Trump e Bezos
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Economia

Perché Trump ce l'ha tanto con Amazon e Bezos

Dal suo account di Twitter, Donald Trump ha preso le difese del servizio postale americano vittima, a suo dire, di accordi capestro siglati con Amazon: “L’U.S Post Office perde in media 1,50 dollari per ogni pacco che consegna per Amazon e il totale ammonta a miliardi di dollari. Amazon dovrebbe pagare questi costi e non scaricarli sui contribuenti”. Successivamente, il presidente ha rincarato la dose, accusando Amazon di pagare poche tasse e di fare concorrenza sleale a migliaia di rivenditori tradizionali che finiscono per chiudere bottega.

La realtà, come sottolinea il Guardian, è molto più complessa. Negli ultimi dieci anni, infatti, USPS la registrato perdite per 60 miliardi di dollari, nonostante un incremento del 60% nei ricavi legati alle spedizioni. Il contratto fra le due parti non è stato reso noto, ma il fatto che Amazon usi il servizio postale per la consegna nell’“ultimo miglio” contribuisce a contrastare il calo di volumi nelle spedizioni dovuto alla digitalizzazione. In altre parole, a differenza di quanto sostiene Trump, il servizio postale avrebbe bisogno di più clienti come Amazon.

A proposito dell’impatto fiscale e sociale di un colosso di Seattle, Larry Kudlow, il nuovo consigliere economico del presidente, ha puntato il dito contro i vantaggi fiscali di cui gode Amazon, ma lo ha fatto ignorando le dichiarazioni rilasciate dallo stesso Trump durante la campagna elettorale. Quando era ancora un candidato, infatti, il presidente si era vantato di non pagare tasse e questo, a suo dire, dimostrava la sua furbizia.

Le radici politiche dell’attacco 

Parlando con i reporter a bordo dell’Airforce One, il presidente americano ha scoperto le carte, accusando Amazon di non giocare alla pari, perché Jeff Bezos è proprietario del Washington Post che viene utilizzato come megafono a livello politico. In realtà, Trump confonde deliberatamente le cose perché, come ricorda il New York Times, Jeff Bezos e non Amazon è il proprietario della testata, acquisita nel 2013 per 250 milioni di dollari. Sotto la sua guida e, grazie a nuove risorse, il Washington Post ha assunto duecento nuovi giornalisti e ha superato il milione di abbonati digitali.

Molto più probabilmente, dunque, gli attacchi di Trump hanno a che fare con la posizione assunta dal quotidiano che, all’indomani dei risultati di novembre 2016, ha scelto come sottotitolo: “La democrazia muore nel buio”. Adesso, all’orizzonte si profilano per novembre le elezioni di metà mandato e Trump sa che il Partito Repubblicano dipende di più dai voti delle persone meno colte e degli uomini, mentre il Partito Democratico vive una stagione di rinnovata partecipazione. Ma nel conto entra anche il fatto che le prossime votazioni saranno un referendum sulla presidenza Trump e il presidente è consapevole che una vittoria dei democratici potrebbe deteriorare la sua posizione.

La reazione degli interessati

Il Washington Postha rispedito le accuse al mittente. Frederick Ryan Jr, publisher e amministratore delegato, ha dichiarato che il proprietario non è mai intervenuto nelle scelte editoriali: “Jeff non ha mai criticato una storia, non ha mai proposto o indirizzato editoriali o articoli a sostegno di una parte o di un’altra”. Intanto, i commenti di Trump sono costati ad Amazon 73 miliardi di dollari. Rispetto al picco di 1,600 dollari raggiunto dalle azioni a metà marzo, le quote sono scese a 1,443 dollari nella prima settimana di aprile e Jeff Bezos ha perso 16 miliardi di dollari. Nonostante ciò, ha mantenuto un rigoroso silenzio stampa. 

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