Superlega contro Uefa: la vera posta in palio

Non sarà il verdetto, atteso per la primavera, ma non c'è dubbio che il parere consultivo di Athanasion Rantos, avvocato generale della Corte di Giustizia dell'Unione Europea darà un segnale forte di quali sono gli equilibri nella contesa che dall'aprile 2021 ha scavato un solco profondo dentro il calcio del Vecchio Continente. Da una parte i sostenitori della (fu) Superlega, ufficialmente solo Juventus, Real Madrid e Barcellona schermati dalla società A22 Sports, dall'altra la Uefa del presidente Aleksandr Ceferin. Tutti i tentativi di sedersi al tavolo della trattativa sono fin qui falliti miseramente, compreso l'ultimo e unico incontro a Ginevra dello scorso 8 ottobre tra Bernd Reichart, amministratore delegato di A22 Sports, e lo stesso Ceferin. Chiacchierata terminata con esposizione pubblica degli stracci, tra video e comunicati di rivendicazione che hanno semplicemente chiarito a tutti, se ce ne fosse il bisogno, che per regolare la contesa servirà l'intervento di un giudice terzo.

A differenza di quanto immagina la maggior parte dei tifosi, però, la Corte europea non sarà chiamata a decidere se la Superlega può nascere o no, quanti club debba ospitare e su quali criteri economici o meritocratici basarsi. In quel consesso a essere vivisezionata sarà la figura stessa della Uefa, la sua posizione quasi secolare di monopolio sul football europeo e la sua compatibilità con le norme dell'Unione in tema di libera concorrenza. Uno dei pilastri su cui si è fondata l'Unione sin dalla sua creazione che ora i legali di A22 Sports vogliono applicati anche al pallone all'insegna del motto "Why not?".

Perché, ad esempio, la più importante competizione di rugby (Sei Nazioni) è proprietà privata e torneo chiuso, senza promozioni e retrocessioni, e nessun ha mai obiettato nulla? E perché il basket ha visto nascere l'Eurolega senza sfasciare i campionati nazionali oppure il ciclismo accetta che le sue gare simbolo (Tour de France, Giro d'Italia e non solo) siano organizzate da imprenditori privati, con un sistema che prevede anche inviti slegati dal merito sportivo e tutto questo non si può replicare anche nel calcio?

In punta di diritto si giocherà tutto intorno a sei quesiti cui l'avvocato generale della Corte di Giustizia dell'UE e poi la stessa Corte saranno chiamati a rispondere. Si discuterà degli articoli 101 e 102 del TFUE (Trattato di Funzionamento dell'Unione Europea) e saranno vivisezionati gli statuti di Uefa e Fifa, soprattutto nelle parti in cui assegnano alle due superpotenze del pallone il potere di controllare tutto: organizzare le manifestazioni, promuoverle, venderle commercialmente, stabilirne le regole e minacciare sanzioni enormi per chi pensa di fare diversamente. Tutto, secondo i legali di A22 Sports, sulla base di un sistema vecchio ormai 70 anni ma che per Nyon funziona benissimo ed è l'unico possibile per legare insieme gli interessi di tutte e 55 le federazioni che ne fanno parte.

Le quali hanno lo stesso peso nell'urna pur rappresentando interessi enormemente differenti (Premier League e Gibilterra, ad esempio, valgono uno allo stesso modo) e provenire contesti legali differenti. E' un processo strano, quello che si celebra a Lussemburgo, nel cuore dell'Unione e con le regole dell'Europa: più della metà degli affiliati alla Uefa non fa parte dell'UE (sono 28) e la stessa Uefa è una società privata svizzera che fa riferimento in ultima istanza al Tribunale federale svizzero. Non all'Europa. Ma che governa il calcio europeo e non intende mollare la presa.

Ceferin fin qui ha tenuto il punto: nessun dialogo con i 'ribelli', sanzioni minacciate e per ora congelate solo per intervento di un tribunale di Madrid, la tentazione malcelata di regolare tutti i conti in caso di verdetto positivo la prossima primavera. I guai giudiziari della Juventus del nemico Agnelli e quelli economici del Barcellona hanno fornito più di un assist al numero di Nyon che può contare anche sull'appoggio politico dei governi europei. Gli altri, quelli della Superlega, sperano che nel muro del monopolio si apra una breccia nella quale infilarsi.

Messo da parte il progetto iniziale, ormai abbandonato, l'idea è di presentare una proposta che sia allettante per tanti club, sia dal punto di vista economico che nei meccanismi di coinvolgimento. E soprattutto convinca la maggioranza che la governance industriale del giocattolo pallone deve essere in mano a chi macina investimenti (e perdite) miliardarie, superando la mediazione di un ente che incassa e divide senza assumersi alcun rischio di impresa. Tutto passa, però, dalla Corte e dalla volontà di recepire uno o più dei sei quesiti tecnici sottoposti.

Per chi segue da fuori, annoiato dalla estrema tecnicità dell'argomento, basti tenere a mente quanto accadde nell'ormai lontano 1996 per la sentenza Bosman, quella che ha cambiato per sempre il volto del calcio dando potere ai giocatori e togliendolo dalle mani delle società. Siamo davanti a un bivio molto simile: Fifa e Uefa possono uscire travolte oppure rafforzate per sempre. In ogni caso dopo il 15 dicembre e a primavera nulla sarà più come prima. "Europe is the land of freedom" ripetono gli avvocati di A22 Sports. E anche: "Sport is an open industry". Oggi è più un auspicio il loro che una realtà, domani chissà. La posta in palio, però, è più della semplice (fu) Superlega: vincere in Lussemburgo significherebbe riscrivere le tavole della legge da posizione di forza, cambiando tutto a partire dai calendari internazionali. Perdere porterebbe a una Canossa e farebbe rotolare non poche teste.

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