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Dopo Sinner ridiamo più sport alla tv generalista

La Sinner mania che ha travolto i palinsesti della televisione italiana, costringendo a un taglia e cuci per far posto alle imprese del tennista altoatesino alle ATP Finals di Torino, dovrebbero far aprire gli occhi a chi gestisce budget e programmazione nella tv in chiaro del Belpaese. La finale contro Djokovic in preserale, spostata da Rai 2 a Rai 1 dopo il boom di ascolti della settimana torinese, ha frantumato ogni record: 6,686 milioni tra Rai e Sky Sport con uno share del 35,9%. Roba da nazionale di calcio e, soprattutto, frutto di una progressione che ha visto i match dell'altoatesino costantemente sopra i 3 milioni di telespettatori.

E' vero. L'Italia è un paese di tifosi e aver scoperto l'esistenza di un tennista a livello top nel mondo, giovane ed educato, aiuta. E' probabile che nessun altro match, nemmeno Djokovic contro Alcaraz, sarebbe stato capace di tenere incollati al divano milioni di appassionati pur trascinandosi oltre mezzanotte. In questo Sinner sta mostrando segnali di fascino trasversale tra generazioni, sport e generi che si ricorda per pochi altri come Alberto Tomba, Valentino Rossi e Marco Pantani.

Con una differenza rispetto a Tomba e Pantani e cioè che Sinner e il tennis di alto livello sono stati scoperti dalla grande massa solo perché l'azzurro si è arrampicato fino alla vetta del tennis mondiale. Tutto il resto, infatti, è da tempo e ormai senza nemmeno che se ne discuta appannaggio della televisione a pagamento con la Rai che ha rinunciato a giocare un suo ruolo, limitandosi a pochissimi momenti protetti dalla legge che obbliga alla trasmissione in chiaro in presenza di un evidente grande interesse nazionale.

Tomba e Pantani no. Loro sono stati per anni appuntamento fisso in tutti i loro exploit e Rossi ha goduto per qualche tempo della vetrina di Mediaset in chiaro. Cosa significa? Da anni ormai il mercato dei diritti sportivi è così caro da risultare quasi inavvicinabile per le tv generaliste. E' il motivo per cui, progressivamente, Formula Uno, Moto Gp, tornei dello Slam e del circuito, Mondiali ed Europei nelle loro versioni integrali e pure le Olimpiadi sono finiti in pay o addirittura su piattaforme streaming.

Sia chiaro, è un bene e non un male. Sono stati così valorizzati perché affidati al racconto competente di voci a loro volta non generaliste e hanno avuto lo spazio che meritano. Nessuno rimpiange gare e partite troncate dal celebre "linea al telegiornale" perché nessun funzionario Rai aveva il potere di non interrompere l'emozione per il bollettino politico di turno. La stessa presenza in contemporanea delle imprese di Sinner su Rai e Sky ha confermato che esiste una differenza incolmabile nel modo di narrarle: da una parte (Sky) il salotto di casa che aggiunge semplicemente un capitolo dopo l'altro a un libro scritto a più mani, dall'altra (Rai) un pizzico di improvvisazione a volte stonata anche se, nel complesso, piacevole.

E però viene da chiedersi se l'esperienza e gli ascolti delle ATP Finals non possa suggerire un diverso approccio alla televisione pubblica. E' possibile che viale Mazzini abbia ormai abdicato al ruolo di narratore del grande sport (non solo il calcio della nazionale) pur disponendo di un budget enorme frutto del canone pagato dagli italiani? E che le risorse siano dedicate quasi unicamente a produzioni interne o esterne di intrattenimento che pure non costano certamente poco? Se le ATP Finals una lezione devono darla, potrebbe essere questa. Il mercato dei telespettatori esiste, a patto che gli si offra un prodotto riconoscibile.

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