Steve-Sem-Sandberg
Marsilio / foto: Fredrik Hjerling
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'I prescelti', di Steve Sem-Sandberg – L'intervista

Fra il 1940 e il 1945 in una clinica di Vienna chiamata Spiegelgrund vennero uccisi 789 bambinie adolescenti, fra gli zero e i 18 anni (ma è solo un numero ufficiale, le vittime furono di più). Erano colpevoli di essere malati, avere disturbi psichici, essere geneticamente inferiori. I medici e le infermiere di quell'istituto seguivano gli ordini e le direttive del regime nazista tedesco, nell'ambito del programma Aktion T4, con il quale si intendeva fare una pulizia radicale di quelle vite “indegne di essere vissute” e mantenere la purezza della razza ariana. È questo il tema del toccante nuovo romanzo dello scrittore svedese Steve Sem-Sandberg, intitolato I prescelti (edito da Marsilio), nel quale seguiamo le vicende del piccolo Adrian Ziegler, bambino abbandonato proveniente da una famiglia problematica, dell'infermiera capo Anna Katschenka, del dottor Erwin Jekelius, responsabile della struttura fino al '42, e di altri personaggi, vittime e carnefici, che furono attori e testimoni di quei tragici fatti. 

Copertina del romanzo 'I prescelti', di Steve Sem-SandbergMarsilio

Il romanzo è profondo ed efficace ed è in grado di stimolare nel lettore non poche riflessioni su ciò che è accaduto e sulla controversa natura umana, capace di perpetrare il male ma anche di resistervi con forza incredibile. Abbiamo avuto il piacere di parlarne direttamente con l'autore, Steven Sem-Sandberg, ospite a Milano nel contesto de I Boreali, festival dedicato alla cultura nordeuropea organizzato da Iperborea.


L'INTERVISTA

L'argomento trattato in questo romanzo, come del resto anche in altri suoi lavori, è molto forte, delicato e impegnativo. Da dove arriva la spinta a raccontare questo genere di storie? Qual è l'obiettivo?

La risposta più semplice è la seguente: l'obiettivo è di riportare alla luce questa storia e tirarla fuori dal dimenticatoio in cui è stata sepolta per più di mezzo secolo. Nessuno si preoccupava di questi bambini quando erano in vita. Erano considerati sostanzialmente spazzatura. Ma la cosa ancora più triste è che nessuno si è mai poi interessato della loro memoria. Gli unici che si vergognavano per le cose accadute erano gli stessi bambini sopravvissuti, che consideravano appunto una vergogna quella di essere stati rinchiusi in quell'istituto. Nessuno ha parlato di questi fatti per 50 o 60 anni: sono venuti alla luce solo nei primi anni Duemila.

Impressiona nei suoi lavori lo spessore dato ai personaggi. Sia gli uomini che le donne, sia i carnefici che i bambini vittime, non sono quasi mai completamente buoni o cattivi. Non c'è bianco o nero, ma gradazioni di grigio profondamente umane. Come si fa a realizzare un simile lavoro senza risultare banali? Senza scadere nel bianco e nero?

Credo che sia normale avere una tendenza a semplificare: tutte le vittime sono innocenti e tutti i carnefici sono completamente malvagi e colpevoli. Ma è altamente possibile che quando una persona diventa una vittima possa far emergere una risposta negativa. Può sentire l'urgenza di rispondere ai colpi ricevuti, di vendicarsi e di punire o pestare i piedi a qualcuno che sta sotto. Ciò si può vedere in qualsiasi contesto. E vale anche per i carnefici: non tutti quelli che commettono azioni cattive lo fanno a causa di una sorta di bacino di odio da cui attingono, o perché sono convinti di essere moralmente o ideologicamente superiori. Possono essere spinti dalle circostanze. Si tratta sempre di un insieme di elementi: per trasmettere al lettore un senso di realtà credo che il romanziere debba inventare personaggi reali e non solamente dei personaggi che rappresentino un punto di vista politico o ideologico.

Tornando ancora su questo punto, pensiamo ad alcuni esempi. Ci sono delle infermiere nel romanzo, come Anna Katschenka o Hedwig Blei, che hanno anche dei lati buoni. Da qui la riflessione: che cos'è il male se anche i carnefici hanno dei tratti così umani? Come lo possiamo spiegare?

È una domanda che deve interessare la letteratura e i romanzi in modo particolare. Solo i romanzi possono fornire delle risposte, perché sono in grado di guardare e raccontare l'essere umano nella sua interezza, tenendo conto del bene e del male.

