Le prime pagine di ‘Nessuna carezza’, il nuovo romanzo di Alberto Schiavone

Abbiamo conosciuto Alberto Schiavone nel 2012 grazie al bel romanzo La libreria dell’armadillo (Rizzoli), il suo secondo lavoro dopo l’esordio con La mischia (edito da Cult e definito da Gianni Mura come uno dei migliori libri sportivi del 2009).

A due anni di distanza eccolo ritornare in libreria, stavolta per Baldini e Castoldi, con Nessuna carezza. Si tratta di una commedia nera piena di ironia, a tratti grottesca, che si muove intorno alle vicende di personaggi che potrebbero essere i nostri vicini di casa, i nostri colleghi, noi stessi. Persone nella media, come tante, cariche di abitudini rassicuranti e piccole vanità e capaci di cattiverie forse impensabili per soddisfare grette aspirazioni.

Ecco le prime pagine del romanzo, un assaggio che ci ha gentilmente concesso l’autore.

UNO

Il treno passa fischiando, dalle fronde degli alberi si leva un piccolo stormo di uccelli per niente nobili. Raggiungono disordinati l’aria, dovrebbero tendere verso il cielo, invece appena il treno si allontana ricadono in basso, risucchiati tra i rami. Un cielo pieno di lividi, danneggiato. Ha iniziato a piovere spesso e la stagione ha cominciato a fare accorciare le giornate. Fa buio presto, per le strade gli uomini camminano appena più veloci, tradendo il desiderio di arrivare al proprio metro quadro il prima possibile. Infastiditi dagli altri uomini. Nel piazzale di cemento le automobili sono parcheggiate una di fianco l’altra, in attesa di essere risvegliate e portate via. Sono auto con la polvere e i graffi del vandalo notturno, a parte un paio. Sono auto che vengono lavate e profumate un sabato ogni due. C’è scritto «baby a bordo» e c’è il gagliardetto della squadra di calcio. Qualche rivista di motori sparsa sui sedili. Un seggiolino per il bimbo seminato di briciole.
L’orario di apertura al pubblico dell’ingrosso è già terminato da più di mezz’ora e adesso ci sono soltanto le sedici persone che ci lavorano. Si salutano dentro, al caldo, perché fuori poi ognuno camminerà svelto verso il proprio abitacolo e se ne tornerà per qualche ora alla propria vita, la casa, la famiglia e il divano, aspettando che la sveglia lo rimetta in piedi e che l’automobile lo riporti al lavoro.

Apre al pubblico alle otto e trenta, orario continuato fino alle diciannove. Mauro sale in auto sbuffando e imprecando, ha appena finito di ascoltare il discorso del capo. Noioso. L’altra sera infatti mancavano dall’incasso duemila euro e sta per scoppiare un bel casino, uno di quei bubboni che creano scompiglio e sguardi torvi e malessere. Per duemila euro. Chissà poi chi sarà stato. Legge i messaggi di Veronica che gli ricorda di passare a comprare le banane, perché sono finite e lei ha bisogno delle banane e del loro potassio. È incinta, ha bisogno di potassio glielo ripete continuamente. Mauro ha anche cercato su internet questa cosa del potassio e non gli pare proprio vera, però non è il periodo giusto per contraddire Veronica. Non è il periodo giusto per contraddire Veronica e non è il periodo giusto anche per altre mille cose, perché il contratto gli scade fra tre mesi e non sa se glielo rinnoveranno. Il padre di Veronica gli ripete in continuazione che è da irresponsabili mettere al mondo un figlio senza avere certezze sul proprio futuro e Veronica gli ripete che il padre ritiene irresponsabile mettere al mondo un figlio eccetera. In una trasmissione televisiva ha sentito un tizio famoso dire che «i figli si sono fatti anche durante le guerre» e si è trovato d’accordo. Pochi minuti dopo una tizia famosa ha detto che «per il modello di sviluppo economico attuale non fare figli può rappresentare una soluzione»: Mauro su questa seconda affermazione ha dovuto riflettere un poco, ma ha finito per trovarcisi comunque d’accordo. Concludendo il presentatore ha parlato di controllo delle nascite, «come fanno i cinesi», e ha spiegato che un figlio per coppia, non di più, sarebbe stata una soluzione definitiva e possibile. Hanno tutti annuito, perché quando la verità sta nel mezzo tutti sono sovente d’accordo.

Mauro gira la chiave e accende il riscaldamento. L’aria che proviene dal cruscotto gli carezza fastidiosamente i capelli, come un parente troppo affettuoso. Abbassa da tre a due la manopola e si guarda nello specchietto retrovisore.
«Domattina mi faccio la barba.»
Sul telefono appaiono un messaggio di sua madre, uno del suo amico Michele e anche uno di Ester, una sua ex fidanzata. Scrive: «Come stai? Oggi ero al supermercato e mi è caduto a terra un vasetto di miele e si è rotto. Che imbarazzo. Mi sei venuto in mente tu quando facevi cadere le cose per terra. E mi sono messa a ridere».
A lui le cose continuano a cadere per terra, ma nessuno ci ride più sopra. Lo rilegge, sorride, e infine lo cancella. Veronica potrebbe risentirsi, se lo vedesse. Anche se è solo un saluto, una carezza tenera. In verità Veronica ha smesso da circa un anno di essere gelosa, o almeno così pare. Prima, all’arrivo di ogni messaggio o una telefonata induriva il viso, le compariva una ruga sopra la tempia e aspettava di sapere chi fosse per scegliere quale espressione mantenere. Ora non più.
«Le banane.»
Innesta la retromarcia, schiaccia l’acceleratore e rilascia la frizione. Troppo in fretta, forse. Si gira per controllare, un gesto soltanto accennato visto che di solito non passa mai nessuno. Non quella sera, perché Vincenzone ha l’automobile a riparare, problemi alla testata, e così da un paio di giorni viene al lavoro con il motorino della figlia sedicenne. La figlia è costretta a prendere l’autobus, «come gli sfigati», e ogni sera rimprovera di questo faticoso stravolgimento il padre. E gli chiede quando sarà pronta l’auto, che lei rivuole indietro il suo motorino.
«Amore, che ne so, fai la brava. Con quello che mi costa!»
«E io che c’entro?»
«Anche tu mi costi.»
E lei scoppia a piangere, sbatte la porta e poi ascolta i due genitori litigare in cucina.
«Sei sempre il solito.»
Sul cruscotto del motorino c’è appiccicato un cuoricino rosso e sotto al sedile un adesivo con due orsetti, tanto che i colleghi nella pausa pranzo di due giorni prima lo avevano preso in giro.
Mauro avverte un colpo forte, poi un rumore sordo e infine uno lungo, costante. Quindi silenzio.

YOU MAY ALSO LIKE