Massimiliano Smeriglio Pd
ANSA/ GIORGIO ONORATI
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Massimiliano Smeriglio (Pd) contro Salvini

Smeriglio, lei è il vice-Zingaretti.

(Sorriso). Così pare.

Ma lei era anche il più citato - in negativo - da Giachetti per la sua frase: «Piaccia o non piaccia con il M5s bisogna dialogare».

Io penso che noi dobbiamo competere per vincere. Soprattutto con i Cinque stelle perché abbiamo un pezzo di elettorato in comune. Poi, se non c’è una maggioranza, in Parlamento si vedrà. Sapendo che il nemico è Salvini.

Questo è «Modello Lazio»?

Dove governiamo anche dialogando con il Movimento sui contenuti.

Sui contenuti non vuol dire nulla.

Come no? Abbiamo varato insieme le leggi sul diritto allo studio e l’ampliamento del Parco dell’Appia antica.

La Lombardi diceva che Zingaretti «viene da Mafia capitale».

In campagna elettorale! Invece è molto brava e molto capace: una che ci crede e che si studia i dossier.

Sottogoverno?

Bisogna conoscere il M5s. Per loro non contano relazioni, potere, incarichi, ma i fatti.

Lei diceva: «La vocazione maggioritaria del Pd
è una pia illusione: un partito che viaggia intorno al 17 per cento deve porsi il problema delle alleanze».

Lo penso ancora. È addirittura ovvio. Salvini sta federando la destra, noi dobbiamo federare la sinistra. Tornare allo spirito di coalizione. Come in Abruzzo, Sardegna e Basilicata.

Perché?

Bisogna fare attenzione: ci si proclama contro il governo gialloverde, ma si favorisce, di fatto, per mancanza di alternative, un governo nero-verde.

In che senso?

Nelle Regioni sta già accadendo, torna il centrodestra a trazione estremista. Siamo sicuri di volere questo?

Massimiliano Smeriglio è il vice di Zingaretti. il suo alter ego in Regione. Quando erano ragazzi erano due nemici: il primo nell’Autonomia, il secondo capo della Fgci a Roma. Poi sono stati concorrenti uno nel Pds-Ds-Pd, l’altro in Rifondazione e Sel. Adesso sono uniti, e capisci dove vuole andare Nicola ascoltando cosa dice Massimiliano: «Facevo a botte con Nicola, ora ci governo. È il leader più inclusivo che conosca, ricostruirà la sinistra».

Da dove viene?

Sono nato e cresciuto alla Garbatella, Nelle case popolari, lotto 27 C, quello dove dal 1948 fino a ieri ha resistito la scritta «Vota Garibaldi!».

Una reliquia.

(Sorride). Era stata riconosciuta come elemento di interesse storico, restaurata, illuminata. Poi un giorno arriva il Comune e la fa cancellare dal servizio decoro urbano: curiosa la storia, no?

I suoi genitori?

Mio padre quando sono nato era un bambino, aveva solo 18 anni. I miei veri educatori sono stati i nonni materni, sono cresciuto con loro: lei aveva 35 anni e lui 42.

Suo padre cosa faceva?

Il ferroviere. Era un sindacalista della Cisl: si chiamava Ettore e votava Dc.

Pensa come lo ha deluso!

Glielo ho detto, sono cresciuto con i nonni. Il mio vero padre è stato nonno Ernesto Capece: comunista, stalinista di ferro, capo dei facchini dei mercati generali...

Un personaggio.

Può dirlo. A sua volta era figlio
di artisti: suo padre faceva la maschera,

era Pulcinella. Ma lui aveva scelto il lavoro.

E lei è cresciuto in quel mondo.

La cooperativa, i mercati generali, il quartiere Ostiense. Gli operai dell’Italgas che dialogavano con Tronti. Non erano lord di Oxford, diciamo.

Spieghiamolo meglio.

Per loro «il Partito» era stato tutto: il modo per emanciparsi, per alfabetizzarsi. L’identità.

Stalinisti?

Uhhhh... Andavano in pellegrinaggio sulla tomba di Stalin, in 300, ancora nel 1967, in pieno «Disgelo», litigando con i russi dell’era kruscioviana che, come è noto, avevano messo in ombra il culto e gli dicevano: «Non si possono portare fiori».

E alla fine?

Se non mettevano la corona firmata dai «compagni dei mercati generali» non tornavano indietro. E ovviamente la misero.

E sua nonna?

Suo padre, Enrico Mancini, iscritto al Partito d’Azione, era stato ucciso alle Fosse Ardeatine dai nazisti quando lei aveva 15 anni.

Una memoria vivida.

Ricordo che nel 1974 lei raccoglieva nel quartiere firme contro il rilascio di Herbert Kappler.

