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Putin in Siria: la strategia della propaganda

Lo aveva raccontato anche la nostra inviata in Siria. Tra le strade dei piccoli paesi devastati da cinque anni di guerra folle e violenta sono due le bandiere che ricoprono macerie, case distrutte, piccoli anfratti di una nuova pseudo-normalità quotidiana: il volto di Vladimir Putin e quello di Bashar al-Assad.

Sono loro gli eroi dei siriani, il presidente russo in cima a tutti. Ha mandato soldati, truppe e consentito il passaggio dei cordoni umanitari. L'America? Il presidente Barack Obama? Non pervenuti.

- LEGGI QUI il reportage in Siria della nostra inviata

Questa è la strategia putiniana. Mendace. Agisce con la guerra in Siria, per tentare il recupero di consensi in Russia. Dove, sebbene sia ancora un leader incontrastato, qualcosa inizia a scricchiolare.

Come racconta l'Economist di questa settimana, visti da vicino i risultati di Mosca in Siria sono debolissimi: l'Isis è ancora lì, il cessate il fuoco è fragile, il tavolo di Ginevra non ha portato a nessun accordo sostanziale, e soprattutto Vladimir Putin ha esaurito una delle principali fonti di propaganda. Il presidente russo ha creato uno scenario di guerra ad arte, approfittando della situazione siriana, per convincere i suoi cittadini che la Russia è ancora oggi una superpotenza. Lo ha fatto prima in Ucraina e poi ad Aleppo. 

Ora la vera domanda per l'occidente è: dove organizzerà la prossima tragica messa in scena?

