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Quel che resta delle rivoluzioni in America Latina

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La seconda edizione del Global Terrorism Index pubblicata oggi parla chiaro. Il terrorismo internazionale è una questione che gravita principalmente attorno alle strategie e agli interessi dei principali gruppi estremisti di matrice islamica attivi in Medio Oriente, Asia Centrale e Africa.

Secondo il rapporto, redatto dall’Institute for Economics and Peace, tra il 2012 e il 2013 a livello globale è stato riscontrato un incremento sia del numero di vittime per attacchi terroristici (+61%, da 11.133 a 17.958) che delle azioni compiute (+44%). La maggior parte dei casi si concentra nei primi cinque Paesi della classifica del terrore, che tiene conto in totale del livello di criticità in 162 Stati (il 99,6% della popolazione mondiale). Si tratta di Iraq, Afghanistan, Pakistan, Nigeria e Siria, teatri di guerra e di violenze in cui, come noto, operano in prima linea l’esercito dello Stato Islamico del Califfo Al Baghdadi, le varie ramificazioni di Al Qaeda, i talebani e Boko Haram.  


I dieci miti (che resistono) della revoluciòn

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Emiliano Zapata, bandito, contadino, rivoluzionario degli anni 10: capo indiscusso della Rivoluzione nel sud del Messico, morì assassinato per mano di un sicario al soldo del presidente golpista Venustiano Carranza

I dieci miti (che resistono) della revoluciòn

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Simon Bolivar (1783 - 1830), conosciuto come il Libertador, è stato per decenni il punto di riferimento di tutti i guerriglieri latinoamericani

I dieci miti (che resistono) della revoluciòn

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Contadino, bandito, rivoluzionario, proprio come Emiliano Zapata. A differenza di Zapata Pancho Villa operava nel nord del Messico. Morirà assassinato nel 1923 a Parral, Stato di Chihuahua (Messico settentrionale).

I dieci miti (che resistono) della revoluciòn

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Augusto Cesar Sandino ha ispirato le lotte di resistenza in Nicaragua contro la presenza militare statunitense nel paese tra il 1927 e il 1933. Morì assassinato nel 1934 a Managua. I rivoluzionari che combatterono contro la dittatura di Somoza si richiamavano proprio alla sua resistenza

I dieci miti (che resistono) della revoluciòn

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Sembrava che dovesse esportare la rivoluzione, il comandante Marcos, quando apparve sulla scena nel 1994 con i suoi indigeni chiapatechi. Oggi, dopo essersi tolto il passamontagna, è un pacifico leader locale del Chiapas con un grande futuro alle spalle

I dieci miti (che resistono) della revoluciòn

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Benché non sia mai stato un guerrigliero, e sia stato eletto presidente in Cile grazie a un voto democratico, il mito di Allende, assassinato dal suo ex capo di stato maggiore Augusto Pinochet, continua a ispirare le nuove generazioni radicali latinoamericane

I dieci miti (che resistono) della revoluciòn

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Il simbolo immortale dei rivoluzionari latinoamericani dopo l'omicidio avvenuto nella selva boliviana nel 1969, dove si era trasferito nell'illusione di esportare la rivoluzione cubana

I dieci miti (che resistono) della revoluciòn

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Amato, odiato, controverso, colto, di rara capacità oratoria. Il mito di Fidel, nonostante tutto, resiste al tempo e all'usura

I dieci miti (che resistono) della revoluciòn

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José Mujica, attuale presidente dell'Uruguay, è stato in carcere, in isolamento, per dieci anni negli anni 70, quando militava in un gruppo guerrigliero marxista. Le sue riforme - dalla liberalizzazione della cannabis fino alla redistribuzione delle terre - ha rinverdito il mito nostalgico della Revoluciòn

I dieci miti (che resistono) della revoluciòn

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Punto di riferimento della teologia della liberazione, filone della Chiesa latinoamericana vicina ai poveri e ai guerriglieri marxisti, il vescovo di San Salvador, Oscar Romero, fu assassinato dagli squadroni della morte mentre celebrava messa all'interno della cattedrale della capitale salvadoregna

Per questa parte di mondo vige in maniera permanente il bollino rosso per la sicurezza. Il rapporto segnala inoltre che in prospettiva la situazione potrebbe peggiorare anche in diversi altri Stati, concentrati principalmente tra l’Africa (Angola, Repubblica Centrafricana, Costa d’Avorio, Etiopia, Mali e Uganda), il Medio Oriente (Iran e Israele) e l’Asia (Bangladesh, Myanmar e Sri Lanka).

