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Lotta al terrorismo: decisiva l'opinione pubblica

L’opinione pubblica riveste un ruolo decisivo nella lotta al terrorismo: sia il musulmano che nella moschea non vede più quello che era un frequentatore abituale, sia il cittadino italiano non musulmano che si accorge di qualcosa di anomalo a scuola, all’università o nel proprio condominio. Segnalazioni all’apparenza innocue e che possono invece risultare utilissime. È un concetto ripetuto da Marco Minniti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti, in un incontro organizzato dalla rivista Formiche. «Altro che Stasi» ha ironizzato Minniti «anzi proprio il contrario e per questo ho molto apprezzato l’invito rivolto da alcune associazioni islamiche perché le prediche in moschea siano fatte in italiano».

23 mila foreign fighters
Il buco nero nella lotta all’Isis, che può contare su circa 23 mila foreign fighters, resta il web. È un allarme che gli apparati antiterrorismo e l’intelligence tengono altissimo perché è lì che, sottolinea Minniti, «elementi che si sono radicalizzati o addirittura convertiti su internet si “auto innescano”. E una conversione sul web è quanto di più incontrollabile esista». Per questo è fondamentale la collaborazione tra democrazie e provider, «altrimenti c’è il rischio che la situazione sfugga di mano».

Aziende sotto attacco cyber
Ma se il terrorismo di matrice islamica è sotto gli occhi di tutti, un altro tipo di terrorismo è conosciuto solo dagli addetti ai lavori ma non per questo meno pericoloso: il cyberterrorismo. Secondo il sottosegretario c’è «una sottovalutazione della minaccia cibernetica soprattutto da parte delle aziende, mentre i reati informatici aumentano in modo parossistico». Molte aziende non denunciano gli attacchi che subiscono per paura di apparire deboli, mentre la collaborazione è indispensabile. L’obiettivo degli hacker, spesso «di Stato», è rubare segreti industriali anche a nazioni amiche tanto che, ha aggiunto Minniti, «tra i servizi segreti c’è una gigantesca corsa a chi si accaparra gli hacker». In Italia «facciamo intelligence economica difensiva mentre altre nazioni ne hanno una più aggressiva». E se le grandi aziende collaborano o comunque hanno un sistema di sicurezza più o meno adeguato, viene sottovalutato il rischio che corrono le piccole e medie imprese, che costituiscono il vero tessuto economico nazionale e che detengono il 75 per cento dei brevetti italiani: merce appetibile in tutto il mondo. Ecco perché, ha concluso Minniti, le Pmi devono «consorziarsi per meglio proteggersi» mentre l’intelligence ha «sviluppato la cooperazione pubblico-privato e adottato protocolli d’intesa con dieci tra le principali aziende nazionali».

Per dare un’idea delle dimensioni del fenomeno, secondo il Politecnico di Milano in Italia il volume delle transazioni nel 2014 è stato di oltre 13 miliardi di euro mentre quello dei cyber crimini ha toccato i 9 miliardi, con una media di 120 mila attacchi ogni giorno nel mondo. Walter Ruffinoni, amministratore delegato della Ntt Data Italia, che fa parte dell’omonima multinazionale giapponese delle telecomunicazioni, ha spiegato che «meno del 20 per cento delle aziende dichiara di aver subito attacchi mentre il 5 per cento dice di avere competenze adeguate a rispondere alla minaccia». E attenti al rientro dal week end: il giorno dopo le festività, infatti, i computer infetti aumentano del 75 per cento perché, ha detto Ruffinoni, «lo stesso dipendente diventa inconsapevolmente un cavallo di Troia per la sua azienda».


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