Klimt-Kahlo: una sfida di modernità

Il fattore K questa volta lo stabiliscono due mostre importanti dedicate ai pittori Gustav Klimt e Frida Kahlo, e costringe lo sguardo degli spettatori, piazzato sull’asse Milano-Roma, a sbalzi e salti eleganti, a scontri preziosi. Perché Klimt. Alle origini di un mito (a Palazzo Reale di Milano, dal 12 marzo al 13 luglio) e Frida Kahlo (alle Scuderie del Quirinale di Roma, dal 20 marzo al 31 agosto) combattono un match in cui entrano in gioco tutti, ma proprio tutti i fattori: la civiltà, la storia, l’arte, la vita.

Klimt fu la quintessenza della "viennesità", fatta di splendore, voluttà decadente e intimità borghese. E in quella città che allora, in ogni campo, produsse geni come materia prima – ma che a uno di essi, Karl Kraus, parve addirittura come "la stazione meteorologica della fine del mondo" – si adoperò parecchio per rivestire i sogni e le turbolenze emotive dell’epoca con quadri d’alta sartoria e raffinatissima oreficeria. Facendone quasi una questione
di puntualità, questo principe della decadenza morì molto simbolicamente nel 1918, anno della disintegrazione dell’Impero asburgico e della vecchia Europa.

La mostra milanese, curata da Alfred Weidinger ed Eva di Stefano (il catalogo è edito da Il Sole 24 Ore cultura), presenta Klimt nell’atto di formarsi e di guardarsi intorno, ma anche il Klimt eminente con capolavori come la ricostruzione originale dell’immenso, polimaterico Fregio di Beethoven (esposto a Vienna nel 1902 nel Palazzo della Secessione e inaugurato da un concerto diretto da Gustav Mahler), e il sontuoso e terminale Adamo ed Eva. Ecco il disegnatore magistrale, nelle cui mani la linea, sottile come un capello, può tutto. E come sono belli e tristi i paesaggi della maturità, tra giardini e parchi intensamente autunnali dove magari recitare versi di Rainer Maria Rilke, accanto agli ottimi dipinti di Carl Moll e Kolo Moser. Artista ufficiale, stimato dall’Imperatore Francesco Giuseppe, ma anche uomo riservato, guru in caftano tra le sue molte modelle-amanti, Klimt è consapevole della superiorità della donna, e per questo non la combatte ma astutamente la celebra, fino a farne l’idolo fatale e letale della Giuditta

Allo sguardo maschile sull’eros e il conflitto tra i sessi di Klimt, Frida Kahlo (1907-1954), che come Gustav ama le allegorie e la potenza delle immagini ma non è mai né riservata né astuta, oppone il suo sguardo e il suo strazio femminile radicale, quindi tutta una verità che sa di orgoglio, di sofferenza, di solitudine. Agli ornamenti metallici dell’austriaco predilige le decorazioni dei costumi tradizionali messicani, o le cicatrici delle sue ferite, che siano del cuore, o delle molte operazioni subite. All’oro antepone il proprio sangue, quello dei parti, delle amputazioni, dei desideri, degli amori traditi.

L’unico viennese che l’avrebbe interessata, e il cui pensiero effettivamente avvicinò tramite il surrealista André Breton, sarebbe stato Sigmund Freud. Quanto agli imperatori, figurarsi, un plotone d’esecuzione composto da repubblicani messicani, del tipo di quelli che a Frida piaceranno molto, come Pancho Villa o Zapata, ne aveva fatto fuori uno nel 1867, e guarda caso si trattava del fratello di Francesco Giuseppe, Massimiliano, autonominatosi imperatore del Messico.

Per il resto Frida si vantava di essere nata con la rivoluzione, e nell’anno in cui Klimt e il suo mondo sparivano lei cominciava a capire che tutto, in realtà, stava nascendo. La mostra che si tiene a Roma, curata da Helga Prignitz-Poda e forte di ben 130 opere (il catalogo è pubblicato da Electa), è la prima retrospettiva italiana dedicata a questa icona novecentesca, a questa piccola, ardente e amatissima india, che ora, davanti a noi, esibisce, come in una colossale sequenza di ex voto, il suo bel volto ossessivamente perlustrato, il suo variopinto simbolismo esistenziale, il suo bestiario magico. Ha usato le figure come fossero parole, narrando favole crudeli al cui centro c’era sempre e solo lei, Frida o l’esplorazione del dolore, e però lo ha fatto a nome di tutti. Morendo lasciò scritto: "Spero di non tornare mai più". Per nostra fortuna non è andata esattamente così.

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