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6 marzo 2016. Una bambina siriana sorride dalla sua tenda nel campo rifugiati e migranti di Idomeni, in Grecia, sul confine con la Macedonia.
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Manifestazioni di siriani che protestano contro l'uso delle armi chimiche da parte del governo di Assad, davanti all'ambasciata siriana ad Amman, Giordania, 21 agosto 2014
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7 marzo 2016. Un uomo percorre una strada in bicicletta, tra edifici ridotti in macerie, a Douma, città di Siria sotto il controllo dei ribelli, alla periferia di Damasco.
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26 gennaio 2016. Aida, 8 anni, Majida, 7 anni, e Basma, 8 anni, provenienti da Raqqa in Siria posano per una foto per la campagna #withsyria, nel campo profughi di Baalbek, nella Valle Bekaa del Libano.
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26 gennaio 2016. I bambini siriani Basma (8 anni), Mohsen (4), Amal (3) e Ahmad (6) posano per una foto per la campagna #withsyria, nel campo profughi di Baalbek, nella Valle Bekaa del Libano.
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26 gennaio 2016. Reema, 13 anni, Aida, 8 anni, e Nejma nel campo profughi di Baalbek, nella Valle Bekaa del Libano.
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26 gennaio 2016. I fratellini Hafez e Malik, di 11 e 7 anni, originari di al-Raqqa in Siria, fuori dalla loro tenda nel campo profughi di Baalbek, nella Valle Bekaa del Libano.
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26 gennaio 2016. Josa Khalouf, 42 anni, diretto al punto di distribuzione di acqua potabile appena rifornito da Oxfam nel campo rifugiati di Baalbek, nella Valle Bekaa del Libano.
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26 gennaio 2016. Hannan Hassan Khalaf, 20 anni, con i figli nell'accampamento per rifugiati siriani allestito presso Baalbek, nella Valle Bekaa del Libano. Hanna è arrivata qui 3 anni fa da al-Raqqa, dove ha lasciato tutto quello che aveva. Ha 4 figli, uno dei quali è nato nel campo.
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26 gennaio 2016. Hannan Hassan Khalaf, 20 anni, con il figlio Mohammed di 2 anni si rifornisce di acqua nel campo rifugiati di Baalbek, nella Valle Bekaa del Libano.
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25 gennaio 2016. Qusay e Mahmoud, entrambi 14enni di Damasco, camminano tra le tende del campo rifugiati di Zahle, nella Valle della Bekaa, in Libano.
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26 gennaio 2016. Un gruppo di bambini nel campo rifugiati di Baalbek, nella Valle Bekaa del Libano.
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26 gennaio 2016. Dei fratellini originari di al-Raqqa, in Siria, si riscaldano al sole fuori dalla loro tenda nel Fratelli da Raqqa in Siria cercano di scaldarsi al sole fuori dalla loro tenda nel campo rifugiati allestito presso Baalbek, nella Valle Bekaa del Libano.
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25 gennaio 2016. Hussein OKla, 20 anni, riempie un contenitore dei acqua potabile fornita da Oxfam, all'interno del campo rifugiati di Zahle, nella Valle della Bekaa, in Libano.
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25 gennaio 2016. Tre amiche di nome Amman Saddek Fayad (66 anni), Souad Shoukair (55) e Fatima Haslan (67) di raccontano le rispettive storie davanti alla loro abitazione temporanea all'interno del campo rifugiati di Zahle, nella Valle della Bekaa, in Libano.
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26 gennaio 2016. Un giovane di nome Khaled, 24 anni, originario di a-Raqqa in Siria, tiene in mano un piccione nel campo per rifugiati allestito presso Baalbek, nella Valle Bekaa del Libano.
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26 gennaio 2016. Il campo per rifugiati siriani allestito presso Baalbek, nella Valle Bekaa del Libano.
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25 gennaio 2016. La collaboratrice di Oxfam Amy Christian parla con la popolazione accolta nel campo profughi allestito a Zahle, nella Valle della Bekaa, in Libano.
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25 gennaio 2016. Yumna, 8 anni, originaria della provincia di Homs, in Siria, gioca all'interno del campo profughi allestito a Zahle, nella Valle della Bekaa, in Libano.
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25 gennaio 2016. Una donna di nome Fatima, 65 anni, originaria di Idlib in Siria, siede all'ingresso del container in cui vive con il marito a Zahle, nella Valle della Bekaa, in Libano.
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3 marzo 2016. Una grande bandiera siriana dell'era pre-baathista, ora utilizzata come propria dall'opposizione siriana, viene trasportata da un piccolo corteo durante una protesta anti-regime, tra le macerie degli edifici distrutti nel quartiere di Jobar, nella periferia est della capitale Damasco, in Siria.
Cristina Giuliano
Soldati russi in Siria - 4 marzo 2016
Cristina Giuliano
Soldati russi in Siria - 4 marzo 2016
Cristina Giuliano
Bambini siriani di Latakia - 4 marzo 2016
Cristina Giuliano
Soldati russi in Siria - 4 marzo 2016
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25 gennaio 2016. Un bambino di nome "Hussein", 12 anni, proveniente da Deraa in Siria, spinge una bicicletta carica di bottiglie d'acqua attraverso il campo rifugiati in cui vive attualmente, a Zahle, nella Valle della Bekaa, in Libano. La sua famiglia è fuggita 3 anni fa dalla Siria.
Cristina Giuliano
Abitanti di Al Suria, Siria, 4 marzo 2016
Cristina Giuliano
Abitanti di Al Suria, Siria, 4 marzo 2016
Cristina Giuliano
Abitanti di Al Suria, Siria, 4 marzo 2016
Cristina Giuliano
Abitanti di Al Suria, Siria, 4 marzo 2016
Cristina Giuliano
Abitanti di Al Suria, Siria, 4 marzo 2016
Cristina Giuliano
Una donna con una bambina a Damasco - 4marzo 2016
Cristina Giuliano
Il monastero di Santa Tecla a Maalula a 55 km da Damasco - 4 marzo 2016
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28 febbraio 2016. Rifugiati siriani e iracheni bloccati nel campo di transito per migranti di Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia, sui binari ferroviari per chiedere la riapertura dei varchi.
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28 febbraio 2016. Rifugiati siriani e iracheni bloccati nel campo di transito per migranti di Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia, sdraiati sui binari ferroviari per chiedere la riapertura dei varchi.
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Personale di un centro di emergenza riposano nel cortile della struttura alla periferia di Aleppo, il secondo giorno delle tregua, 29 febbraio 2016
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Rifugiati siriani e iracheni cercano di varcare il confine tra Grecia e Macedonia, 29 febbraio 2016
ANSA / TELENEWS
Una immagine dell'arrivo all'aeroporto di Fiumicino del primo gruppo di migranti giunti dalla Siria con corridoio umanitario, Roma, 29 febbraio 2016.
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Una immagine dell'arrivo all'aeroporto di Fiumicino del primo gruppo di migranti giunti dalla Siria con corridoio umanitario, Roma, 29 febbraio 2016.
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Rifugiati siriani e iracheni cercano di varcare il confine tra Grecia e Macedonia, 29 febbraio 2016
ANSA / TELENEWS
Una immagine dell'arrivo all'aeroporto di Fiumicino del primo gruppo di migranti giunti dalla Siria con corridoio umanitario, Roma, 29 febbraio 2016.
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Una immagine dell'arrivo all'aeroporto di Fiumicino del primo gruppo di migranti giunti dalla Siria con corridoio umanitario, Roma, 29 febbraio 2016.
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Rifugiati siriani e iracheni cercano di varcare il confine tra Grecia e Macedonia, 29 febbraio 2016
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Una immagine dell'arrivo all'aeroporto di Fiumicino del primo gruppo di migranti giunti dalla Siria con corridoio umanitario, Roma, 29 febbraio 2016.
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Una immagine dell'arrivo all'aeroporto di Fiumicino del primo gruppo di migranti giunti dalla Siria con corridoio umanitario, Roma, 29 febbraio 2016.

