati, non propone soluzioni, e così si va da un’INVALSI all’altra, lasciando al mondo della scuola questa raccolta dati inevitabilmente sterile.

Peccato, perchè la scuola già conosce bene i suoi problemi e l’INVALSI potrebbe essere lo strumento adatto per tradurli alla classe dirigente. I dati raccolti si prestano benissimo ad analisi politiche approfondite, poiché delineano ciò che addetti ai lavori, famiglie e osservatori della scuola notano e vivono senza il bisogno di dati statistici di conferma.

Eppure non c’è mai un dibattito serio intorno a queste rilevazioni. Non una dichiarazione nel merito, non un tavolo politico organizzato per discuterne. Non una presa in carico politica di questo diluvio di dati, che invece andrebbero letti, studiati, compresi per poi avere la forza di proporre soluzioni. Di sinistra, o liberali. Ma soluzioni diverse da valutare, magari proprio in questo autunno, all’alba di una nuova campagna elettorale. Perché il ritornello per cui “la scuola è al primo posto delle nostre priorità” non basta più. Davvero.

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