Il caso dell'infermiera Anna Katschenka (nel libro diventa infermiera capo a Spiegelgrund e ha dunque una responsabilità enorme nei confronti ciò che avvenne lì dentro) è esemplare. Anna non è una nazista, viene da una famiglia socialista viennese della classe operaia. E la sua famiglia è perseguitata dal regime: suo padre perde il lavoro, il fratello viene mandato al fronte e la madre è discriminata a causa dei suoi disturbi mentali. Anna ha quindi almeno tre o quattro motivi per provare un senso di inferiorità, e quando ci si sente così deboli e senza difese si è più aperti a manipolazioni ideologiche come quelle che opera nel romanzo il dottor Jekelius (il primo medico responsabile a Spiegelgrund).

Proprio perché Anna sente che c'è qualcosa di sbagliato in quello che fa, perché capisce che sono azioni contrarie alla sua educazione e ai suoi principi etici, cerca di difendersi inventando un motivo, una ratio per le proprie azioni. È interessante vedere che tutte le infermiere si considerano in qualche modo le vere vittime, perché dicono: “Sì, è triste per i bambini, ma in fondo sono mentalmente disturbati, non si accorgono nemmeno di quello che sta accadendo ed è, anzi, la cosa migliore per loro. Siamo noi, invece, che ogni giorno dobbiamo affrontare questo terribile lavoro. Siamo noi a soffrire, siamo noi le vittime”. Il male non arriva direttamente da orde di tedeschi marcianti con la mascella squadrata, ma proprio da questo complesso miscuglio fra atteggiamento narcisistico, opportunismo e banale quotidianità.

Leggendo questo romanzo emerge il concetto di prigione, che non è solo fisica: non solo i bambini sono prigionieri, ma anche gli altri personaggi, sia i medici che le infermiere, si sentono colpevolmente prigionieri. Anche dopo che l'istituto viene chiuso, una volta arrivati gli alleati. Ma quindi, se sono tutti colpevoli, chi può giudicare?

Credo che questa riflessione sia fondamentale per capire il romanzo. Sì, è vero, sono tutti in trappola, sono tutti imprigionati da questa mostruosa interpretazione del mondo. La domanda è, come si può fuggire o come si può sopravvivere con questa consapevolezza senza corrompere la propria anima?

Chi giudica? Come romanziere sono convinto che non sia possibile giudicare, perché più ci si avvicina agli eventi e alle persone che li hanno determinati e più si arriva a capire che non è possibile emettere un giudizio morale.

L'esempio migliore è di nuovo l'infermiera Anna. Quando il libro è stato pubblicato, in Svezia e poco dopo in Germania e in altri Paesi, mi ha colpito molto vedere che la maggior parte dei lettori e delle lettrici si identificavano molto di più con Anna che non con Adrian Ziegler (uno delle piccole vittime di Spiegelgrund, coprotagonista del libro). Questi è infatti una vittima - e ci dispiace - ma non è nemmeno un personaggio particolarmente positivo. Lo seguiamo e lo assecondiamo nel suo ruolo di vittima, ma non proviamo simpatia nei suoi confronti. Mentre è più facile identificarsi appunto con Anna. Ed è proprio questa la questione fondamentale: non si tratta di un giudizio, quanto piuttosto di una forma di empatia con l'infermiera, la quale riceveva gli ordini dai dottori ed è stata infine punita lei. Ritengo che la tendenza a ricercare un giudizio sia una semplificazione che non ha nulla a che vedere con le nostre vite. Se vogliamo capire il male, in realtà dobbiamo comprendere l'essere umano e come funziona il suo comportamento in tutte le sue complessità.

Per realizzare un simile romanzo è certamente servito un grande lavoro di ricerca e studio. Da questa considerazione nascono due domande. La prima è molto banale: chi glielo ha fatto fare? La seconda riguarda il metodo: come inizia, come procede, come si muove?

Alla prima domanda preferisco risponderle con una storia. Quando sono arrivato a Vienna da Stoccolma, una delle prime cose che mi è capitata fra le mani è stata il cosiddetto “Libro dei morti” (Totenbuch), ossia una raccolta dei diari dei medici che si occupavano dei bambini di Spiegelgrund. In quel libro sono raccolte le anagrafiche dei piccoli pazienti dalla A alla Z, con nomi e cognomi, descrizioni dei difetti fisici e psicologici, diagnosi, date di arrivo nell'istituto e date di morte (di solito circa due settimane dopo il loro ricovero). Ma la cosa che più mi ha colpito è che queste annotazioni erano corredate da fotografie, e l'80% circa dei bambini ritratti in queste immagini sorrideva. Del resto è questo che un bambino fa quando si trova davanti un uomo con una giacca bianca e una buffa macchinetta fotografica fra le mani. La cosa più naturale per un bambino è avere fiducia e sorridere. Tutti quei bambini avevano fiducia in queste persone, che in realtà erano lì per ucciderli. Vedere questo libro, con i volti di oltre 800 bambini, è stato come essere colpiti da un'onda d'urto. Perché se leggi solamente i nomi, senza immagini, può risultare solo un'informazione astratta; ma vedere questi sorrisi ha una forza travolgente. Ed ecco che cosa me lo ha fatto fare. Ho voluto che quei nomi e volti potessero tornare a essere degli individui.

