Putin prova a spiegare il “golpe” della Wagner ma i dubbi restano

Per l’occasione, Vladimir Putin ha tolto la cravatta color vinaccia e l’ha sostituita con una nera, quasi fosse listato a lutto. L’ora è buia in effetti, perché si tratta di spiegare al popolo russo cosa diavolo sia successo sabato 24 giugno 2023, quando un manipolo di mercenari ha marciato sulla capitale dirigendo i propri strali sull’élite corrotta che guida la guerra in Ucraina, prima di fare un improvviso quanto mirabolante dietrofront.

Abbiamo già dato alcune possibili interpretazioni sul tentato golpe della Wagner, ma non siamo certo noi a dover spiegare al mondo cosa sta accadendo in Russia in queste ore. Quella persona è, semmai, il presidente della Federazione russa. Il quale, dopo un primo intervento per chiedere «di non commettere questo errore gravissimo, di fare la scelta giusta, di smettere la partecipazione a queste azioni criminali», a mente fredda ha chiarito – con un video taglia e cuci di appena cinque minuti – quanto vicini a una tragedia nazionale siano stati i cittadini russi: «Gli organizzatori della ribellione, tradendo il loro Paese, il loro popolo, hanno tradito coloro che erano coinvolti nel crimine. Hanno mentito loro, li hanno spinti a morte, sotto il fuoco, per sparare ai loro stessi».

Gonfia il petto, prende fiato, e poi si appunta la spilla del grande leader che ha evitato il peggio: «Fin dall’inizio degli eventi, su mie dirette istruzioni, sono state prese misure per evitare molti spargimenti di sangue. Ciò ha richiesto tempo, anche per dare a coloro che hanno commesso un errore la possibilità di ripensarci, per capire che le loro azioni sono fortemente respinte dalla società e a quali conseguenze tragiche e distruttive per la Russia, per il nostro Stato, l’avventura in cui sono stati trascinati conduce».

Come a dire che la Russia contempla anche simili insubordinazioni, e che tuttavia il Cremlino sa come rispondere: «La rivolta sarebbe stata soffocata comunque, ma ho dato ordine di evitare spargimenti di sangue». Poi, però, il presidente si tradisce quando afferma: «Ringrazio quei soldati e comandanti del gruppo Wagner che hanno preso l’unica decisione giusta: non sono andati allo spargimento di sangue fratricida, si sono fermati all’ultima riga».

Dunque, è stato il presidente ad aver salvato la situazione o sono stati i golpisti a essersi fermati in tempo? Putin non lo spiega, ma coglie l’occasione ancora una volta per gettare la palla oltre cortina: «Il Paese ora sta affrontando una colossale minaccia esterna, una pressione senza precedenti dall’esterno. […] I neonazisti ucraini volevano proprio questo, che soldati russi uccidessero altri russi, che la nostra società si spaccasse, soffocasse nel sangue. Invece tutti i nostri militari, i nostri servizi speciali, sono riusciti a conservare la loro fedeltà al loro Paese, hanno salvato la Russia dalla distruzione».

E qui il presidente svela indirettamente quel che ha sempre rappresentato per lui la Wagner, ovvero una componente organica all’esercito russo, sia pur non convenzionale. E difatti prosegue: «La maggior parte dei combattenti e dei comandanti della Wagner sono patrioti e fedeli alla loro patria, l’hanno dimostrato sul campo di battaglia, liberando diversi territori».

Per questo, concede loro «l’opportunità di continuare a servire la Russia stipulando un contratto con il Ministero della Difesa o altre forze dell’ordine, o di tornare dalla famiglia e dagli amici. Chi vuole può andare in Bielorussia. La promessa che ho fatto sarà mantenuta. Ripeto, la scelta è vostra, ma sono sicuro che sarà la scelta dei soldati russi che si sono resi conto del loro tragico errore».

In effetti, il Wagner Center, ovvero la cabina di regia del gruppo di paramilitari, ha appena pubblicato un annuncio in cui sottolinea che «nonostante gli ultimi avvenimenti, il centro continua a funzionare regolarmente in conformità alle leggi della Federazione Russa».

Resta però il fatto che Vladimir Putin - per restare alla sua stessa versione - abbia da loro appena subìto un attacco frontale inaudito e inusitato, un blitz umiliante di un’armata di mercenari da lui stesso assoldati che gli si è rivoltata contro per una o più ragioni. E qui vacilla il mito che Putin stesso ha creato nei due decenni e oltre alla guida della Federazione russa: quello del leader inflessibile che non si piega a negoziati o minacce, sia che provengano dai terroristi, dai ceceni, dai liberali o dagli ucraini. Colui il quale somministra veleni e ordina defenestrazioni e omicidi per ogni avversario politico che osi sfidarlo o non accetti la censura. Stavolta, invece, poche ore dopo aver promesso di punire chi lo aveva tradito infilandogli «un coltello nella schiena», eccolo pronto a trattare, amnistiare, perdonare, concedere.

Qual è il senso di tutto ciò? A chi giova veramente questa giravolta, che rischia di sminuire il suo potere agli occhi del mondo? Al punto da dirsi «riconoscente al presidente della Bielorussia Alexander Lukashenko per il suo grande contributo alla soluzione alla crisi con modi pacifici», elevando il satrapo di Minsk a qualcosa che senz’altro non è ovvero uno statista di caratura internazionale?

Forse una risposta arriva proprio da là. Tra le righe, infatti, quanto Putin afferma che tra i golpisti della Wagner «chi vuole può andare in Bielorussia», sembra di cogliere un progetto ambizioso non meno dell’invasione del febbraio 2022: sfruttare quegli stessi paramilitari per aprire un nuovo fronte nel nord dell’Ucraina, passando proprio dalla Bielorussia. In questo modo, la Russia risolverebbe due problemi in uno: alleggerirebbe la pressione a sud e a est, dove la controffensiva di Kiev si concentra, costringendo gli ucraini a disimpegnare una parte dei propri soldati; e potrebbe impegnare direttamente la Bielorussia nel conflitto, mascherando l’incursione come se fosse un’iniziativa di soldati privati.

Del resto, che altro potrebbero combinare i wagneriti e il loro stesso leader Evgeny Prigozhin in Bielorussia? Non certo stare in villeggiatura, né aspettare la morte per mano di qualche sicario dell’Fsb, né preparare le valige per poi riparare in Africa (lo avrebbero già fatto). E nemmeno aspettare il perdono presidenziale: come ha rivelato il quotidiano russo Kommersant, infatti, l’indagine per rivolta armata contro Evgeny Prigozhin è tutt’altro che archiviata: la procura sta raccogliendo le prove per l’accusa, i servizi segreti nondimeno lavorano nell’ombra per cucinarsi il «cuoco di Putin».

Se così fosse, se davvero il presidente Vladimir Putin intendesse sfruttare in proprio favore il golpe mancato schierando la Wagner in Bielorussia per aprire un nuovo fronte, si tratterebbe di una mossa ardita quanto astuta, strategicamente importante per gli sviluppi del conflitto. Anche se ormai le cronache dall’est ci hanno abituato a ribaltare pronostici e smentire le attese, pare che le sorprese non siano finite.

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