sergio mattarella
ANSA/ UFFICIO STAMPA/ QUIRINALE/ PAOLO GIANDOTTI
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Sergio Mattarella, il Presidente della stabilità

"Non sempre il bene appare, e ciò che appare come bene molto spesso non lo è”, scrive Giulio Andreotti nel romanzo postumo autobiografico appena uscito, Il buono cattivo (La Nave di Teseo).

Ma vale anche il contrario: ciò che appare come male molto spesso non lo è. La scelta di Sergio Mattarellapresidente della Repubblica sancì la rottura del Patto del Nazareno tra Berlusconi e Renzi.

Fu una scelta che conteneva un forte segno di contraddizione. Il nome di Mattarella non era condiviso, né poteva esserlo. Era il suo identikit a parlar chiaro: democristiano di sinistra, fu uno dei ministri del Governo Andreotti che si dimise nel 1990 in polemica con la Legge Mammì che regolarizzava i canali Fininvest e metteva fine al monopolio Rai.

Semplificando, pochi politici hanno preso posizioni così concretamente ostili verso Berlusconi imprenditore.

E invece. Una volta al Quirinale, il nuovo capo dello Stato ha sfoderato le doti migliori dei democristiani di un tempo, specie per un momento politicamente caotico come quello attuale (che rischia di esserlo ancor di più avvicinandoci al voto).

Anzitutto l’equilibrio, poi la ricerca di stabilità, e l’esercizio discreto di un potere istituzionale rispettoso dell’interesse nazionale. La quarta, dote, non la meno importante, il non protagonismo.

Scalfaro, per dire, aveva avuto una parabola inversa: era un democristiano “di destra”, con idee parecchio conservatrici, ma da Presidente è stato una costante, ostinata spina nel fianco di Berlusconi. Non nascondeva il fastidio verso il leader del centrodestra. Fu presidente divisivo, inviso all’elettorato del Cavaliere.

Quanto a Giorgio Napolitano, era un postcomunista “di destra”. Dentro il partito maggiore della sinistra rappresentava ordine e legalità, era l’uomo delle relazioni internazionali.

Ci si poteva aspettare da lui una presidenza al di sopra delle parti. E in qualche momento questa sensazione l’ha data. Poi, però, negli snodi più complessi, è stato lui a far pendere pesantemente l’ago della bilancia.

In tanti lo hanno dipinto come un monarca, più che presidente. Ancora va scritto, per esempio, tutto ciò che si dovrebbe sapere sul modo in cui Berlusconi fu costretto alle dimissioni nel 2011, sotto il peso di una trama europea con sponde in Italia.

Mattarella, voluto da Renzi, ha dimostrato di sapersi affrancare dal suo grande elettore. Per esempio sulla tempistica del voto anticipato, mai ha dato l’impressione d’essere guidato da obiettivi di parte.

Non ha mai esercitato il potere di sostituzione rispetto ad altri organi di Stato e di governo, ma è stato presente in modo discreto, con un legame reale con la gente e col territorio.

Senza prevaricare ma senza tentennare. Assertivo nei momenti cruciali, ma senza fratture. Anche adesso si prepara a gestire quello che sarà il “suo” momento, con il voto e nella prospettiva di una complicatissima gestazione del nuovo esecutivo.

Mattarella ha trattato con grande saggezza anche il rientro in Italia delle salme di Re Vittorio Emanuele III e della Regina Elena, autorizzandone la traslazione ma anche fissando paletti (no al Pantheon).

Alla vigilia dello scioglimento delle Camere comincia a lanciare messaggi rassicuranti: il voto, dice, non è la fine del mondo, siamo in democrazia, una soluzione si troverà sempre. L’interesse nazionale prima di tutto.

Ci sono stati momenti in cui il sistema ha avuto bisogno di scosse salutari (comprese le picconate di Cossiga).

Oggi, in cima al Quirinale, c’è bisogno di qualcuno che smussi gli angoli, aiuti le mediazioni, raffreddi il clima surriscaldato. E conosca e rispetti le regole e procedure, pur senza rinunciare alle proprie prerogative.

Dal male forse è nato il bene.

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