Lavoro: le professioni più richieste dalle aziende nel 2019

Sfoderate gli artigli: per trovare o cambiare lavoro bisogna anche avere movenze feline. Essere simili a un gatto aiuta, perché è un animale che si sa «arrangiare in tutte le situazioni riuscendo ad adattarsi a diversi ambienti in tempi rapidi». Lo sostiene una serissima ricerca condotta dall’Osservatorio professioni digitali dell’Università di Padova, in collaborazione con Veneto Lavoro, su 300 persone che nell’ultimo anno hanno cambiato lavoro. Lo studio rivela che con sempre maggiore frequenza, e in tutti le attività più comuni, alle persone viene richiesto di saper combinare e integrare le competenze tecniche, gestionali, professionali che identificano il mestiere specifico (dal chirurgo all’idraulico) «con un variegato portafoglio di conoscenze e abilità che spaziano dall’informatica, alla digitalizzazione, alle abilità relazionali». Un ibrido, insomma.

La ricerca che invita a farci gatti è solo una delle tante che indagano sull’evoluzione del mercato del lavoro, con l’obiettivo di individuare quali sono le caratteristiche personali più apprezzate in azienda e i quali saranno profili e le professioni più richieste nei prossimi mesi e anni. In un contesto generale che, tutto sommato, non è negativo. L’Italia, pur con un tasso di disoccupazione ancora elevato (10,2 per cento), continua a creare lavoro: a gennaio del 2018 gli occupati erano 23,063 milioni mentre alla fine del terzo trimestre erano saliti a 23,255 milioni. La macchina, lentamente e tra alti e bassi, avanza. E le previsioni più accreditate dicono che quest’anno l’occupazione salirà ancora un po’, di uno 0,9 per cento, con un parallelo calo dei senza lavoro.

In testa le professioni digitali

Ma di quali professioni avrà bisogno il mercato del lavoro italiano? Una risposta molto dettagliata la fornisce il report Excelsior di Unioncamere e Anpal (Agenzia nazionale per le politiche attive el lavoro) sui fabbisogni occupazionali nel quinquennio 2019-2023: secondo l’indagine, il Paese avrà bisogno nei prossimi cinque anni di un numero di occupati compreso tra i 2,5 e i 3,2 milioni, considerando le esigenze dei settori privati e della pubblica amministrazione legate sia alla necessità di sostituire le persone che lasceranno il lavoro per pensionamento, sia alla espansione o alla contrazione dei diversi settori produttivi. In particolare, oltre i tre quarti del fabbisogno (tra 2,1 milioni e 2,3 milioni di lavoratori) sarà collegato al naturale turnover occupazionale, mentre la crescita economica genererà una quota di nuovi posti di lavoro che va dalle 427mila alle 905mila unità a seconda del ritmo di aumento del Pil. A trainare la domanda complessiva di lavoro saranno la rivoluzione digitale (big data, intelligenza artificiale, internet of things) e l’ecosostenibilità, che richiederanno il coinvolgimento rispettivamente di 213mila e 481mila lavoratori.
«Da qui al 2023, tre posti di lavoro su 10 andranno alle professioni che possono assicurare al Paese la trasformazione in chiave digitale dell’economia e la piena riconversione in ottica di sostenibilità ambientale dei processi produttivi» conferma il presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli. «Sono numerose le figure professionali emergenti in grado di affrontare queste due grandi sfide: dagli esperti nell’analisi dei dati, nella sicurezza informatica, nell’intelligenza artificiale, a quelli in gestione dell’energia, gli esperti di acquisti verdi, del marketing ambientale, solo per citarne alcuni. Una quota importante di posti di lavoro interesserà anche l’area legata all’educazione e alla cultura (docenti, progettisti di corsi di formazione, traduttori, progettisti e organizzatori di eventi culturali, esperti in comunicazione e marketing dei beni culturali), e, per effetto dell’invecchiamento della popolazione, anche le professioni legate alla salute e al benessere: oltre 300 mila tra medici, infermieri, fisioterapisti, tecnici di laboratorio medico».

