Il ponte Morandi dopo il crollo
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Ponte Morandi: così si aiutano i genovesi a superare il trauma

Siamo ancora sotto choc, e chissà per quanto durerà questa senso di vuoto che proviamo noi genovesi, che sul ponte Morandi passavamo tutti i giorni. Anche se non abbiamo perso una persona cara il 14 agosto, anche se non ci siamo salvati per miracolo, come è capitato a tanti sopravvissuti di cui abbiamo letto i racconti in questi giorni, la sensazione che proviamo è che anche un pezzo di noi sia rimasto sotto quelle macerie. Qualcuno si propone di aiutare i genovesi a elaborare la tragedia.

Aspic Emergenza, organizza oggi pomeriggio a Genova, dalle 14:30 alle 19:00 in via Cairoli 8/7, un incontro aperto "a tutti coloro che sentono il bisogno di esprimere il loro dolore e di condividere l'impatto di questa drammatica esperienza sulla loro vita e sul loro stato d'animo, in un gruppo protetto tra pari e nella piena accoglienza e nell'ascolto professionale offerto dagli operatori Aspic" come si legge sul pagina Facebook di Aspic Piemonte-Liguria. Psicologi, counselor e psicoterapeuti si offrono di dare una mano ai genovesi e elaborare quello che è davvero un lutto di tutta la città.

Una ferita collettiva

"Da una decina d'anni", spiega Marco Andreoli, counselor di Apsic Piemonte-Liguria, che sarà presente all'incontro di oggi, “è nato il settore del counseling e della psicologia delle emergenze, per dare una mano a chi subisce un trauma, soprattutto in un momento successivo al primissimo impatto". Si tratta di una forma di sostegno fuori dai canoni classici. "Prima di tutto perché non è la persona che va dal professionista, ma è il professionista che va sul luogo di una tragedia, magari nella tendopoli costruita dopo un terremoto, e ascolta chi ha perso la casa, in mezzo agli altri sfollati".

Cosa si fa esattamente? "Si ascolta", spiega Andreoli. "Si accolgono lo spavento, il dolore e anche la rabbia che le persone provano in questi momenti, quando si chiedono come è potuto succedere". Tutta Genova è traumatizzata, ma ha senso per un cittadino qualunque, che non è stato coinvolto in prima persona, provare dolore e sgomento? "In un'emergenza ci sono varie categorie di vittime", spiega Florinda Barbuto, psicoterapeuta e counselor referente del nucleo Aspic Emergenza. "C'è chi era sul ponte, i familiari delle vittime, i soccorritori, che sono anche loro vittime, perché fanno esperienza di un evento tragico, e poi ci sono tutte le altre vittime, in questo caso la popolazione di un'intera città. Se io sono parte di una comunità è come se fosse stato ferito un familiare. Le persone si immedesimano, pensano "ci sono passato tutti i giorni, poteva succedere a me".

Sui social le esternazioni di questo tipo da parte dei genovesi non si contano. Ma c'è anche chi le critica, sostenendo che l'unico vero lutto è quello di chi su quel ponte ha perso una persona cara, e che volerne fare un dramma personale è una forma di egocentrismo. "Io sono genovese", racconta Andreoli, "non ero su quel ponte fisicamente, ma metaforicamente sì. Il ponte Morandi era ed è un simbolo piuttosto importante di Genova, è difficile spiegarlo ai non genovesi. Ero piccolo, ci passavo con mio padre che ne tesseva le lodi, dicendomi che si trattava di un'opera avveniristica, che Genova aveva qualcosa che non aveva nessun altro in Italia. Ci passavo quindi con stupore e ammirazione, poi negli anni con un po’ più di consapevolezza, quando vedevo transenne e lavori in corso. Comunque il ponte era un simbolo che univa due pezzi di città".

A chi spetta il dolore?

Niente da dire quindi sull'impatto che il suo crollo ha avuto e avrà su Genova. Ma c'è egoismo in chi sente la tragedia come propria? "Certo che c'è egoismo", commenta Andreoli, "ma è inevitabile, ogni essere umano misura il mondo partendo da se stesso. Tutto viene riportato a quello che è successo a me. L'empatia si nutre di questo, in ogni situazione posso essere empatico perché mentre mi racconti il tuo dolore io penso alla cosa più simile che ho provato io, altrimenti non potrei connettermi con la tua emozione. Non abbiamo altro modo che partire da noi".

Se poi i social siano il posto migliore dove esternare questo dolore, è tutta un’altra questione. "La sensazione che hanno molti genovesi che la tragedia sia anche personale e li riguardi è assolutamente autentica", spiega Barbuto. "I social purtroppo mettono sulla pubblica piazza contesti che potrebbero restare privati. Se sono una vittima di quarto grado, quindi sono un cittadino che quel ponte lo ha percorso molte volte nella sua vita, ma non ci sono rimasto sotto né mi è morto nessuno, ho il diritto di vivere il mio dolore, ma dovrei parlarne con un professionista oppure con un gruppo dedicato, come quello che abbiamo organizzato per oggi pomeriggio. Sui social si rischia una sovrapposizione di livelli".