L’anno in cui scappò.

Una fantomatica evasione favorita dai servizi, dall’ospedale del Celio, chiuso in una valigia. Questa la versione ufficiale. Suscitò a casa mia una reazione terribile: insulti, rabbia, imprecazioni.

Scuole?

Elementari alla «Cesare Battisti»: quella inaugurata da Achille Starace, con le aquile e i fasci littori.

Le aquile sono ancora lì.

Ne sono contento. È stupido pensare di cancellare i simboli del ventennio, scalpellare «Mussolini Dux» dall’obelisco, o il fascismo dall’Eur. Le guerre civili si combattono quando accadono. Non con 70 anni di ritardo.

Perché?

Una comunità nazionale è fatta da tutte le storie. Devi fare i conti con la tua storia. Comprendere la biografia nazionale.

Lo pensava anche da ragazzo?

Ma figurati: lo penso ora. Dopo aver amministrato.

Le superiori dove?

Al Tecnico industriale, ed era già una conquista: tutti i miei amici dei lotti andavano a lavorare. Io, in quel mondo, ero l’unico che ambiva a diplomarsi.

In che scuola?

Al «Severi», a Tormarancia. Dove c’erano la Fgci e il Collettivo. Nel 1982, per qualche mese, sono stato iscritto alla Fgci. Poi sono diventato Autonomo.

Un bel salto.

La cellula si appoggiava nella sezione Pci dell’Eur. Ambiente borghese, moderatissimo. Ero un pesce fuor d’acqua. Sono andato nel Collettivo.

E lei com’era all’epoca?

Appassionato, radicale e ribelle.

Ironia della sorte, sulla barricata opposta c’era Zingaretti, all’epoca leader della Federazione giovanile comunista italiana.

Vero. Anche se lui, all’epoca io non lo ricordo. Per me la Fgci aveva i volti di Ettore Masina, figlio del deputato della sinistra indipendente, e di Ignazio Vacca.

I suoi «nemici» di quel tempo?

I fascisti, la loro violenza. Poi c’era la Fgci: per noi erano i licei del centro, l’intellighenzia. Noi eravamo i tecnici di periferia, il popolo.

Leggeva gli scritti di Toni Negri!

Era un riferimento. Ricordo che il New York Times lo ha inserito fra i cento filosofi più influenti al mondo. Le Nouvel Observateur tra i 25 più importanti.

Ne scrivono di fesserie. Come girava vestito?

Capelli ricci, bomber e anfibi: look da zecca combattente.

E cosa sentiva?

I Clash. l’album Sandinista. London Calling per ballare nelle feste. Io se ascolto la voce di Joe Strummer ancora oggi mi emoziono.

La sua madeleine proustiana è punk.

Ricordo che pretendemmo di entrare gratis alla Festa dell’Unità al Torrino.

Quella organizzata da Goffredo Bettini? Addirittura assaltata?

Pretendevamo di entrare e contestavano il Pci che aveva organizzato il concerto dei Clash a pagamento al grido: «La musica si sente, ma non si paga!». Ovviamente entrammo.

E la vostra musica qual era?

La Banda Bassotti, il rap italiano, Onda Rossa Posse.

Quanto ha preso alla maturità?

Sessanta, perché studiavo. Volevo fare l’avvocato. Mi iscrivo a Giurisprudenza, ci entro, vestito nel modo che le ho detto, e duro due mesi.

E poi passa a Lettere.

La nostra casa madre era la famosa sede di Via dei Volsci.

E come era la linea «dei Volsci» al tempo?

Nessuna alleanza, nessun dialogo a sinistra. Il Pci nemico. Ma nella nostra sezione universitaria il clima era diverso.

Lei era uno dei leader.

C’erano personalità più visibili. Davidino Vender, che ora fa il librario. E il frontman carismatico: Anubi D’Avossa Lussurgiu, figlio di un noto pittore, che lo aveva chiamato così in omaggio a una divinità egizia. Un personaggio. Aveva letto i sacri testi di Marx e Lenin a dieci anni. Era precoce e in anticipo su tutto.

La Pantera divenne il simbolo del movimento di occupazione in tutte le università.

Il logo l’aveva disegnato un creativo trotzkista della Lega comunista rivoluzionaria ed ebbe gran successo. Io l’amavo perché mi ricordava Malcom X e le Black Panthers.

Con chi trattava sui cortei a quei tempi?

Con Roberto Gualtieri, oggi eurodeputato del Pd.

E lei nel collettivo era l’ala dialogante?

Diciamo così. Fatto curioso, ero quello meno visibile, rispetto ad altri che erano la prima linea. E sono rimasto l’unico impegnato ancora oggi.

Nel 1989 cade il Muro di Berlino e lei festeggia.