Per scorgere il primo segnale di rischio nell’area del Centro e Sud America bisogna invece ripercorre a ritroso la classifica fino alla posizione numero 32, occupata dal Messico. Seguono Perù (50), Guatemala (57), Honduras (64), Argentina (71), Brasile (72), Venezuela (92) e Bolivia (103). A dividersi l’ultima posizione, insieme a Nuova Zelanda, Corea del Nord, Qatar e Singapore, sono Costa Rica, Cuba, El Salvador, Haiti, Giamaica e Uruguay.

L’epoca dei movimenti rivoluzionari che tra gli anni Sessanta e i primi anni Novanta hanno sfidato l’imperialismo americano, in nome dell’ideologia comunista e di una più equa ridistribuzione di terre e ricchezze, sono dunque ormai relegati ai margini del nuovo corso politico, economico e sociale dell’America Latina. Le minacce per la stabilità dei Paesi di quest’area sono infatti riconducibili ad altri fenomeni: il circuito internazionale del narcotraffico e la criminalità organizzata (non solo in Messico ma anche in Guatemala, El Salvador, Nicaragua, Honduras e Costa Rica) e le tensioni sociali (Venezuela, Argentina e Brasile principalmente).

Quel che resta della revolución si riduce pertanto a poche migliaia di guerrilleros rifugiati per lo più in aree rurali. Per questi combattenti l’obiettivo ormai non è più ripetere le imprese di Che Guevara o del Frente Sandinista de Liberación Nacional (FSLN), che nel 1979 riuscì a rovesciare il regime di Somoza in Nicaragua, ma piuttosto sopravvivere. Qualcuno l’ha capito in tempo, optando per un graduale reinserimento nella vita politica e sociale nazionale. È il caso dei Tupamaros e del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional che in Uruguay e a El Salvador si sono diventati partiti politici, arrivando anche a vincere le elezioni presidenziali con José Mujica e Mauricio Funes.

Altri, come i ribelli dell’EZLN(Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) nel Chiapas e le FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) in Colombia, resistono o tentano a fasi alterne il dialogo.


Dialogo a rischio in Colombia
A dare segnali di vitalità soprattutto nelle ultime settimane sono state le FARC, che il 16 novembre hanno rapito due ufficiali dell’esercito e un civile, addentratisi in un’area ad alto rischio senza alcuna protezione. L’ostaggio più importante finito nelle mani dei guerriglieri è il generale Ruben Dario Alzate, a capo della task force militare Titan, a cui nel gennaio di quest’anno il governo colombiano ha affidato il compito di neutralizzare i gruppi terroristici e le bande criminali attivi nel dipartimento di Choco, situato nella parte occidentale del Paese.

Fondate nel 1964, le FARC sono una formazione guerrigliera comunista di ispirazione marxista-leninista. Attualmente sono guidate da Rodrigo Londono, noto anche come “Timochenko”, il quale può ancora contare su circa 8mila combattenti. Due anni fa la leadership del gruppo si è detta pronta ad avviare i primi colloqui di pace con i rappresentanti del governo del presidente Juan Manuel Santos. I negoziati avviati a L’Avana, sotto la supervisione di Venezuela, Cuba, Norvegia e Cile, hanno sinora portato a un’intesa su tre dei cinque punti su cui è focalizzato il confronto: la riforma agraria, la lotta comune al narcotraffico (una delle principali attività illegali attraverso cui le FARC hanno finanziato per anni le loro azioni) e la possibilità per i ribelli di partecipare alla vita politica del Paese. Mentre sulle altre due questioni (consegna delle armi e risarcimento delle vittime del conflitto) le parti sono ancora distanti.