Insomma nello stesso newsfeed si vedono le immagini del crollo, quelle dei funerali di Stato e il post dell'amico che dice "Lì sotto poteva esserci mio figlio, che ci era passato tre giorni prima". Si crea un cortocircuito. "Non è Facebook il posto in cui condividere queste emozioni", concorda Barbuto. Non a caso si creano gruppi ad hoc per chi ha vissuto l'esperienza da punti di vista differenti, non si metterebbero mai nello stesso gruppo familiari delle vittime e cittadini arrabbiati. Un altro modo per definire ciò che provano i genovesi in questo momento è "sindrome del sopravvissuto". "Il fatto che attraversare quel ponte fosse un momento della nostra quotidianità ci spinge a pensare di averla scampata", spiega Andreoli. "Ci sentiamo un po' come quelli che sono passati di lì 5 minuti prima, o come chi ha visto il ponte crollare alle proprie spalle dallo specchietto retrovisore".

Superare il trauma

L'immagine di quel ponte spezzato è agghiacciante. Ricorda un po' gli scheletri delle torri gemelle di New York dopo il crollo. Mentre per il resto d'Italia però rimane un'immagine televisiva, noi genovesi siamo destinati a vederla dal vivo ancora a lungo. A passarci di fianco mentre andiamo al mare o a lavorare. Questo rende molto più difficile elaborare, dimenticare. "E' un elemento in più che porterà pezzi di questa tragedia nella nostra quotidianità", concorda Andreoli. "Quando sono andato in Abruzzo ad aprile 2009 e poi sono tornato un mese e mezzo dopo, a Genova quasi non si parlava più del terremoto, lì invece la gente viveva in tenda con a fianco la propria casa a rischio crollo e scosse di assestamento continue. Viveva la quotidianità del terremoto e delle sue conseguenze. Il ponte Morandi sarà per Genova un po' quello che la carcassa della Costa Concordia è stata per il Giglio finché non è stata rimossa: una piccola traccia nel nostro cervello che rinnova l'emozione negativa".

Ma allora come si aiutano le persone a superare il trauma? In che consistono la psicologia e il counseling dell'emergenza? "Noi di Aspic abbiamo la possibilità di essere presenti perché abbiamo una rete a livello nazionale", spiega Barbuto. “Abbiamo cominciato a occuparci di psicologia dell'emergenza all'Aquila nel 2009. All'epoca era inimmaginabile che gli psicologi potessero intervenire insieme ai soccorsi di tipo medico. Ora la figura dello psicologo che interviene in emergenza finalmente è stata istituzionalizzata".

"Lavoriamo con un'equipe integrata, formata da counselor, psicologi e psicoterapeuti", spiega Barbuto. "Il contesto cambia in base alle fasi dell'emergenza, le prime ore, i giorni successivi e poi a distanza di mesi. Cambia anche in base al tipo di reazione che hanno le persone. Nella primissima fase forniamo un vero pronto soccorso emotivo. Si tratta di ripulire e medicare le ferite emotive. La paura che si prova, il dolore, la rabbia, il senso di precarietà. Il simbolo del camion sull'orlo dell'abisso, che ha già fatto storia, metaforicamente rappresenta proprio questo senso di forte precarietà e impotenza. E rabbia, perché non è una catastrofe naturale, ma una tragedia causata dall'inerzia dell'uomo".

Il primo intervento consiste nel dare alle persone la possibilità di elaborare l'esperienza vissuta e condividere subito le emozioni, i pensieri e anche i sintomi fisici che prova. "Lo scopo", spiega Barbuto, "è quello di prevenzione. Se queste esperienze vengono elaborate subito si può prevenire il disturbo post traumatico da stress, con reazioni molto più gravi e un inasprimento dei sintomi sia fisici sia emotivi. E' come curare subito una ferita che altrimenti va in cancrena. Si fa un lavoro di normalizzazione: occorre capire che le emozioni e le reazioni che si hanno in un'emergenza sono emozioni e reazioni normali in situazioni che normali non sono. Molti dicono 'non è da me reagire così', ma la verità è che di fronte a situazioni eccezionali possiamo reagire in modi differenti e inaspettati".

“Quando ci troviamo di fronte a un evento traumatico", conclude Barbuto, "abbiamo anche una sovversione dell'ordine delle idee. Un bambino non dovrebbe morire mentre va a pranzo dal nonno. Quattro ragazzi di vent'anni che attraversano un ponte autostradale per andare in vacanza non dovrebbero restare sepolti dal calcestruzzo. E' difficile elaborare l'esperienza dal punto di vista cognitivo, dare un senso a cose che un senso non ce l'hanno. E' proprio quello che noi cerchiamo di aiutare le persone a fare".

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