Soros al Financial Times: meglio un euro senza Germania

Prendere o lasciare. Questa volta il dubbio amletico non è per la Grecia ma per la solida Germania. George Soros, il finanziere americano che nel 1992 lanciò la sua scommessa contro la sterlina, questa volta ha puntato il dito contro un altro bersaglio grosso: Berlino, chiedendogli di modificare la posizione sul capitolo crescita nell’Eurozona. Altrimenti è meglio che esca dalla moneta unica.

Eppure anche oltre Manica, dove le scommesse sulla dissoluzione dell’euro si sono sprecate e forse qualcuna in fondo resiste ancora, credono poco a questa boutade. Michael Taylor, economista della casa d'investimento londinese Lombard Street Research, spiega a Panorama.it che è meglio andarci piano con le parole. Perché “senza la Germania l’euro è morto”.

Anche se Berlino può crogiolarsi in un altro primato, quello che ha sbandierato l’ultimo rapporto sulla competitività del World economic forum di Ginevra, c’è poco da stare allegri. Il suo sorpasso sugli Stati Uniti d’America sarà anche diventato realtà, ma è in Europa che questo autunno il gioco è più duro che mai. Adesso che Draghi ha indicato la via ai governi, secondo Soros, la cancelliera Merkel e i suoi fedelissimi dovranno prendere una posizione chiara: promuovere la crescita dell’intera Eurozona, non solo tirare acqua al mulino dell’industria tedesca.

Se non lo faranno, è il ragionamento del finanziere, è meglio che voltino le spalle al progetto dell’Europa unita. Soros l’aveva detto in un articolo pubblicato nel numero del 10 settembre della rivista New York Review of Books, oggi lo ha ribadito all’Financial Times. Per lui l’Unione europea deve essere, infatti, una società aperta, ossia un’associazione volontaria di Stati membri paritari che hanno rinunciato a parte della loro sovranità per il bene comune. Altrimenti è stato bello ragazzi, ma arrivederci e grazie.

Lo spauracchio di un depressione lunga e dolorosa non molla. “Senza una simile svolta l'Europa è condannata a entrare in una fase di depressione economica che potrebbe durare dai cinque ai dieci anni”. Per scampare questo pericolo, è la conclusione del suo ragionamento, l’Eurozona ha bisogno di una forma di condivisione del debito, ovvero gli Eurobond ai quali Berlino è fortemente contraria, e di un programma per la crescita, che non è quello che la Germania sta imponendo all'Europa.

Qualche apertura in realtà nelle ultime settimane la Cancelliera l’ha fatta. Tra Francoforte e Berlino c’è più sintonia, ma solo i prossimi appuntamenti – l’Eurogruppo e l’Ecofin in agenda il 14 e 15 settembre – diranno in che direzione stiamo andando. Nel frattempo c’è chi come l'economista Michael Taylor crede poco a un’unione monetaria in Europa senza la Germania, semplicemente perché "che piaccia o no, ne è il cuore".

Si chiede chi pagherebbe il fallimento del Sud d’Europa se Berlino dicesse "basta". Quindi è “meglio andarci piano con le parole”, soprattutto in questi giorni di intense trattative sull'asse Bruxelles e Madrid. La resa della Spagna - si sussurra dietro le quinte - sarebbe, infatti, ormai dietro l’angolo. E senza i sacrifici anche dell'odiata Germania, per l’euro ci sarebbe solo la fine.

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