Ero convinto che finisse il comunismo dogmatico, quello autoritario, e che avrebbe vinto un movimento libertario, cioè il mio. Una follia.

Cosa le diceva suo nonno? Testuale?«Sei un gruppettaro, un estremista stupido, di politica non capisci un cazzo».

Ah, ah, ah. Litigavate?

Furibondamente. Io allora non capivo che loro erano figli di una storia. Aver visto la bandiera rossa sventolare sul Reichstag, l’8 maggio del 1945, li aveva segnati per sempre.

Come erano?

Maschilisti, autoritari, idealisti. Vuole l’aneddoto più bello?

Certo.

M’iscrivo a Rifondazione. Mi sposo con una compagna del movimento, Francesca. Le nozze le celebra Patrizia Sentinelli, la segretaria della Federazione.

Non in chiesa, arguisco.

(Risata). Noohhh! Quel giorno era caduto il primo governo Prodi, c’era molta tensione e Patrizia trasforma il discorso di nozze in un comizio bertinottiano contro l’Ulivo.

E lei si arrabbia?

Io ero entusiasta. Mio nonno mi si avvicina furibondo e mi fa: «Massimilia’! Ma questa sta addì ’na montagna de cazzate!».

Era in linea con Diliberto e Cossutta?

Di più. Era così ortodosso che per lui era come se il partito non fosse finito mai. Per lui chi era contro Prodi era anti-partito!

Lei si laurea?

Certo. In storia moderna, con 110 e lode, in storia della Riforma e controriforma. E dopo aver fatto tre anni di storia del cristianesimo.

Tesi?

Su Machiavelli. Poi diversi master in comunicazione d’impresa e gestione delle risorse umane.

Poi?

Servizio civile, ovviamente, al servizio Archeologico. Lavoro sugli scavi al Convento di Tolfa.

Francesca cosa ha fatto, poi?

La logopedista. Il primo figlio Iacopo oggi ha 20 anni, poi c’è Sara di 17 e Niccolò di 11.

I grandi li ha portati a votare alle «primarie»?

Scherza? Frequentano i centri sociali, il Pd non è nei loro radar.

E cosa le hanno risposto all’appello per Zingaretti?

«Macché sei matto, papà?». A stento sono riuscito a convincere mia moglie.

Il destino che si ripete. Continuiamo con la sua storia.

Lavoro nella redazione di Avvenimenti, direttore Claudio Fracassi, a delle pagine autogestite, Il graffio della Pantera. Poi stacco con la politica e lavoro sei anni.

Rientra a 30 anni, nel 1996.

Prima con il centro sociale La Strada, alla Garbatella. Poi in Rifondazione, per Bertinotti: era magnetico, carismatico, libertario.

Oggi cosa pensa della caduta del governo Prodi del 1998?

È stato un errore.

Perché?

Perché lì è diventata chiara la fragilità della composizione sociale del Paese. Aveva ragione chi ci richiamava alle nostre responsabilità.

Addirittura.

Per quel che vale, mai più io favorirò frammentazione a sinistra: Giolitti non è Mussolini.

Nel 2001 lei diventa presidente del municipio Garbatella e amico di Zingaretti.

Proprio perché era viva la ferita del governo Prodi fu un’alleanza difficile. Nicola sostiene me, e io poi lui, alla Provincia. Il patto diventa amicizia.

Quando Zingaretti diventa presidente della Provincia, lei diventa assessore.

Inventammo un nuovo modo di fare politiche del lavoro. Viaggiamo in Europa per cercare modelli.

E dove trovaste il vostro?

A Barcellona, dove era gestito da un italiano!

Aneddoto su lei e Zingaretti.

Eravamo in un locale meraviglioso di tapas, quando entrano tre giocatori del Barcellona. Tutti si girano e io, che ero in estasi gli grido: «Ma c’è Iniesta! Non ci posso credeee».

E lui?

«Chi?». Non sapeva nemmeno chi fosse. Il calcio non è roba sua.

Un’altra cosa che fate insieme?

I Viaggi della memoria con i ragazzi, ad Auschwitz. Tre giorni pazzeschi sui pullman, con i reduci.

Se siete in Regione dove andate a mangiare?

Qui, alla Garbatella.

Dove?

In un locale gestito da una comunità di lesbiche geniali, l’Acino brillo. Ma noi siamo entrambi sobri. Fanno una panzanella pazzesca.

Come ha fatto a perdere dieci chili Zingaretti?

Mangia, ma corre come un dannato.

Cosa vi unisce?

Lavoriamo tutto il giorno e, come dice Robert De Niro in C’era una volta in America, andiamo a dormire presto la sera.

Lei si dimette da deputato di Sel per fare il suo vice.

