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Obama e Isis, tra confusione e timore

C’è l’orrore, certo. Forse la seconda volta l’orrore è leggermente normalizzato, la decapitazione rituale del prigioniero in tuta arancione, come quelli di Guantanamo, fa un po’ meno effetto. Terribile a dirsi, ma a competere con le immagini degli ultimi istanti su questa terra del giornalista Steven Sotloff ci sono gli scatti osé di Jennifer Lawrence e delle 101 starlette a cui hanno violato l’iCloud: le voci responsabili invitano a non guardare né le une né le altre immagini, per motivi diversi e tuttavia riconducibili ultimamente al rispetto per ciò che è privato, intimo. La morte come estremo momento di intimità barbaramente violata dalla sua ripetizione ossessiva, seriale, banalizzata da una cascata di retweet.  

L’America si è riempita d’orrore – una volta ancora – nel vedere Sotloff morire, ma accanto all’orrore si è materializzata la confusione, l’idea che forse non esiste una cura per quel male incarnato dal boia nerovestito con accento londinese che inesorabilmente decapita le sue vittime. Il simbolo di un’occidente in rotta di collisione innanzitutto con se stesso.

Di certo l’America pensa ormai che, se una cura esiste, Barack Obama è un medico troppo timoroso per somministrarla. Ama la dolcezza omeopatica di qualche bombardamento aereo, che leniscono senza risolvere.

L’Amministrazione manda messaggi a sua volta confusi, persino contraddittori: il presidente dice che lo Stato islamico è una minaccia tutto sommato “manageable”, gestibile, il segretario della Difesa spiega che non ci si può limitare a contenere il Califfato, occorre sradicarlo, John Kerry sostiene che i “responsabili saranno portati davanti alla giustizia”. Joe Biden, vicepresidente sopra le righe, la mette giù così: “Ci prendiamo cura di chi sta celebrando il lutto. E appena finito, i terroristi devono sapere che li seguiremo fino alle porte dell’inferno finché non saranno consegnati alla giustizia, perché l’inferno è il posto che spetta loro”. L’immagine è forte, ma contraddice in pieno il messaggio raziocinante del presidente.

Dunque l’America è inorridita e confusa dai bisticci semantici e operativi dei suoi leader, che mandano contro lo Stato islamico missili e soldati con il contagocce, perché il presidente si muove soltanto se gli interessi americani sono minacciati direttamente oppure se c’è il rischio di un genocidio. Per il resto è lui stesso ad ammettere che “non abbiamo ancora una strategia contro lo Stato islamico”. Questo modo ondivago e intermittente di considerare le minacce è stato chiamato in molti modi. Da ultimo lo hanno definito “minimalismo feroce”, espressione che tiene insieme il tenore apparentemente contraddittorio delle dichiarazioni: Obama è feroce quando di tratta di ordinare raid circoscritti, anche alle porte dell’inferno; ma è minimalista quando si tratta di affrontare una minaccia complessa sulla cui effettiva pericolosità per l’America si potrebbe opinare. In quei casi meglio mettere in piedi una coalizione di nazioni volenterose con interessi convergenti, meglio se non occidentali. Non stupisce che davanti a una minaccia tanto spaventosa e a risposte tanto incerte, la popolarità di Obama sia scesa al 39 per cento. Non è il minimo storico, ma siamo da quelle parti. E non deve stupire nemmeno che ci sia una parte dell’America delusa fino alla rabbia dalla riluttanza del presidente sia tentata di credere alle parole dell’eroe ultraconservatore Phil Robertson: ci sono due modi per sconfiggere i terroristi dello Stato islamico, “convertirli o ucciderli”. E convertirli, dice il barbuto cacciatore, “è improbabile”.

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