La Chimera di Patrick Alò
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Roma Arte in Nuvola, l'arte moderna e social

Da oggi a domenica al Roma Convention Center, negli spazi progettati dall'architetto Massimiliano Fuksas all'EUR, apre Roma Arte in Nuvola, la nuova Fiera di arte moderna e contemporanea destinata a diventare uno dei più importanti riferimenti dell'arte per l'area mediterranea. Una mostra mercato che si pone l'obiettivo di colmare un vuoto di offerta nella Capitale, ospitando le più prestigiose gallerie italiane e internazionali, con sezioni dedicate agli artisti esordienti più innovativi e sperimentali e la presenza di circa 30 progetti speciali tra mostre e exhibit che faranno da corollario all'iniziativa. L'intento, come racconta il Direttore Generale di Roma Arte in Nuvola Alessandro Nicosia, è anche quello di rivolgersi non solo alle gallerie, agli addetti ai lavori e ai collezionisti, ma anche al grande pubblico, che - grazie alla formula innovativa di questa fiera, capace di far convivere accanto alla presenza centrale delle gallerie, installazioni di artisti nazionali e internazionali e mostre - potrà trovare stimoli nuovi per avvicinarsi all'arte contemporanea.

La ripartenza del sistema arte nell'epoca post-lockdown passa anche - e sempre più - dai social: saranno infatti presenti alcuni art sharer ed influencer che condurranno i visitatori in un percorso guidato all'interno della fiera, esponendo la loro visione e il loro approccio nei confronti dell'arte e del modo di comunicarla, condividerla e raccontarla.

Ad inaugurare questa iniziativa sarà Clelia Patella (@Cleliart), che il 18 novembre dalle ore 17.30 accompagnerà in modo originale il pubblico tra le opere esposte. "La scelta di svolgere questa nuova manifestazione all'interno di un complesso architettonico che durante la pandemia ha ospitato un hub vaccinale - dice Clelia Patella - non solo rende doppio onore al concetto di rinascita (dell'arte, degli artisti e dei cittadini) , ma è anche la dimostrazione tangibile di come la contemporaneità conservi la tradizione dell'arte nell'arte. I musei solitamente nascono in edifici storici e antichi, in questo caso invece le opere contemporanee potranno essere vissute in una struttura moderna che vedrà insieme in quei tre giorni padri nobili e giovani artisti, dibattiti, incontri, talk per creare così spunti di condivisione in chiave creativa . E sono davvero entusiasta di aprire io le danze il 18 con una visita guidata in cui il mio obiettivo non sarà quello di spiegare, quanto più che altro raccontare il mio approccio all'arte: un approccio che sente, non concettualizza, e che comprende la complessità e la ricchezza che solo un'opera d'arte nel suo silenzio sa comunicare."



La Lupa di Patrick Alò


La Galleria del Laocoonte ha l'onore di presentare "Mitologia Meccanica", il meglio dell'opera finora prodotta dall'artista Patrick Alò (Roma, 1973), in "bella mostra" in uno spazio a lui specificatamente dedicato, a confronto e a contrasto con i disegni preparatori per alcuni dei più importanti mosaici monumentali dell'Eur, nati dalla mano maestra di Gino Severini (Cortona 1883 – 1966) e di Giovanni Guerrini (Imola 1887-Roma 1972), pittore e architetto, inventore, tra l'altro, del "Colosseo Quadrato", il Palazzo della Civiltà Italiana, che è l'edificio simbolo del complesso urbanistico che avrebbe dovuto ospitare l'Esposizione Universale del 1942.