Ero stato eletto nel 2013, sembrava una follia.

E come la convince?

Con una discussione sotto casa sua a Prati: «Facciamo una cosa che può avere un significato. Dal basso, a fari spenti». Il viaggio che ci ha portato a due vittorie controtendenza in Regione e al trionfo delle primarie.

Avevate pronta anche la campagna per Zingaretti sindaco.

Organizziamo una iniziativa a piazza San Cosimato. Era tutto fatto, lui aveva già detto di sì. Ma cadde Renata Polverini e Nicola disse: «C’è una emergenza, niente municipio».

E lei?

Non capivo, e sbagliavo. Lui era in sintonia con il popolo della sinistra, anche allora: «Massimiliano dobbiamo correre per il Lazio».

E lei cosa gli rispose?

«Però promettimi che cambiamo nome alla Regione. Da romanista doc il fatto che si chiami Lazio per me è un problema. Non si può fare Regione di Roma?».

Ah, ah, ah. Promessa tradita.

Questa sì. Ma vinciamo nel 2008, nel 2013 e nel 2018. Nicola, com’è noto, ha preso 350 mila voti in più che alle Politiche, nelle urne, nello stesso giorno.

Tutti dicono che è iper-prudente.

Ma quando sceglie è come un treno. Nicola è come Beep Beep che evita tutte le trappole di Wile Coyote.

E perché fu giusto?

Ha avuto il coraggio di costruire una sua solidità, tutta sul territorio. Ha costruito la credibilità di una biografia da amministratore.

Adesso che fa il segretario quanto vi riuscite a vedere?

Non lo vedo più, ma lo sento di continuo.

Non avrebbe dovuto dimettersi da presidente?

No, abbiamo fatto un patto con gli elettori. E poi scusi: Di Maio fa il capo politico e gestisce due ministeri! Salvini fa il leader e l’imperatore della Contea sovranista!

Quindi?

La politica è cambiata, contano le squadre.

Cioè lei.

Tutta la squadra. Ma se mi ha messo in mano queste partite evidentemente si fida.

La nuova sinistra è «contro»?

Se il nemico sono i razzisti, i nazionalisti, i sovranisti, la destra, sì.

Zingaretti ha fortuna?

Non è culo. È intuito. Costruisce le precondizioni del suo destino.

Facciamo il «left test» a un zingarettiano doc.Direbbe sì alla base Nato di Vicenza su cui si ruppe il governo Prodi?

Meglio la Nato che gli amici di Putin.

Sì o no alle 35 ore?

Assolutamente sì. Poco lavoro va redistribuito. E a parità di salario.

E sul reddito di cittadinanza?

A favore del reddito: c’è in 24 Paesi su 27, tranne Ungheria, Grecia e Italia.

E su Quota 100?

Assolutamente sì. Devi stare con la tua gente.

La proposta-bandiera di Salvini!

E allora? Sono stati commessi errori clamorosi. Il renzismo è stato un tentativo di innovazione coraggiosa.

Però. Detto da lei.

Ma non ha messo mano ai fondamentali. In economia è finito con le ricette blairiane degli anni Novanta. Come dice Nicola: «Voltiamo pagina».

Lei cosa vota?

Ho dichiarato che voterò Pd e lo farò.

Da che sarto si veste?

Nessun sarto, Ai Granai, il centro commerciale di zona.

Cadrà il governo gialloverde?

Non ci credo. Anche perché il potere è un collante fenomenale.

C’è un’altra maggioranza possibile con voi?

No, se si perde Zingaretti dice a Mattarella: «Per noi si va subito al voto».

In che cosa è bravo Salvini.

Un genio della comunicazione:

quello che va bene è merito suo, quello che sbagliano è colpa

degli altri. Ah, ah, ah.

E come lo spiega?

È figlio di un partito vero. E poi Salvini interpreta meglio del M5s lo spirito del tempo, le paure

e la ferocia.

E la sinistra?

È schiantata in tutto il mondo. Io guardo a Bernie Sanders e ad Alexandria Ocasio-Cortez. Al governo portoghese. Ad Alexis Tsipras, che ha salvato la Grecia da Alba dorata.

Tav sì o Tav no?

Non sono contro le grandi opere. Ma fate la Napoli-Bari, non la Torino-Lione.

Una cosa da cambiare.

Spesso siamo percepiti come conservatori. Noi li a gridare «Viva la Costituzione!». E chi ci guarda non ci capisce.

Una cosa su cui apprezza «il nemico».

Le partite Iva. Lì la Lega ha fatto bene.

I precari e gli autonomi vanno tutelati.

I suoi si arrabbieranno per quello che ha detto?

Non lo so. Ma è quello che penso. Quindi, come sempre nella vita, lo dico.n © riproduzione riservata

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