[NdR: Il "Libro dei morti" e le fotografie di cui parla l'autore si possono fra l'altro vedere andando sul sito della mostra viennese The War Against The 'Inferior']

Per rispondere al come: la mia ricerca è iniziata nei primi anni Duemila. Ho recuperato il maggior numero di materiali e informazioni attingendo dagli archivi e da varie fonti, per riuscire a ricreare i personaggi. È stato molto più difficile di quanto pensassi. Non tanto con le vittime, perché c'erano sia i sopravvissuti che i loro parenti, che avevano avviato già un loro lavoro di ricerca, quanto piuttosto con chi si occupava dell'amministrazione e del lavoro medico (dottori, inservienti, infermiere). Del resto molti dei documenti dell'istituto sono stati distrutti dopo la guerra e la maggior parte delle infermiere è fuggita dal Paese, cambiando identità. Questo ha fatto sì che per molte di loro non esiste una data di morte ufficiale, cosa che non permette di accedere a documenti privati che solo dopo un decesso possono essere divulgati e consultati.

Una domanda provocatoria: raccontare ancora oggi, a distanza di più di 70 anni, dopo che ci sono stati tanti romanzi, studi, saggi inerenti ai tragici fatti della Seconda guerra mondiale, non rischia di essere controproducente? Non si rischia di far sbiadire il senso e l'importanza di queste storie?

Ovviamente no. Credo che sia importante non fare confusione rispetto all'ambientazione del romanzo. È vero, questa storia si svolge durante la Seconda guerra mondiale, ma il libro parla in realtà delle reazioni umane a quello che è accaduto, parla dei motivi che spingono un essere umano a commettere azioni buoni o cattive. Credo che sia proprio questo che ha portato i lettori e le lettrici a sentirsi così vicini ad Anna. Perché non l'hanno vissuta come l'ennesima infermiera, nell'ennesimo campo, nell'ennesimo orrore del racconto della Seconda guerra mondiale, ma hanno percepito in lei comportamenti, pensieri, colpe e gesti di redenzione che possiamo definire senza tempo, propri della natura umana. Il fatto che il romanzo si svolga durante la Seconda guerra mondiale ha un'importanza molto relativa.

C'è da dire, inoltre, che questa storia ha per me un significato molto personale. Come già detto, è stata talmente toccante da farmi nascere l'urgenza di provare a riportare in luce le vite di quei bambini. Un bisogno che possiamo fare risalire a una sorta di responsabilità morale.

Negli ultimi anni in Europa e non solo si assiste a un preoccupante ritorno di movimenti di estrema destra, che stanno facendo presa su una considerevole fetta di popolazione. Come può la letteratura aiutare ad arginare o contrastare questo fenomeno?

Se prendiamo ad esempio questo romanzo, vediamo come tutti i fascismi, tutti i punti di vista ideologici che portano avanti una rappresentazione della purezza dell'umanità basata su etnie e che considerano il mescolamento delle razze come una minaccia, funzionano solo se riescono a eliminare l'individualità e il volto alle persone. I bambini di Spiegelgrund non sono più esseri umani, ma qualcos'altro. Ciò che ho cercato di fare in questo libro è di restituire i volti ai protagonisti. Più di 800 vite sono tante, ma se si riesce a ridare loro dignità, a mostrare la loro vera essenza di esseri umani, allora ecco che qualsiasi opinione fascista perde ogni senso. È impossibile aderire a tali ideologie nel momento in cui ci si riflette e ci si confronta con i singoli individui.

L'ideologia fascista svaluta completamente alcune persone, le inserisce in categorie prestabilite (ebrei, neri, stranieri e, oggi, migranti e clandestini), ne elimina ogni valenza come individui e le etichetta come nemici. La letteratura funziona esattamente al contrario, lavorando per restituire un'identità a tutte queste persone.

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I prescelti
di Steve Sem-Sandberg
(Marsilio)
576 pagine

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