La presa dei tre ostaggi, a cui ne vanno aggiunti altri due catturati la scorsa settimana, rischia però di innescare una nuova escalation di tensioni in Colombia. Le FARC hanno affermato di essere legittimate ad effettuare rapimenti di militari (ma non di civili) in quanto il governo non ha comunicato ufficialmente l’entrata in vigore di un cessate il fuoco. Il presidente Santos in risposta ha ordinato rastrellamenti nell’area e bloccato i negoziati fino a quando non verranno rilasciati gli ostaggi. Il dialogo, su cui il presidente ha incentrato la sua ultima campagna elettorale che a giugno lo ha portato a ottenere un nuovo mandato alla guida del Paese, rischia pertanto di deragliare. E alle oltre 220mila vittime provocate in questi cinquant’anni di guerriglia, presto potrebbero aggiungersene altre.

Nel dipartimento di Choco pare siano operative anche cellule dell’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN). Fondato nel 1964, l’ELN ad oggi non disporrebbe di più di 2.000 uomini. Come le FARC, è considerato un’organizzazione terroristica da Stati Uniti e Unione Europea. Il gruppo ha ottenuto molta visibilità alla fine degli anni Novanta, compiendo centinaia di rapimenti e sferrando ripetuti attacchi contro infrastrutture di proprietà dello Stato ed oleodotti. Anche l’ELN ha chiesto di poter trattare con il governo colombiano.

La ribellione maoista in Perù
A quasi cinquant’anni dalle prime azioni, la formazione peruviana di ispirazione maoista Sendero Luminoso è oggi ridotta a uno sparuto gruppo di circa 500 militanti, ma negli anni Novanta disponeva di oltre 10mila unità. Nei vent’anni di conflitto contro le forze armate peruviane (dal 1980 al 2000) sono morte 70mila persone. La prima battuta d’arresto per i guerriglieri andini è stata registrata nel 1992, con l’arresto del fondatore Abimael Guzman, seguita nel 2012 alla cattura di Florindo Flores, altra figura di riferimento dell’organizzazione. Sfruttando i proventi del traffico di cocaina gli irriducibili di Sendero Luminoso rappresentano ancora oggi una minaccia per il governo di Lima, anche se il presidente Humala è convinto di poterli sconfiggere definitivamente entro il 2016, anno in cui terminerà il suo mandato alla guida del Paese.

La legge dei narcos in Messico
Come evidenziato dal Global Terrorism Index 2014 in questo momento il Paese del Centro e Sud America in cui il rischio terrorismo è maggiore è però il Messico, dove i narcos restano fuori controllo. L’allarme non è invece riconducibile all’attivismo dei combattenti dell’EZLN, finiti nel cono d’ombra mediatico dopo che nel maggio scorso il leggendario Subcomandante Marcos, icona del nuovo rivoluzionarismo contro il capitalismo americano e in favore dei nativi del sud del Chiapas, si è tolto la maschera.  

Fondato nel gennaio del 1994 in risposta al trattato di libero scambio dell’America settentrionale (NAFTA), dopo vent’anni di militanza armata oggi l’EZLN non rappresenta più una minaccia per il governo di Enrique Peña Nieto, impegnato piuttosto a tenere testa ai cartelli del narcotraffico, capaci di muovere pedine anche ai vertici dello Stato e delle forze di sicurezza come ha dimostrato il caso dei 43 studenti rapiti e uccisi lo scorso 26 settembre dopo una manifestazione universitaria nella città di Iguala, nello Stato di Guerrero.

Un capitolo a parte meritano infine i foreign fighters che in questi anni dai Paesi di tutto il mondo si sono spostati in Siria e Iraq per combattere per la causa jihadista. Alcuni proverrebbero anche dal Messico, dal Cile e da altri Paesi del Centro e Sud America.







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