L'accostamento non è arbitrario: mentre i disegni rappresentano un omaggio al genius loci dell'Eur, di cui la "Nuvola" vuol essere il contemporaneo completamento, l'arte di Patrick Alò si associa, a suo modo, all'opera degli artisti che vollero rielaborare i miti classici e della Roma antica per i fini propagandistici del regime che perse la guerra. Se questa rimane oggi come monito e memoria contro le manie di grandezza e il delirio di onnipotenza, l'arte di Patrick Alò, artista sensibilissimo e abile nell'assemblare i rottami della moderna civiltà industriale a comporre gli Dèi, gli eroi e i mostri dell'antichità, impone una profonda riflessione sulla sopravvivenza dell'antica mitologia nell'epoca moderna, sulla caducità della civiltà delle macchine, e sulla forte carica simbolica del "reimpiego" degli scarti tecnologici, per un fine non troppo diverso da quello per cui gli uomini del medioevo riutilizzavano i frammenti delle architetture classiche nei loro edifici contemporanei.
Poeta nelle forme realizzate, Patrick Alò è un metallurgo, un moderno Efesto che lavora tra fumi e scintille, un Dedalo moderno, capace di invenzioni sorprendenti. Ruote dentate, cingoli, balestre, catene, mozzi, molle, alberi a camme, parti e ingranaggi di motori che un tempo vibravano di vita, diventano, grazie al suo lavoro, ossa e muscoli di creature che un tempo vivevano nell'immaginazione pagana, e vanghe, falci, erpici, picconi, tenaglie, utensili dismessi perché rovinati dal lavoro, trovano una nuova funzione come petti e fianchi, mani, dita, artigli, di eroi resuscitati o creature che riaffiorano dall'antico immaginario come le -statue e i bronzi antichi dalla terra che li ha coperti.
Ecco la Lupa feroce, metallica guardiana e sollecita nutrice di Romolo e Remo, una coppia di meccanici gemelli.
La Chimera - quella d'Arezzo, ora a Firenze – è resa ancora più spaventosa nella sua moderna corazzatura che gli fa da corpo, mentre affronta con ferina audacia l'invisibile Bellerofonte che spegnerà di lancia il suo ferrigno ruggito. Le sue fauci sono ferri di cavallo, le corna della testa di capra che ha sul dorso un manubrio, e il corpo di serpente che gli fa da coda e sembra frustare l'aria, sono le maglie articolate di una catena di trasmissione.
Tra le opere esposte tutte supera in grandezza il Laocoonte – espressamente commissionato dalla Galleria che da questa eroica e sfortunata vittima degli Dei prende il suo nome – un'opera che supera l'antico pathos e sembra suggerire alla futura intelligenza artificiale una capacità che essa ancora non ha: quella del dolore. Qui Patrick Alò arriva a commuoverci, fingendo che un ammasso di ferraglia sia capace di soffrire per il destino dei suoi figli e della sua Patria, Troia, che brucerà stanotte.
Ancora una Sfinge, arcaica nell'ispirazione, ieratica nella posa, drizza le sue ali stilizzate che sono lame di falce. Custode del mistero, essa, come il mito insegna, è una creatura fatale.
Un piccolo Apollo del Belvedere, come l'originale vanto del Museo Vaticano, al tempo di Giulio II, sarebbe forse piaciuto a Winkelmann, che lo poneva in cima ad ogni opera dell'antichità. La minuta cura con cui sono rese le sue forme e le eleganti pieghe con cui il suo manto cade dal braccio, hanno del sorprendente. Ad un tempo ricorda i preziosi bronzi del Rinascimento e i prodigiosi automi ad orologeria che facevano ricche le antiche Wunderkammer di principi e imperatori.
L'Ercole Farnese di Glicone, ora al Museo Archeologico di Napoli, è un marmo alto più di tre metri, Patrick Alò l'ha riprodotto in pochi centimetri. Forse non tutti sanno che Glicone era solo un copista e che il vero originale era un bronzo di Lisippo, sopravvissuto a Costantinopoli fino al 1205, quando i crociati lo fusero per battere moneta. Dal crogiolo dell'immaginazione dell'artista è rinato questo, come un piccolo atto di riparazione.

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