Jay-Z: 'Guardatemi, io sono il sogno americano'

"Tre colpi sparati da pochi passi. Mi hanno solo sfiorato, come se fossero stati deviati da una mano divina. E io sono ancora qui". Come in un film, ma questa è vita reale. La vita di Jay-Z, l’uomo più potente del music business moderno, un ex ragazzo del ghetto di Brooklyn sopravvissuto a tutto, anche alla sua famiglia. "Mio fratello me le dava tutti i giorni. Ero il suo bersaglio. 'Ti preparo alla vita di strada: io ti schiaffeggio con affetto, fuori ti sparano' diceva. E aveva ragione". Se non fosse stato per il rap, Shawn Carter (il vero nome di Jay-Z) sarebbe uno dei tanti bad boy finiti male. Lo hanno salvato i dischi e le cassette incisi in casa e venduti per le strade e i vicoli del quartiere Bedford-Stuyvesant a Brooklyn, "dove giravano più armi che persone" racconta come se in fondo si trattasse della vita di un altro.

Oggi, l’ex ragazzo di Brooklyn ha 42 anni e frequenta la Casa Bianca con la moglie superstar Beyoncé e ha organizzato raccolte di fondi per la campagna elettorale di Barack Obama al 40/40, il suo vip club esclusivo posizionato a poche centinaia di metri dalla casa diroccata dove ha trascorso l’infanzia.

"Io supporto il primo presidente nero d’America, ma soprattutto la sua visione del mondo e dei diritti civili. I media tendono a descrivermi come uno che entra ed esce dalla Casa Bianca come se nulla fosse. Non è così. Certo, con il presidente e sua moglie c’è un anche un rapporto personale, ma non è che ci telefoniamo per parlare di basket. L’ultima volta che ci siamo incontrati mi ha parlato da padre a padre: non lasciare che il lavoro ti sottragga a tua figlia (Blue Ivy di 4 mesi, ndr). Beyoncé ha bisogno di aiuto, non deve mai sentirsi sola".

Di tempo agli affari, come dimostra il suo patrimonio personale di 504 milioni di dollari, Jay-Z ne dedica molto. "Il successo non arriva mentre dormi. L’equazione ricco uguale stronzo non mi appartiene. Per questo non mi sono fatto vedere a Zuccotti Park con i ragazzi di Occupy Wall Street. Che cosa potrei fare seduto su un prato tutto il giorno? Un picnic?".

Negli ultimi dieci anni l’area del business che ruota intorno a Jay-Z si è estesa a dismisura. I suoi colpi si chiamano Rihanna, scovata a Barbados e trasformata in una trasgressiva diva pop, ma anche Brooklyn Nets, una delle squadre di basket di New York di cui possiede una fetta di quote. "Per i ragazzi della mia generazione gli atleti sono stati una fonte di ispirazione. Perché si sono regalati una nuova vita facendosi pagare moltissimo per fare quello che gli piaceva: giocare a basket. Io ho fatto la stessa cosa con il rap. In queste settimane sono totalmente dedicato a un’operazione che
mi piace chiamare Brooklyn pride. Il rilancio in grande stile del quartiere dove sono nato e dove ho sognato a occhi chiusi tutto quello che poi è successo".

Per questa operazione ha stretto un patto di ferro col miliardario russo Mikhail Prokhorov e il costruttore dell’Ohio Bruce Ratner. L’obiettivo è ora sotto gli occhi di tutti: si chiama Barclays Center, un’arena modernissima di vetro e acciaio con 19 mila posti a sedere, zeppa di centri commerciali, club e ristoranti. "Qui giocheranno i Nets. Ma questo sarà anche un formidabile spazio per i concerti, un’alternativa al leggendario Madison Square Garden di Manhattan. C’è vita anche da questa parte del ponte e prima o poi ve ne accorgerete" spiega convinto.

Chi lo conosce bene racconta di un uomo ossessionato dalle informazioni di mercato, sempre alla ricerca di qualcuno che gli sveli o possibilmente gli riveli in anticipo quello che succede a Wall Street e dintorni. L’ultima dritta lo ha spinto a lanciarsi in una nuova avventura tecnologica: un caricatore wifi per smartphone. "Non ci sono articoli che non tratto. Dipende tutto dal potenziale dell’affare che mi propongono" dice. Nell’irresistibile ascesa di Jay-Z il rap ha avuto la funzione di un trampolino di lancio, il primo mattone su cui costruire un impero. "Lo penso dagli anni Novanta: il rap e l’hip hop sono i due fenomeni culturali più significativi degli ultimi trent’anni. Nella musica, nell’abbigliamento da strada, nella moda e persino nella letteratura. I testi di alcune canzoni rap vanno letti come poesie, come opere dell’intelletto alla pari di quelli scritti da grandi cantautori come Bob Dylan, Neil Young o Bruce Springsteen. Ma questo non viene mai detto e così gli artisti di questo genere passano per degli sfigati che si ricoprono di catene d’oro e trattano male le donne. Come diceva mia madre, la verità sta sempre sotto la superficie".

Si dice che all’ingresso del suo ufficio presidenziale all’interno della Trump Tower ci sia una scritta scolpita nel muro: io sono un brand. "Non è forse vero? Il mio nome su una marca di champagne, su un profumo o su una linea di abbigliamento fa la differenza. I miei affari sono una gioiosa estensione della mia personalità e del mio personaggio. Quando presento un nuovo prodotto da lanciare, gli uomini del mio staff mi urlano in coro: vai Jay, mettici la faccia, funziona più di mille spot".

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