Poste Italiane, pro e contro della privatizzazione

Mentre a Londra già si fanno i tagli, a Roma si deve ancora privatizzare. E' notizia di questi giorni, la decisione del gruppo Royal Mail (le poste inglesi), di effettuare una riduzione del personale per circa 1.600 unità, soprattutto tra gli amministrativi e i quadri. L'azienda britannica è reduce da un processo di privatizzazione che risale all'ottobre scorso e che ha riscosso molto successo in borsa, con un progresso del titolo di oltre il 75% in meno di un semestre.

LA PRIVATIZZAZIONE DELLE POSTE

In Italia, invece, la preannunciata privatizzazione delle Poste, che ha da poco ottenuto il via libera della Commissione Lavori Pubblici del Senato, deve ancora entrare in cantiere ma potrebbe subire presto un'accelerazione. Il premier Renzi e il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, sembrano infatti intenzionati a portare avanti il piano di dismissione delle partecipazioni pubbliche, elaborato alla fine dello scorso anno dai loro predecessori, Enrico Letta e Fabrizio Saccomanni.

Lo spettro di nuovi tagli al personale, come quelli annunciati in Gran Bretagna, per adesso non aleggia ancora sul futuro di Poste Italiane, che ha circa 145mila dipendenti e che, a dire il vero, ha già vissuto un lungo processo di riorganizzazione negli anni scorsi. Più che con le riduzioni di organico, infatti, la ristrutturazione delle Poste è avvenuta grazie al progressivo spostamento del personale dalle aree di business più tradizionali (il recapito della corrispondenza) ai servizi di nuova generazione come la vendita di prodotti finanziari e assicurativi, che ruota attorno alla divisione Bancoposta e alla compagnia Poste Vita, le galline dalle uova d'oro del gruppo. Grazie ai profitti garantiti dai servizi finanziari, la società guidata di Massimo Sarmi si presenterà all'appuntamento in borsa con un biglietto da visita coi fiocchi, cioè un utile netto di circa un miliardo di euro all'anno, che fa ben sperare sul buon esito del collocamento sul listino.

POSTE ITALIANE E I BUONI FRUTTIFERI

L'obiettivo del governo Letta (che verrà probabilmente riconfermato da Renzi) era di portare a Piazza Affari circa il 40% di Poste Italiane  per consentire al Tesoro (oggi azionista dell'azienda al 100%) di raccogliere almeno 4 o 5 miliardi di euro. Gli effetti di questo “bottino” sulla riduzione del debito pubblico (che sfiora i 2.100 miliardi) saranno indubbiamente modesti. Tuttavia, per i conti pubblici vi sarà comunque una boccata di ossigeno, mentre gli investitori internazionali torneranno a guardare con un po' più di interesse al listino azionario italiano, attirati dalla privatizzazione. Pure i piccoli risparmiatori privati potrebbero fare affari, se i titoli dell'azienda saranno collocati a prezzi interessanti e saranno capaci di replicare (anche alla lontana) le performance della Royal Mail britannica.

Tutto bello, se non fosse tuttavia per qualche altro particolare importante, che ha spinto molti osservatori a criticare la privatizzazione. Oggi, infatti, il gruppo Poste Italiane riesce a fare molti profitti soprattutto per tre ragioni. In primo luogo, esercita un'attività bancaria senza dover pagare ai propri dipendenti lo stipendio dei lavoratori bancari (che è un po' più alto),. Inoltre, la società guidata da Sarmi gestisce per conto dello stato la raccolta dei buoni fruttiferi e dei conti correnti postali (per i quali riceve un'altra bella dose di compensi dalla mano pubblica). Infine, non va dimenticato che le attività di recapito della corrispondenza stanno in piedi grazie consistenti contributi statali per il servizio di posta universale. L'unica area di business che veramente cammina con le proprie gambe alla grande è quella dei servizi assicurativi, che rappresenta da sola più della metà dei ricavi del gruppo.

Dopo la quotazione in borsa del 40% capitale, le Poste rimarranno un azienda non contendibile e il 60% del capitale resterà saldamente nelle mani dello stato. Con questo assetto,dunque, l'azionista di maggioranza pubblico e i soci di minoranza privati avranno tutto l'interesse a mantenere lo status quo, cioè a far sì che il gruppo Poste Italiane continui a fare utili anche beneficiando del sostegno statale e di logiche che hanno ben poco a che fare con l'economia di mercato. E invece, secondo gli economisti dell'Istituto Bruno Leoni, il settore postale italiano avrebbe infatti bisogno di una maggiore deregulation, soprattutto per il servizio universale di corrispondenza che oggi è in concessione esclusiva alla società di guidata da Sarmi e che, invece, potrebbe essere liberalizzato, magari con diverse gare pubbliche a livello locale.

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