Patrimoniale: l'obiettivo "segreto" del governo Renzi

Là dove non riuscirono Monti e Letta, o solo in parte, è probabile che riesca invece il giovane neopremier Matteo Renzi: far ripartire l'economia drenando risorse dagli investimenti e dai conti correnti degli italiani.

In altre parole, imporre una patrimoniale, riequilibrando così il fisco a favore del mondo del lavoro ma a scapito, però, dei risparmiatori.

Che sia questo l'obiettivo del futuro esecutivo guidato dall'ormai ex sindaco di Firenze, lo dimostra la strategia comunicativa messa in atto dal suo entourage.

Proprio lunedì, infatti, nel giorno dell'affidamento dell'incarico, sul quotidiano degli industriali (il Sole 24 ore) è comparsa un'intervista a uno dei consiglieri (e sostenitori) di Renzi: Davide Serra, numero uno dell'hedge fund Algebris.

Milanese di nascita e londinese ormai d'adozione, Serra senza tanti giri di parole ha proposto di tassare le rendite per ridurre il cuneo fiscale: "Se l'obiettivo è la crescita  economica, è inaccettabile che un Paese tassi al 20% le rendite finanziarie mentre il lavoro è tassato al 45% e le imprese al 60%".

Parole uscite dalla bocca di un finanziere della City, ma in piena sintonia con il segretario della CgilSusanna Camusso, la quale da mesi propone di spostare risorse dalle rendite finanziarie al lavoro, "perché oggi - ha spiegato il leader del sindacato "rosso" - chi lavora paga più tasse di chi stacca cedole".

E, del resto, la patrimoniale in casa Renzi non è una novità: il "rottamatore", alcune settimane fa, era tornato a chiedere di elevare al 28% l'imposta sulle rendite finanziarie (oggi fermo al 20%), per recuperare risorse da impiegare nella detassazione delle nuove assunzioni.

Non che gli esecutivi precedenti non ci abbiano provato, ma quelle introdotte prima dal governo dei professori e poi dall'esecutivo delle larghe intese erano state bollatte "mini-patrimoniali", dal pasticcio di Letta sull'IMU (che va ad intaccare il ricco patrimonio immobiliare, oltre 5.000 miliardi di euro, degli italiani) all'aumento dell'imposta di bollo sui conti deposito, introdotta dall'ex ministro Tremonti (governo Berlusconi IV) e perfezionata poi da Monti.

E in un’economia come quella italiana, in cui non si sa più cosa tagliare, l'unico bacino dove attingere sono rimasti proprio quei 3.800 miliardi di euro costituito dalla ricchezza finanziaria delle famiglie italiane.

L'ha detto, tra gli altri, lo scorso autunno persino l'Fmi, che ha proposto un'imposta una tantum del 10% sui 1.730 miliardi depositati nelle banche dalle famiglie e dalle imprese italiane per abbattere l'enorme debito pubblico di oltre 2.000 miliardi.

Ma non sarebbe poi una novità: già nel 1992 le mani dell'allora premier Giuliano Amato finirono nei conti correnti e postali degli italiani con un mini - balzello del 6 per mille.

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