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ANSA/ MATTEO BAZZI
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M5S: la prima settimana senza Casaleggio

Una settimana fa moriva Gianroberto Casaleggio e il Movimento 5 Stelle si ritrovava orfano del suo fondatore, guida politica e spirituale insieme. Fu allora che tutti iniziarono a chiedersi cosa ne sarebbe stato di un partito che partito non è ma che in questi ultimi anni ha cambiato e condizionato la scena politica italiana e che con la scomparsa del capo avrebbe corso il rischio di implodere, vittima delle sue stesse contraddizioni e divisioni interne.

Morte Casaleggio: cosa può accadere ora nel M5S


Il ruolo di Davide
Fino a martedì scorso era sempre stato Casaleggio, con la sua aria sulfurea e il pugno di ferro, a controllare ogni mossa della sua creatura, a dettare la linea e a sedare i moti di rivolta anche a colpi di espulsioni sommarie. Con la sua scomparsa le chiavi del cervellone elettronico che studia algoritmi e orienta la rete sono passate al figlio Davide che tuttavia, dal padre, non ha ereditato anche la stessa passione e fiuto politico.


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L'esplosione delle correnti
Così in tanti hanno cominciato ad alzare la testa e il correntismo da sempre presente nel Movimento è venuto alla luce: nord contro sud, deputati contro senatori, ortodossi contro moderati, fan di Di Maio contro detrattori. Qualche esempio? Tra coloro che non vedono di buon occhio l'investitura del giovane vicepresidente di Montecitorio, campano, ci sono i deputati del nord Sorial e Castelli (prossima capogruppo alla Camera) che su questo punto trovano sponda al Senato in Morra e la romana Paola Taverna in competizione con l'altra romana, eletta alla Camera, Roberta Lombardi esclusa dal cerchio magico milanese di Casaleggio e che oggi scalpita per recuperare terreno.

L'investitura di Di Maio
Così, proprio per tentare di restituire al Movimento un'immagine di unità, è proprio Alessandro Di Battista, a lungo considerato leader in pectore e prediletto da Beppe Grillo, gemello diverso di Di Maio, tanto caciarone lui quanto freddo e compassato l'altro, a non farsi scappare mezza occasione per dichiarare amore incondizionato all'amico/nemico Gigì: “È un grande, lavora 18 ore al giorno – ha detto – sarei fiero e orgoglioso di averlo come candidato premier”.

La road map del candidato in pectore
Il diretto interessato ondeggia tra conferme (“se toccasse a me sarei pronto”) e smentite. Queste ultime per non esacerbare ulteriormente il malcontento dei senatori che, esclusi dal direttorio (ne fanno parte solo deputati) scalpitano per ottenere maggiori poteri e una visibilità, anche a livello personale, finora riservata quasi esclusivamente ai colleghi deputati. Ma intanto il vicepresidente della Camera ha già da tempo iniziato a tessere la sua tela. A fine marzo l'incontro con i 28 ambasciatori Ue e da domani il tour nelle capitali europee. Prima tappa Londra. Obbiettivo: accreditarsi come possibile futuro premier e probabile leader di una forza politica credibile a livello internazionale.

La sfida Capitale
Sul fronte interno, incassata la batosta del referendum sulle trivelle, per i 5Stelle il vero banco di prova per testare la concretezza delle proprie ambizioni governative è oggi la sfida Capitale. Che la partita romana sia definitivamente balzata al primo posto dell'agenda politica nazionale, lo conferma anche l'intervento di ieri del premier Matteo Renzi che, commentando le dichiarazioni rilasciate dalla candidata sindaco Virginia Raggi, in mattinata ha avvisato che se a vincere nella Capitale dovesse essere chi non vuole le Olimpiadi “ci sarebbero conseguenze per il governo nazionale”.

Raggi a scuola da Davide Casaleggio
Ma se il Pd guarda alla sfida romana come alla prova decisiva in vista soprattutto del referendum costituzionale di ottobre, il M5s non è da meno. Direttorio, uffici di comunicazione di Camera e Senato non si occupano ormai d'altro che non della preparazione della giovane avvocatessa romana che ieri è volata a Milano per farsi istruire da Davide Casaleggio, subentrato al padre nel controllo della macchina del consenso.“L'imperativo è vincere per Gianroberto” ha detto Raggi al termine dell'incontro. In realtà la posta in gioco è ben altra e l'imperativo è vincere per terremotare il governo, costringere Renzi alle dimissioni, anticipare le elezioni al 2017 e assumere la guida del Paese.

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