Libia: è il generale Haftar il nemico del governo Serraj

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Chi sperava che con la nomina sotto l’egida delle Nazioni Unite di un governo di unità nazionale la Libia si avviasse verso la normalità dopo cinque anni di guerra civile, deve restare profondamente deluso.

Il 14 aprile, appena sbarcato da un aereo proveniente da Tunisi all’aeroporto di Laberg, situato nell’est del Paese sotto il controllo delle milizie fedeli al governo di Tobruk, il ministro della Difesa del nuovo esecutivo del premier Faiez Serraj, Al Mihdi Al Baraghati, è sfuggito per un pelo all’arresto ad opera di uomini armati al servizio del generale Khalifa Haftar.

 Il generale, uomo forte del governo di Tobruk e sostenuto dal presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi, ambiva alla carica di ministro della Difesa nella nuova compagine governativa e la sua mancata nomina è una delle cause dell’impasse politica attuale.

Le relazioni tra Al Baraghati e Haftar si sono fatte tese fin dalla prima metà di aprile, quando quest’ultimo ha pubblicamente deplorato gli incontri svoltisi a Tunisi tra il neo ministro della Difesa e alcuni diplomatici occidentali.

Nel corso di un’intervista televisiva alla rete locale Al Haba TV il capo delle forze aeree dell’“Operazione Dignità”, lanciata da Haftar da oltre due anni nella Cirenaica per contrastare la deriva islamista, il generale Saqir Al Jroushi, ha successivamente rincarato la dose. Al Jroushi ha affermato che se Al Baraghati dovesse tentare di oltrepassare i check point dei suoi miliziani a Bengasi, sarebbe immediatamente arrestato in quanto “la sua nomina a ministro della Difesa è espressione della volontà di minare la coesione delle forze armate della Cirenaica”. Il generale ha minacciato di arresto anche il neo premier Serraj a meno che egli non “sostenga apertamente il nostro esercito (cioè le milizie di Haftar, ndr) e non si impegni per riattivare le esportazioni di petrolio”.

L’arrivo di Francia e Germania
La situazione politica, quindi, resta confusa e incerta nonostante gli sforzi delle diplomazie dell’ONU e dell’Europa. Il 16 aprile sono arrivati a Tripoli i ministri degli Esteri della Germania, Frank Walter Steinmeier, e della Francia, Jean Marc Ayrault, per offrire supporto e solidarietà al nuovo governo di accordo nazionale.

 Nel corso di un incontro con i delegati del nuovo gabinetto provenienti da Tunisi, tenutosi all’interno della base navale di Abu Sitta alle porte di Tripoli, i due ministri hanno offerto la disponibilità dei loro Paesi a concorrere nell’addestramento delle forze di sicurezza governative e in quello delle milizie di frontiera qualora il governo Serraj ne facesse esplicita richiesta. “Nulla verrà fatto senza una richiesta ufficiale – , ha sostenuto il ministro francese Ayrault -. Non vogliamo ripetere gli errori del 2011. Su questo dobbiamo essere chiari”.

Il tedesco Steinmeier ha fatto eco al collega francese sostenendo che i governi europei “sanno perfettamente quanto sia difficile il compito di organizzare un esercito legale per sostenere il nuovo governo e non sottovalutano la difficoltà di sconfiggere il cancro dell’ISIS”.

Il primo ministro Serraj – che attende per oggi lunedì 18 aprile il voto di fiducia del parlamento di Tobruk – ha dichiarato, nel commentare le parole del ministro francese, che il suo esecutivo “chiede il sostegno internazionale per la lotta in Libia contro il terrorismo, ma non vede con favore un intervento militare straniero sul territorio libico”.

 Fino ad oggi tutti i tentativi di governi stranieri di cooperazione nell’addestramento delle forze armate libiche sono falliti a causa delle divisioni tra milizie, signori della guerra locali e fazioni politiche contrapposte.

Il punto sugli ultimi combattimenti
Mentre la situazione politica resta confusa, continuano sul terreno gli scontri armati. Il 14 e 15 aprile a Bengasi si sono affrontati miliziani delle forze del generale Haftar e jihadisti del Califfato. Due camion bomba guidati da islamisti suicidi sono stati lanciati contro una fabbrica di cemento occupata dai soldati di Haftar. Nei due giorni di scontri che ne sono seguiti si sono registrati oltre 15 morti e decine di feriti.

 La ripresa degli scontri a Bengasi dimostra che nonostante le pubbliche dichiarazioni di Haftar, dopo due anni di lotte l’“Operazione Dignità” non è riuscita ad assicurare al governo di Tobruk il controllo della città, da cui prese origine nel 2011 la rivolta contro Gheddafi.

Anche a Tripoli la situazione della sicurezza resta precaria. Nella serata di sabato 16 aprile un gruppo di miliziani della Prima squadra di Sicurezza della Brigata rivoluzionaria di Tripoli ha dato l’assalto all’abitazione di un membro del governo Serraj, Ahmed Maetiq, uccidendo due guardie della Forza Mobile Nazionale schierata a difesa del nuovo esecutivo.

 A rendere più complicata e potenzialmente esplosiva la situazione libica la notizia, diffusa dalle agenzie domenica 17 aprile, del prossimo arrivo nel mediterraneo di una task force di 150 marines inglesi, inviati dal governo di Sua Maestà a contrastare sul mare – non si sa in che modo – i criminali che organizzano i traffici di migranti partendo dalle coste della Libia.

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