New Brera

"Attualmente, ma non ora, perché siamo nel 1959 e chi scrive tosto e chiaro è Gian Carlo Fusco, l’intellighentia, acerba e matura, si divide ufficialmente in due soli locali. Una benedetta trattoria e un caffè maudit. Il caffè Giamaica, la trattoria Bagutta". Ma forse già si doveva chiamare Jamaica, con la J, quella vecchia bottiglieria milanese piazzata in via Brera, a un passo dall’Accademia, che Elio Mainini aveva ereditato dal padre nel ’46 e trasformato in uno dei più piacevoli e frequentati luoghi della creatività italiana. E' la scena dei nostri "anni originali", fatti di frequentazioni e scoperte intensamente individuali, cioè non omologate da mode e voghe, né infestate dai signorsi del sistema culturale di massa. Il nome, a quel bar, che nella sua Vita agra Luciano Bianciardi trasformò in Bar Antille, glielo aveva dato il musicologo del Corsera, Giulio Confalonieri, ispirandosi a un film di Alfred Hitchcock, La taverna della Giamaica. Ma "la cosa straordinaria di quel posto" ha detto Emilio Tadini "era che ogni volta si trasformava in una bellissima macchina dell’amicizia".

In uno shaker di classi sociali e generazioni diverse, mescolando le atmosfere della vecchia Milano alle dinamiche mentali di una città industriale, là, tra quelle lucenti mattonelle e i tavolini in ghisa, dove si giocava a carte e si beveva un bianchino (niente happy hour!), si potevano incontrare Salvatore Quasimodo ed Ernest Hemingway, ma anche giovani artisti: Roberto Crippa, Gianni Dova, Valerio Adami. Ci andava Lucio Fontana in compagnia di suoi seguaci come Enrico Castellani e Agostino Bonalumi. O come Piero Manzoni, geniaccio timido, irriverente, e dall’esistenza breve, com’è breve, appena un vicolo, il tratto di strada che da piazza San Marco a via Brera gli è stato intitolato. Nanni Balestrini, uno dei suoi tanti amici, ancora se lo ricorda il tavolo dove Piero passava le serate. Il suo volto paffuto e intelligente, quello sguardo da cabarettista milanese sono per sempre legati al Jamaica, grazie anche alle fotografie di Ugo Mulas. E siccome "l’avanguardia" avverte George Steiner "può essere, ed è spesso, un epilogo", gli è legata anche la sua fine: il 6 febbraio del 1963 Manzoni si sentì male proprio davanti al locale, a soccorrerlo pare fosse Elio Mainini, che lo portò nella casa-studio di via Fiori Oscuri, lì a due passi, dove l’artista morì.

Aveva 29 anni, appena sette dei quali, gli ultimi, dedicati a radicalizzare fino a un limite allora impensabile i pensieri e i gesti dell’arte. Con ben 130 opere, la mostra che ora si apre a Palazzo Reale li ripercorre tutti. La guerra di Piero alla sensibilità comune, condotta con la sprezzatura del vero aristocratico e il fervore concettuale del cattolico, crebbe sopra una nota di provocazione purissima: dal vuoto bianco e indifferente di superfici povere e neutre, gli Achrome "così vicini al niente" (Vincenzo Agnetti), agli smaterializzanti confezionamenti di Linee, Corpi d’aria, Fiati d’artista, fino alla ritualità eucaristica delle Uova e alla celeberrima e dannata Merda d’artista (alla quale Flaminio Gualdoni dedica una sua Breve storia per la collana Sms Skira mini saggi): ineffabile trasformazione della cacca in oro, del corpo dell’artista in reliquia, di un made in Italy apparentemente scostumato in un pacchetto elegante, recapitatoci da qualche sconosciuto Oriente.

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