Il calo di consensi
La situazione economica russa è di gran lunga peggiore di quella di 16 anni fa quando Putin prese il potere. Il petrolio, che genera 1,1 trilioni di dollari di esportazioni ha perso il 75% del suo valore, le sanzioni europee seguite alla guerra in Ucraina hanno fatto la loro parte e gli standard di vita dei russi sono notevolmente peggiorati: il salario medio a gennaio del 2014 era 850 dollari al mese, un anno dopo era crollato a 450 dollari.

Putin ha perso credibilità e nel tentare il recupero, ha spostato l'attenzione della sua gente sulla "superpotenza": ha parlato di annessione della Crimea, di ridare alla Russia i confini persi con il collasso dell'Unione Sovietica. Ha investito 720 miliardi di dollari nel riarmo. Ha fatto di tutto per far sembrare la Russia ancora l'unica vera grande rivale degli Stati Uniti d'America.

E in questi anni ha funzionato: il consenso verso Putin è ancora molto alto, raggiunge l'80%, molto al di sopra di quanto ottengono altri leader europei. Ma ora qualcosa sta cambiando.

Alcuni sondaggi hanno chiarito che l'approvazione alla strategia putiniana sulla Russia è in calo dal 61% al 51% attuale. I russi sono stanchi della situazione in Ucraina e della Siria ne hanno già avuto abbastanza. Hanno in parte compreso che per Putin la guerra è un fine in se stesso. Non porta business perché la Russia non è attiva nel campo della ricostruzione, per esempio. È solo propaganda.

Come può approfittarne l'Europa
Ecco dunque chiarito in parte anche l'atteggiamento di Barack Obama: lasciare la Russia al suo prossimo inevitabile declino. E la grande sfida che attende Usa e paesi europei della NATO: mostrare coraggio con una presenza forte nelle aree balcaniche, spostando il baricentro di azione nel cuore dell'Europa, per esempio a partire dall'Italia, e facendo capire a Putin che la Russia non è l'unico Paese in grado di difendere la sicurezza europea. Ammesso che lo sia.


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