Oculus, con la realtà virtuale il cinema non sarà più lo stesso

C’è una domanda che da diversi anni rimbalza ai piani alti di Hollywood: quale nuovo orizzonte può inseguire il cinema oggi? Dopo aver sdoganato il 3D, dopo aver seminato ovunque nuove costosissime sale IMAX, dopo aver raddoppiato la definizione delle immagini e aver cercato senza successo di introdurre altri elementi sensoriali (qualcuno ancora vorrebbe i film in odorama), è ormai chiaro che l’industria cinematografica sta cercando un modo per abbattere fisicamente la quarta parete e, sostanzialmente, immergere il più possibile lo spettatore nell’universo sensoriale creato dal regista.

A ben pensarci, la risposta più naturale (e più ambiziosa) al quesito di cui sopra è che il prossimo passo in avanti per l’industria cinematografica consisterà nel girare film in realtà virtuale, che consentano allo spettatore di assistere alle scene come facesse anche lui parte del cast.

Questa possibilità è già stata ventilata in passato, tanto che al Sundance Festival vengono presentati spezzoni in VR sin dal 2012. Ma fino ad oggi si aveva l’impressione che questa tecnologia fosse ancora in una fase troppo embrionale per essere presa sul serio. Dico fino ad oggi perché giusto poche ore fa, la startup Oculus (recentemente acquisita da Facebook) ha annunciato al mondo di aver attivato una squadra specializzata in pellicole di realtà virtuale chiamata Oculus Story Studio.

Da tempo a Oculus stavano valutando la possibilità di entrare nel mondo del cinema (anche perché gli stessi produttori di Hollywood si erano dimostrati interessati), ma c'era qualcosa che li costringeva a esitare. Un conto era sviluppare materiale per il mercato videoludico (in cui tendenzialmente il timone della narrazione è in mano al giocatore), altro conto era concepire delle pellicole cinematografiche (che da sempre riservano allo spettatore un ruolo meramente passivo).

Per non sbagliare, Oculus ha deciso di affidarsi a Saschka Unseld, non esattamente un novellino, si tratta infatti dell’animatore Pixar che ha creato il corto The Blue Umbrella, che ha stupito soprattutto per la sua realisticità. Unseld ha accettato la sfida posta da Oculus e ha realizzato un corto a misura di realtà virtuale intitolato Lost e frubile unicamente indossando un paio di occhiali Crescent Bay, un nuovo prototipo presentato lo scorso settembre.


Oculus VR

In Lost – presentato all’edizione del Sundance Festival di quest’anno - l’utente si ritrova dapprima in ambiente completamente buio. Poi a poco a poco i suoi occhi cominciano a visualizzare una realtà generata al computer, una foresta per la precisione, in cui si riconosce il profilo di una mano robotica che sembra essere stata strappata dal polso del suo “proprietario”. Ed è qui che la cosa si fa interessante: è solo quando lo “spettatore” decide di concentrarsi sulla mano robotica che questa inizia a muoversi.

La storia non è questo prodigio di intreccio (in pratica il robot che ha perso la mano la ritrova e la riprende) ma è sufficiente a dimostrare le potenzialità di questo nuovo mezzo. Chi ha avuto modo di sperimentarlo infatti racconta di essersi ritrovato a sorridere come un bambino nell’accorgersi di non essere un semplice spettatore, ma un elemento fondamentale della narrazione.

La buona riuscita di Lost dimostra che Unseld ha già appreso la lezione più importante: “Il cinema è un mezzo espressivo sequenzialespiega una sorta di dittatura del regista.” Con la realtà virtuale l’approccio cambia completamente, lo spettatore è parte dell’ambientazione e, presumibilmente, non verrà lasciato a fare da tappezzeria.

Certo, sarebbe più facile riadattare una pellicola tradizionale a un formato VR, ma difficilmente uno spettatore si divertirebbe a venire sballottato nel mezzo di una scena d’azione senza aver alcun controllo sui propri movimenti.

Quello che tuttavia è chiaro sin da ora, è che con questo tipo di tecnologia, e con l’approccio ideato da Unseld, si apre un tipo di orizzonte completamente nuovo, che introduce elementi rivoluzionari non solo per il cinema, ma per il concetto stesso di storytelling.

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