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Oltre il genocidio armeno: Papa Francesco rompe ogni silenzio

Il Papa scelto dalla «fine del mondo» ed eletto per riformare la Curia in pochi mesi è diventato un leader mondiale, corteggiato dai principali capi di Stato e di governo. Con indiscutibili successi: come la mediazione per far riaprire le relazioni diplomatiche tra Cuba e Stati Uniti. Ma dopo due anni di pontificato la luna di miele tra il pontefice e le diplomazie del mondo sembre essere finita. Bergoglio e il suo Segretario di Stato, Pietro Parolin, si trovano in queste ore ad affrontare una serie di fronti di crisi particolarmente caldi.

Anzitutto con la Turchia, che ha richiamato l’ambasciatore presso la Santa Sede dopo la condanna del genocidio armeno, compiuta da Papa Francesco in occasione dell’anniversario dei centi anni dalla quella tragica pagina della storia dell’umanità. Una reazione, quella da parte della Turchia, che non ha stupito il palazzo apostolico fermamente convinto di dover ribadire la condanna di quel genocidio già affermata, oltrettutto, da Giovanni Paolo II.

Il genocidio armeno

Armin T. Wegner
La disperazione di un gruppo di profughi armeni in fuga dalla persecuzione turca.

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La popolazione armena durante uno dei rastrellamenti del 1915-16. Il governo Ottomano organizzò 25 campi di concentramento dove trovarono presto la morte gli Armeni catturati.

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La lunga fila dei deportati armeni in una delle "marce della morte" verso i campi di concentramento.

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Una delle molte pagine del New York Times dedicate alla denuncia delle atrocità contro le popolazioni armene di Turchia.

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Un tratto della ferrovia per Baghdad, dove transitarono i convogli di deportati armeni.

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Adana: immagine del minareto dal quale i turchi spararono contro i cristiani Armeni.

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I resti dei prigionieri armeni affiorano dal terreno. Seyxialan, valle del Mush. 1915.

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Esecuzione di massa di cittadini armeni a Costantinopoli dopo i tumulti del giugno 1915

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La cittadina di Shushi, nella regione armena del Kabakh, rasa al suolo e incendiata dai Turchi.

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A picture released by the Armenian Genocide Museum-Institute dated 1915 purportedly shows severed heads of Armenians killed by Turkish forces during the First World War. Armenians say up to 1.5 million of their forebears were killed in a 1915-16 genocide by Turkey's former Ottoman Empire. Turkey says 500,000 died and ascribes the toll to fighting and starvation during World War I. (Photo credit should read STR/AFP/Getty Images)

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Manifesto del Near East Committe per la raccolta di fondi destinati alla popolazione armena.

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Rifugiati armeni in Grecia (Salonicco) organizzano un servizio di barbiere in strada.

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RIfugiati armeni in attesa di un lavoro a Van.

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Abitazioni per i rifugiati armeni costruite dagli americani del Near East Relief in Palestina.

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Una tragedia nella tragedia: una piccola armena muore di stenti a pochi passi da un centro di assistenza occidentale.

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Ritratto di un Armeno del Caucaso. Fotografia datata 1905.

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L'Impressionante massa di bambini orfani in un campo profughi della Croce Rossa.

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Una vedova del genocidio con i due figli Makarid e Nuvart.

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Bambini armeni sopravvissuti al massacro in un orfanotrofio.

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Gli aiuti alla popolazione armena in partenza dalla Russia. 1915.

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Appello urgente del Near East Relief su un manifesto per la raccolta di aiuti umanitari.

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Monaci armeni e bambini di fianco al trono del re Senekerim-Hovhannes di Vaspurakan, presso il monastero di Varagavank a Van, Turchia. Circa 1885.

Più complicata la questione della Francia: con l’invito a rinunciare rivolto dal nunzio a Parigi, monsignor Luigi Ventura, all’ambasciatore presso la Santa Sede designato dalla Francia, Laurent Stefanini, già capo del protocollo del presidente della Repubblica François Hollande. Ma anche in questo caso non si tratta affatto di una svista: il problema non riguarda l’orientamento omosessuale di Stefanini ma le sue prese di posizione a favore del matrimonio gay.

Sull’Ucraina il problema è arrivato dai greco-cattolici, quando il pontefice ha definito guerra «fratricida» quella che per gli ucraini è invece un’aggressione da parte della Russia. La Santa Sede è dovuta intervenire per precisare la propria posizione che non è a favore né degli uni né degli altri ma difende il diritto dei popoli all’autedeterminazione e punta a favorire la riconciliazione.

Crisi anche con il Messico per le parole pronunciate da Francesco nel corso di un colloquio privato con un amico argentino e poi diffuse alla stampa, sul rischio di «messicanizzazione» dell’Argentina per la diffuzione del narcotraffico. Anche qui è stato necessario un intervento ufficiale per raffreddare le tensioni più un’intervista televisiva nella quale Bergoglio si è spiegato personalmente.

Resta infine ancora da sciogliere il nodo con il Cile, relativo alla nomina di monsignor Juan de la Cruz Barros Madrid nella diocesi di Osorno, dove viene accusato di avere insabbiato le accuse di pedofilia a carico di un sacerdote. Nomina che ha provocato le proteste delle associazioni delle vittime della pedofilia e l’irritazione del governo nonostante le rassicurazioni sull’innocenza di Barros da parte della Santa Sede.

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