La «superiorità» della sinistra, una malattia da cui non guarirà mai

"Voi di destra vi sentite inferiori perché non avete uno straccio di intellettuale da trecento anni". Questa la lapidaria sentenza pronunciata ieri da un concitato Andrea Scanzi, durante la trasmissione Otto e Mezzo. Per carità: si vede subito che si tratta di una frase densa, sudatamente studiata, frutto di un intenso lavoro intellettuale. E del resto l'arguto giornalista l'ha pronunciata –come spesso gli accade– con quell'aria grave, rintracciabile in personaggi solenni della caratura di Hegel o del Divino Otelma. Certo: magari non si tratta di una tesi originalissima, visto che da decenni ci ripetono ormai che la cultura è solo di sinistra, gli intellettuali sono solo di sinistra, la superiorità morale è di sinistra, e così via. Però, si sa, la verità ogni tanto ha bisogno di essere ribadita. E Scanzi se ne è fatto ammirevolmente carico.

Eppure, se volessimo andare leggermente oltre il detto oracolare del caregiver aretino, a ben vedere c'è qualcosa che non torna. Innanzitutto, se anche ci limitiamo alla (un tantino semplicistica) dicotomia tra intellettuali di destra e di sinistra, scopriremo forse che Scanzi non abbia poi tutta questa ragione. Senza risalire indietro di trecento anni, basterebbe fermarsi alla storia politico-culturale del Novecento. Gilbert K. Chesterton, Michael Oakeshott,Leo Strauss, Russell Kirk, Eric Voegelin, Romano Guardini, Augusto Del Noce: sono solo alcuni dei numerosi nomi associati al pensiero conservatore. Un pensiero che certo non è omogeneo e che, anzi, vede tra queste stesse figure delle posizioni spesso divergenti. Ma un pensiero che non è comunque riconducibile a quell'area culturale che, secondo le categorie di Scanzi, rientrerebbe nel "di sinistra". Un discorso che vale anche per autori di orientamento liberale e libertario, quali Mises, Hayek e Rothbard: figure che certo con il marxismo non hanno mai avuto particolari affinità. Come se poi lo stesso pensiero "di sinistra" fosse a sua volta stato un monolite: come se, per capirci, Herbert Marcuse e Alexandre Kojève potessero essere considerati dalla stessa parte della barricata. E' quindi francamente spiacevole che un così raffinato intellettuale dei nostri giorni cada in banalizzazioni tanto poco felici.

E' pur vero che un grande problema del centrodestra in Italia sia oggi il troppo poco spazio che viene riservato alla ripresa e all'approfondimento dei pensatori liberali e conservatori. Che Scanzi venga tuttavia adesso a dirci che la destra sarebbe costretta a "brandire Sgarbi" lascia onestamente un po' il tempo che trova. Soprattutto dopo che i leader del centrosinistra, da Enrico Letta a Giuseppe Conte, hanno eletto Fedez a proprio punto di riferimento politico. Liberissimi di farlo, per carità. Ma, se questi signori sentono il bisogno di affidarsi alla rappresentanza di un milionario testimonial di Amazon, viene sommessamente il dubbio che nella tanto decantata superiorità intellettuale della sinistra qualcosa si sia inceppato. E forse non da oggi.

Perché il problema è proprio degli intellettuali. Per qualcuno il ruolo dell'intellettuale è quello di ricercare la verità, per altri quello di instaurare un'organicità tra classi superiori e classi subalterne. In ogni caso, si tratta di un ruolo maledettamente serio, che ha il compito – indipendentemente dal colore politico – di svegliare le coscienze, non di sopirle o blandirle. Poi qualcosa è andato storto. Dopo il "partito radicale di massa", ci siamo ritrovati a dover fare i conti con la figura dell'intellettuale da social network. Un giornalista, narcisista, autoreferenziale, che ama essere lusingato, che frequenta la "gente giusta", che cerca, neanche il consenso, ma i like: i like. Né più né meno degli influencer di Instagram. Tutto legittimo, per carità. Ma le ramanzine sulla superiorità intellettuale ce le risparmi.

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