Mancano gli specialisti

In particolare, secondo lo studio, le imprese ricercheranno tra 210mila e 267mila lavoratori con specifiche competenze matematiche e informatiche, digitali o 4.0. E faranno fatica a trovarli: «Sono ancora forti le difficoltà nel reperire profili che abbiano competenze specifiche, soprattutto in materia di digitale e di tecnologie di Industria 4.0» spiega Sangalli. In base ai dati di Unioncamere, più della metà degli specialisti in scienze matematiche, informatiche, chimiche, fisiche e naturali, dei tecnici in campo ingegneristico e di quelli che si occupano della gestione dei processi produttivi sono difficili da trovare, così come non sarà banale per le imprese riuscire ad assumere oltre il 40 per cento degli ingegneri, degli specialisti delle scienze gestionali, commerciali e bancarie e dei tecnici informatici. Difficile a trovare anche un tecnico della salute su due. Ma il cosiddetto mismatch riguarda pure le professioni di livello più basso: tra gli operai specializzati, il disallineamento tra domanda e offerta interessa soprattutto i fabbri ferrai, i fonditori, i saldatori, i lattonieri, i montatori di carpenteria, gli operai specializzati dell’industria elettrica ed elettronica. «Ma anche alcune filiere del made in Italy segnalano difficoltà di reperimento per alcuni profili di lavoratori» aggiunge il presidente di Unioncamere, «soprattutto per gli operai del settore tessile e abbigliamento e per quelli del settore alimentare».

Non molto diverso lo scenario disegnato dalla più grande agenzia per il lavoro italiana, Gi Group: prevede che quest’anno le figure più richieste nel settore informatico saranno data engineer, data scientist, internet of things developer o specialist, cloud architect. Tra i settori in crescita Gi Group vede anche il petrolifero, l’impiantistica, le macchine movimento terra, l’automazione industrale e il packaging.

Stringendo l’obiettivo sulla regione più avanzata del Paese, la Lombardia, il monitoraggio condotto da Assolombarda sulle richieste di lavoratori a termine mostra una domanda insoddisfatta di tecnici informatici, ma anche di cuochi, di tornitori e saldatori, di conduttori di impianti e di addetti alla consegna di pacchi. Oltre agli «introvabili», Andrea Fioni, del Centro studi di Assolombarda ed esperto del mercato del lavoro, dice che le aziende cercano laureati in ingegneria, informatica, statistica, economia. E poi tecnici specializzati, per esempio in meccatronica. «Va poi sottolineato che avere competenze digitali fa aumentare lo stipendio». Una conferma dell’ibridizzazione delle professioni, rilevato dalla ricerca dell’Università di Padova.
Un altro stratagemma per individuare le tenenze future è scandagliare gli annunci di ricerca del personale pubblicati sul web. È quello che fa l’Osservatorio delle competenze digitali, condotto dalle associazioni di informatica Aica, Anitec-Assinform, Assintel e Assinter Italia: gli sviluppatori (quelli che creano soluzioni software o applicazioni) guidano la classifica dei ruoli più gettonati, seguiti dai consulenti Ict, richiesti in un annuncio su sei. Cresce progressivamente anche la quota delle nuove professioni connaturate alla trasformazione digitale come il service development manager, il big data specialist e il cyber security officer.

«Una tendenza interessante» sostiene Mario Mezzanzanica, docente di computer science all’Università statale di Milano Bicocca, «è la richiesta di persone che abbiano competenze specialistiche, ma anche una visione multidisciplinare. In altre parole, l’esperto di big data o di intelligenza artificiale deve saper tradurre queste competenze in opportunità per l’azienda in cui lavora, e quindi deve sapere come funziona l’impresa e quali sono i bisogni dei suoi clienti. Sono anche necessarie le cosiddette soft skills, come la creatività e la capacità di gestire gruppi di lavoro».

L'area umanistica

Se il mondo delle imprese è alla spasmodica ricerca di esperti in campo digitale e l’università non ne sforna a sufficienza, è evidente che i giovani studenti devono orientarsi sull’informatica e sulle materie «Stem» (science, technology, engineering e mathematics) per trovare subito un lavoro. Ma non solo: «Guardando ai fabbisogni dei prossimi 5 anni» dice Sangalli di Unioncamere «un laureato su 4 tra quelli che troveranno lavoro proverrà dall’area economico-sociale, in particolare dall’indirizzo economico-statistico e, in misura minore, da quello politico-sociale. Circa il 21 per cento dei laureati previsti dovranno provenire dall’area umanistica con indirizzo in scienze motorie, insegnamento, letterario, linguistico e psicologico. In terza posizione gli indirizzi ingegneria-architettura, seguiti da quelli dell’area medico-sanitaria».

È evidente che il lavoro è investito da una rivoluzione, e non è solo quella digitale. «C’è una forte spinta verso un nuovo mondo del lavoro» avverte Giordano Fatali, presidente e fondatore di Hrc Community, un network di amministratori delegati e direttori del personale. «I giovani non cercano il posto fisso, ma la libertà di auto-realizzarsi. Inseguono la felicità e sono pronti a rifiutare le offerte di grandi aziende o di banche se la loro immagine è negativa. Ma questa aspirazione si scontra con un’economia che cresce poco e che spinge i giovani o a rinunciare o ad andarsene all’estero». Anche per questo, per aiutare una generazione di ragazzi istruiti e desiderosi di mettersi alla prova, bisognerebbe dare una frustata all’economia italiana. Altrimenti, non c’è trippa per gatti.

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